Sarcofaghi.

I
Ciò che si cerca è semplicemente altrove dicono, ché
altrove è un non luogo ove si rifugia, celato dalle frasche
d’un tempo che è un non tempo, per dir così che
non v’è certezza alcuna dell’esistente, ciò che si cerca.

In codesto non luogo, tra le rovine del non tempo, l’inarrivabile
Orso recitava nel Pomario. Tutto quanto era coperto di
verzura: bella da vedersi (neh, che rifugio!), ma inedule perché
il suo gusto ed i suoi effetti son quelli del banchetto di Licaone.

Perché
il disprezzo per la vita è necessario quando si sfida il cielo;
perché
il Poeta si rinchiude volontariamente nel suo manicomio criminale;
perché
l’alta finanza è capricciosa;
perché
versificare la realtà è rovinoso come seppe bene l’Americano.

II
Un tempo
, invece:
presso l’acqua limpida d’un ruscello si soffermava Saffo riccioli di viola,
Alceo la spiava di soppiatto, come Atteone che fu mutato in cervo,
il soffondersi implacato del fulgore d’Apollo celava tutto il resto.
Tutto ciò, Un tempo.

In quel tempo le società di rating avevano sede legale sul monte Olimpo,
le triple A andavano assegnate a caso, ed Eaco copriva i disavanzi di bilancio,
la contabilità dell’arbitrio era nelle mani di Afrodite,
e su tutto ciò tuonava il buonumore.

Le lotte con le spade d’oro furono battaglie di ragazzi
se legno di pino o oro, qual’è la differenza nelle punte?
Era da venire il ferro, ma solo dopo il bronzo,
così Precolombiani e Aborigeni d’Australia furono al sicuro dal WTO.

III
L’orrore riempì di pianto gli occhi di U. e T.S.E.
il ferro venne infine tra le miserabili trincee di fango
ad inorgoglire il vocione cupo dei tiranni, a riempir di latta i baveri dei generali.
Il filo spinato e le baionette massacrarono quasi due generazioni.

Pre-morale

La morale é innaturale perché nominatamente nasce con Socrate il quale, se il bene più prezioso é la vita, vi rinuncia pur di non rinnegare i suoi principî. Una morale naturale é pre-morale: come la morale del Mito che, seppur ci appaia sovente a-morale, é l’unica autentica morale cosmologica (Syn-Kosmo-Logica).

Il “Triplete” di G. Colli

Giorgio Colli (La Natura ama nascondersi, Adelphi 1998, pag. 169 e seg.) propone di leggere i frammenti DK 28 B 4, DK 28 B 5, e DK 28 B 16 in sequenza, subito dopo i versi 31 e 32 del primo frammento.
In questo modo, DK 28 B 16 è sottratto alla doxa.
Cominciamo dai testi.
Quando non indicato diversamente, per il greco uso quello proposto da Reale e Ruggiu nell’edizione Bompiani del 2003; per la versione italiana uso quello di Diels e Kranz nell’edizione Laterza del 2002 a cura di G. Giannantoni.

DK 28 B 1 31,32
ἀλλα᾽εμπης xαι ταῦτα μαθήσεαι, ὠς τὰ δοxοῦτα
χρῆν δοxίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὂντα.(1)
DK 28 B 4
λευσσε δ᾽ ὂμως ἀπεόντα νόωι παρεόντα βεβαίως (2)
οὺ γὰρ ἀποτμήξει τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος ἒχεσθαι
οὒτε σxιδνάμενον πάντηι πάντως xατὰ xόσμον
οὒτε συνιστάμενον.
DK 28 B 5
ξυνὸν δέ μοί ἐστιν,
ὀππόθεν ἂρξωμαι˙ τόθι γἀρ πάλιν ἰξομαι αὖθις.
DK 28 B 16
ὠς γὰρ ἒxαστος ἒχει xρασιν μελέων πολυπλάγxτων,
τὼς νόος ἀνθπώποισι παρίσταται˙ τὸ γὰρ αὐτό
ἒστιν ὂπερ φπονέει μελέων φύσις ἀνθρώποισιν
xαὶ πᾶσιν xαἰ παντί˙ τὸ γὰρ πλέον ἐστὶ νόημα.

Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze
bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi.
Queste cose, benché lontane, vedile col pensiero saldamente presenti:
non infatti distaccherai l’essere dalla sua connessione con l’essere
né quando sia disgregato in ogni senso completamente con cura sistematica
né quando sia ricomposto.
Per me è lo stesso,
il punto da cui devo prendere le mosse; là, infatti, nuovamente farò ritorno.
Quale infatti è la mescolanza che ciascuno ha degli organi molto erranti,
tale mentalità si ritrova negli uomini; perché è sempre lo stesso
ciò che appunto pensa negli uomini, la costituzionalità degli organi:
in tutti e in ognuno; il di più infatti è pensiero.

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(1) Ma tuttavia anche questo imparerai, come dell’apparenza
si debba mettere alla prova l’essere, penetrando ogni cosa in ogni modo.
[Trad. Colli ΦΚΦ cit.].

(2) L’interpretazione più comune del primo verso [del fr. 4.] è quella di stampo idealistico (p. es. Untersteiner: «Guarda come le cose lontane vicine al pensiero saldamente pur sono», e già Diels -nei Vorsoker-; «Betrachte wie doch das Ferme Deinem Verstande zuverlässig nahe tritt»). Ma che essa sia fantastica è dimostrato già dal verso che segue: come potrebbe infatti questo argomentare «giacché esso (cioè il νόος) non scinde l’ente della sua connessione con l’ente» se nel primo verso si fosse affermato che esso è presente e vicino al pensiero pur essendo in sé lontano ed assente? Qui la relazione sarebbe tra realtà e pensiero, mentre nel verso che segue, e ne dà la dimostrazione, il rapporto è tra realtà e realtà. Logico sarà invece che il νόος, come sempre in Parmenide, non sia già un reale accanto a un reale: νόω non varrà quindi intellectui, bensì intellectu, e andrà connesso con παρεόντα (più parmenideo allora sarebbe addirittura connetterlo con ἀπεόντα -magari facendone un νόου- e invertire affatto l’interpretazione: «bada come siano in realtà presenti anche le cose assenti al pensiero: questi non potrà mai infatti tagliare il legame tra l’essere e l’essere, ecc.»!) bensì con λεῦσσε, come ha giustamente veduto il Reinhardt (pag. 49), che richiama a confronto il νόω δέρxευ di Empedocle (17, 21). D’altra parte, interpretando «gebrauche den Verstand statt deiner Augen und sieh das noch so Ferme gleichwohl mit dem Verstande sicher gegenwärtig», egli non ha poi fatto che contaminare la nuova interpretazione con la vecchia, sommando un νόω = intellectu al νόω = intellectui invece di sostituire il primo al secondo (e una confusione simile era già nella prima interpretazione data dal Diels nel Parmenides: «Betrachte vie das noch so Ferme durch des Geistes Auge Dir zuverlässig nane gerückt ist». Il Burnet, invece, connetteva esattamente νόω con λεῦσσε, ma intendeva poi bizzarramente «guarda le cose lontane come se fossero vicine»). La ragione è che il Reinhardt, pur rilevando così bene l’assoluta invalidità dell’interpretazione di Clemente Alessandrino, che vede nel citato testo parmenideo qualcosa di concernente il problema cristiano della speranza nella vita futura, non s’è accorto poi di conservarne la concezione temporale degli ἀπεόντα e dei παρεόντα, che, invece, per quadrare coi versi seguenti del frammento e specificamente col terzo e col quarto, non possono avere che un significato spaziale (e per le confusioni del genere, cfr. la larga nota in Zeller-Nestle, pp. 692-93 [ed. it., pp. 209-13]). Il συνέχεσθαι dell’ἐόν  non sarà dunque qui quello che nel massimo frammento parmenideo è dedotto dalla sua eterna presenza (8, 5-6), bensì quello che vi è derivato dalla sua assoluta eguaglianza e indecisione, onde esso non ha in sé alcuna soluzione di continuità ed è «tutto pieno»: τῶ ξυνεχὲς πᾶν ἐστι˙ἐόν γἀρ ἐόντι πελάζει (8,25). Quest’ultima frase corrisponde ad unguem all’ἐόν τοῦ ἐόντος ἒχεσθαι: ed ecco che si chiariscono perfettamente l’ἀπεόντα e il παρεόντα, che indicano appunto la condizione delle cose «distanti tra loro» o «vicine tra loro», quali si presentavano le prime a coloro che le facevano σxίδανασθαι e συνίστασθαι e le altre a Parmenide. Né può ostare all’interpretazione il fatto che non sia verbalmente espresso  nei παρεόντα e negli ἀπεόντα quello sdoppiamento per l’unità dell’ente aleatico. Del resto, il senso è chiaro anche a tradurre semplicemente «distanti» e «vicine»: «guarda col tuo pensiero come le cose distanti siano in realtà saldamente vicine: ché esso non potrà scinder l’ente dalla sua connessione con l’ente, come tale che si separi e si riunisca in ogni luogo e modo nel cosmo». Accettando poi dal Diels che con questo σxίδανασθαι e συνίστασθαι Parmenide accenni specificamente ad Eraclito (e non, come preferisce il Reinhardt, ad Anassimene: in ogni caso si tratta di fisica ionica) si avrebbe un’ulteriore conferma dell’interpretazione qui proposta: perché nel fr. 91 σxίδνησι xαι πάλιν συνάγει xαί πρόσεισι xαὶ ἂπεισι (le atetesi del Reinhardt, pp. 207-9n., paiono giustamente vane anche al Nestle) non solo sarebbe esplicita la coincidenza con lo σxίδνασθαι e il συνίστασθαι, ma anche quella con i παρεόντα e gli ἀπεόντα, giustamente interpretati quindi nello stasso senso della continuità e della discontinuità spaziale (che in Eraclito, s’intende, appaiono nella forme dinamiche dell’avvicinamento e dell’allontanamento).
[G. Calogero Studi sull'Eleatismo Nuova Italia 1977 pagg. 27-28 nota 26]

Télos.

Ammesso che ad ogni parola o segno possa attribuirsi un senso univoco, nel rigo scritto, tra una parola e l’altra ci sono comunque degli spazi che vanno riempiti di significato.

Afrodite:
«La terra pretende di penetrare con l’amore nel puro cielo» «il desiderio d’amore prende la terra; la pioggia del cielo la rende fertile ed essa allora dà vita alle piante e agli animali, dei quali si nutrono gli uomini.»

Il puro cielo ama violare la terra/ e l’amore per le nozze afferra la terra;/ la pioggia scrosciando dal cielo/ impregna la terra e questa genera ai mortali/ le pasture dei greggi e la vita di Demetra/ e il frutto degli alberi. Dalle umide nozze/ si compie tutto ciò che esiste. Di questo io sono la causa.

Pindaro:
«Neppure il Tempo che ogni cosa genera,
può fare che non siano più le opere
compiute o giuste o ingiuste,
se furono: ma la sorte felice
è muta. »

Bonanni sacerdote del diavolo.

9 marzo 2013 - Una Risposta

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SACERDOTI DEL DIAVOLO

Megara Hyblea, Himera, e Gela non son solo luoghi strategici dove si insediarono gruppi di Fondatori provenienti dalla Grecia antica nell’etá classica, o da dove Ecisti posteriori procedettero per fondare altre colonie Siceliote in tutta l’Isola.
Questi tre punti geografici sono il segno della vergogna; il senso compiuto della cronica e insanabile antinomia tra benessere individuale e interesse collettivo lungo tutta la tragicomica storia siciliana.
Là dove sorgeva Megara -da dove partirono i coloni che avrebbero fondato prima Selinunte, e successivamente come stazione di posta Eraclea Minoa- oggi sono insediate le raffinerie di Augusta e Priolo che, come prostitute sifilitiche, avvelenano la piana di Katanè (Catania) ed il territorio di Ortigia, Acradina, Tiche, Neàpoli, ed Epípoli (Pentapoli Siracusa).
A Gela, da dove partirono Rodî e Cretesi per fondare Akragas -la più bella città dei mortali, dove fiorì Empedocle, e Zeusi e Pindaro vennero in visita- il polo petrolchimico -che raccoglie il petrolio ed il gas metano estratto nei pozzi dell’Africa settentrionale- produce i veleni che fanno impazzire in aborti, deficienze e malformazioni i feti delle puerpere Gelote.
In questi due luoghi si recita quotidianamente la tragedia dell’Hydra ferina che pretende sempre nuovi sacrifici umani, animali, e vegetali col ricatto di andarsene portando via con sé quei pochi beni materiali che lascia per alimentare la scimmia consumistica che consuma quelle popolazioni.
Ad Himera, colonia di Zancle (Messina), il luogo della battaglia che fondò l’orgoglio e la temporanea unità dei Sicelioti nella guerra che sconfisse Amilcare e le ambizioni della fenicia Cartagine, e dove Marchionne, lo sgherro finanziere degli Agelli, si è portato via con una scusa risibile la produzione delle Panda, delle Punto e delle Ypsilon, la tragedia si è già consumata. Sul luogo, uomini e donne derubati del loro futuro piangono il territorio ferito mortalmente e devastato.

Questi sono il luoghi dove un sindacalismo dissennato (lo stesso che ancora oggi esercitano alcuni sacerdoti triviali) si è prostrato ad offrire in pasto a demoni avidi ed insaziabili i propri figli in cambio di una cifretta.

Where Are We Now.

14 febbraio 2013 - Una Risposta

Bergson.

Se è vero che l’autenticità si avverte esclusivamente nell’atto di “collocarsi nella durata, per cogliere la durata” [1], ciò avviene inevitabilmente predicando l’impossibilità e l’inutilità radicali dell’atto di comunicare; giacché è del tutto indifferente alla natura di questa verità (sic) comunicare la “verità”; fosse anche dire della natura esteriore dell’istante (di quell’istante [2]) che costituirebbe l’unico momento (μ) di realtà esperibile.
Intorno al chiuso di esistenze claustrofobiche tutto avvizzirebbe e perderebbe di significato; l’esistenza diverrebbe la negazione della vita [3]; insomma, innaturale, fittizio e triste. Come se venissero proiettati in sequenza sullo schermo del vuoto isolati fotogrammi di scene surreali.
Nella pratica, fuori che nelle arti visive, i risultati sono stati disastrosi.

[1] Un gesto conosciuto da secoli dai Monaci Zen?
[2] cfr. il Parmenide di Platone (323d)
[3] Bios e Zoe.

L’errore.

Errare è parlar male: e, da questo punto di vista e in questi limiti, nulla di più giusto del motto empiristico, che una scienza vera è soltanto un lingua ben fatta. Ma lingua ben fatta vuol dire, in questo senso, non già lingua il significato dei cui termini sia astrattamente e immobilmente fissato, com’è quella convenzionale che per intrinseca esigenza debbono usare le scienze matematiche e fisico-matematiche, e tutte quelle «logiche formali» che di esse sono capitoli, ma anzi lingua in cui la parola non prenda mai il posto della cosa, né il simbolo acquisti valore autonomo rispetto alla realtà simboleggiata diventando per sé stesso tema di combinazione o di costruzione, e in cui invece il significante valga soltanto in funzione del significato, risolvendosi totalmente nella sua funzione comunicante.

(Guido Calogero, Storia della logica antica, Valore positivo dell’unità arcaica di realtà e verità, pag. 51)

La β di βητα

9 novembre 2012 - 3 Risposte

(La β di βητα può essere letta o scritta, ma a dirla ci si rende conto che è una proposizione ridondante)

Per la precisione, nel mio immaginario la lettera beta allude a un significato regale ma sinistro. Le prime letture che ho fatto di Eraclito non sono estranee a questa sensazione. In particolare il frammento DK 52, dove l’αιων è identificato col giuoco di un fanciullo che muove e sposta a piacimento suo i pezzi sulla scacchiera. Nel formarsi di questa impressione non è aliena neppure la lettera lambda che ricorre nella parola βασιληιη che ne è, specificamente, il principale responsabile.
Ciò a livello superficiale, ma indagando meglio il meandro dei ricordi, ancor prima c’è il nome Basilio che, traslitterazione di βασιλευς, re, s’incarna nella mia mente con una Bisanzio antropomorfa.
Dentro a Bisanzio, nella sua pancia oscura e male illuminata da rare torce fioche (la scena claustrofobia di un film che ho visto?) siedono sul trono una coppia di imperatori macilenti. I colori che predominano sono il nero di lunghi mantelli, il blu oltremare delle pareti, e il giallo ramato dell’oro rosso foggiato in gioielli massicci indossati con evidente fatica. In particolare le due triregno. Una folla di cortigiani spettrali, anch’essi avvoltolati in pesanti tuniche nere, si raggruppa alle pareti. Alcuni di essi avanzano in processione verso gli imperatori romei, trascinando un giovanetto in legacci.
Sono dentro la scena tra tutti costoro, eppure fuori da tutto ciò. Sono osservatore poietico, e personaggio eterodiretto. Sono un attore e l’autore di questa visione che m’impaurisce. Poi tutto sparisce.
P.S. (questo poscritto è parte integrante dello scritto.)
Ripensandoci a mente salda e sveglia, mi domando chi fosse quel ragazzo. Perché veniva trascinato al giudizio? Era innocente o colpevole? Fu condannato?
Se Bisanzio fu quella parte dell’Impero Romano tanto vicina all’oriente che si illuse di poter fermare il tempo nel medioevo, fu forse quel giovane sfrontato di Eraclito colui che volemmo giudicare e magari condannare?

Verità e realtà.

… Per la riflessione arcaica la verità non si distingue dalla realtà: il vero non è qualcosa che, implicando un rapporto di rispondenza al reale che veramente rispecchia , si contrapponga alla sua oggettività e venga perciò ad appartenere alla sfera soggettiva della consapevolezza. … L’occhio contemplante si oblia ancora nella cosa contemplata: ed essa è nello stesso tempo esistente e manifesta, reale e verace, senza che tali attributi palesino la loro dualità. Questo atteggiamento mentale … è tipicamente documentato dall’uso verbale, persistente nel mondo greco anche quando è presente la consapevolezza della distinzione, e del resto comune ad ogni parlare spontaneo, per cui l’attributo del «vero» s’identifica e converte liberamente con quello del «reale». Il Greco antico chiama ogni saldo contenuto della sua esperienza tanto ον, «esistente», quanto αληθες, «vero»: τα οντα χαι αληθη è una delle formule più ovvie per designare il complesso della realtà, che insieme «è» ed «è vera», e ancora Platone adopera scambievolmente i due termini, dando per esempio all’attributo di οντως οντα «realmente esistenti», proprio degli enti ideali, lo stesso significato di αλητως οντα, «veramente esistenti», il quale spesso lo sostituisce, così come potrebbe sostituirlo quello di οντως αλητε, «realmente veri». E che invece non sia linguisticamente ovvia, o almeno non sia così ovvia, la quarta formula possibile, quella di αλητως αληθη, «veramente veri», prova come sia piuttosto il concetto del «vero» a risolversi in quello di «reale», e a farsi da esso sostituire, che non, viceversa, il concetto del «reale» a lasciarsi comprendere e rappresentare da quello del «vero». Ma non già nel senso che questo arcaico atteggiamento mentale, tendendo a risolvere la sfera della verità e quindi della soggettività in quella della realtà oggettiva, sia di conseguenza propriamente oggettivistico o realistico, e venga così a far contrasto all’opposto atteggiamento assunto poi dal pensiero moderno. È chiaro come non solo la risoluzione idealistica della cosa nel pensiero ma anche l’opposta risoluzione realistica del pensiero presupponga la contrapposizione delle due sfere, tra le quali possa esser messo in palio l’attributo della realtà e dell’autenticità: e come quindi né l’una né l’altra di tali riduzioni abbia modo di realizzarsi quando quella contrapposizione non sia ancora compiuta nella consapevolezza del contemplante. Il pensatore arcaico non è né realista né idealista, perché l’esigenza di scegliere fra quelle due posizioni è ancora necessariamente estranea al suo mondo mentale, ed anzi estraneo gli è persino il presupposto in funzione del quale quell’esigenza possa manifestarsi. Che poi, fatta attenzione a tale distinguibilità del soggettivo dall’oggettivo, egli sia spontaneamente realista, è la naturale conseguenza del fatto che, fin dall’indistinzione originaria, il mondo delle verità gli si presenta nel medesimo aspetto oggettivo del mondo delle realtà, e tale aspetto conserva anche dopo la distinzione, prima come caratteristica di fatto e più tardi come criterio di valore.

(Guido Calogero, Storia della logica antica, Libro primo: L’età arcaica, Capitolo primo: La struttura del pensiero arcaico, L’unità arcaica di verità e realtà pagg.39-40)

… Tale unità originaria dell’esistente e del pensato non è d’altronde costituita esclusivamente di quei due termini. Il reale non è soltanto vero nel pensiero, è anche manifesto nella parola: l’espressione linguistica si aggiunge perciò come terzo elemento al binomio primordiale della  realtà e della verità. È noto come la mentalità primitiva non distingua il significante dal significato, almeno nel senso che considera il primo sullo stesso piano di realtà proprio del secondo. La parola è pari alla cosa, in quanto ha la stessa esistenza e potenza della cosa. S’intende che la mentalità del Greco arcaico ha già in qualche misura superato questo atteggiamento mentale, nella forma in cui esso è proprio delle civiltà più primitive. Che il nome equivalga esistenzialmente alla cosa nominata, nel senso in cui tale convinzione è per esempio la premessa di certe pratiche magiche dei primitivi, non è certo più vero già per l’antichissima cultura che si rispecchia nei poemi omerici, e per la quale è ovvio che altro è la parola e altro il fatto, se Fenice, maestro i Achille, può riassumere l’ideale educativo di quell’ambiente storico nella capacità di ben dire e di bene operare. Ma tra le sfere della realtà e della parola sta quella del pensiero: e se quest’ultima, nel periodo arcaico della grecità, appare ad un lato fusa e confusa con la prima, essa si manifesta d’altro lato avvinta da tenaci legami anche alla seconda. Il pensiero è insieme parola, la verità riconosciuta e affermata fa ancora corpo con la sua espressione verbale. Come la distinzione della verità soggettiva dalla realtà oggettiva non è un’esperienza originaria ma il risultato di un processo storico, così l’estrazione della verità necessaria dalla sua contingente veste linguistica, la consapevolezza che il pensiero giusto è uno ma molte sono le parole che possono esprimerlo, si vien realizzando solo attraverso un prolungato corso di riflessioni, all’inizio del quale essa è ancora sostanzialmente ignota.

(Guido Calogero, Storia della logica antica, Libro primo: L’età arcaica, Capitolo primo: La struttura del pensiero arcaico, Triunità arcaica del reale, del pensiero, e del detto. pagg. 44-45)

 

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