Perché l’appello sull’essenza della tecnica rimane inascoltato?

20 aprile 2017 - Leave a Response

Il testo che in precedenza ho trascritto dall’intervista allo Spiegel principia con una negazione un po’ forte e radicale:
… la tecnica moderna non è uno strumento …
Presa così senza spiegazione alcuna, questa frase ha tutta l’aria della provocazione, sebbene detta da un filosofo autorevole, contro il senso comune che induce a ritenere, contrariamente appunto e senza torti apparenti, la tecnica moderna come uno strumento neutro nelle mani (sotto il dominio) dell’Umanità contemporanea. Tuttavia, quando una proposizione è sorretta da validi ragionamenti questa propende a essere esatta e l’esattezza è una delle proprietà della verità.
Le argomentazioni filosofiche che sostengono questa affermazione perentoria, con ben più ampio respiro rispetto all’intervista che intendeva nella sostanza metterlo in croce per il suo supposto collegamento organico col diabolico regime nazista, sono contenute nel testo della conferenza del 18 novembre 1953 che Heidegger pronunciò all’Auditorium Maximum della Technische Hochschule di Monaco di Baviera, pubblicato l’anno dopo negli atti del convegno col titolo “La Questione della Tecnica“.
In questa comunicazione è notabile ai miei fini il passaggio nel quale H. si pone esplicitamente la domanda che cos’è la tecnica moderna? e dal quale riporto, di seguito – sfidato a dire, ma fedele alla consegna di dire ma non ancora con parole mie – ampi stralci nella versione dal tedesco di Gianni Vattimo in “Saggi e Discorsi”, Mursia 1991.

Che cos’è la tecnica moderna? Anch’essa (cioè come la τέχνη della tradizione greca) è disvelamento. Solo quando fermiamo il nostro sguardo su questo tratto fondamentale ci si manifesta quel che vi è di nuovo nella tecnica moderna.
Il disvelamento che governa la tecnica moderna, tuttavia, non si dispiega in un pro-durre nel senso della ποίησις (cioè come per la τέχνη della tradizione greca). Il disvelamento che vige nella tecnica moderna è una pro-vocazione (Herausfordern) la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta (herausgefördert) e accumulata. …
… una determinata regione viene pro-vocata a fornire all’attività estrattiva carbone e minerali. La terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali. … L’agricoltura è diventata industria meccanizzata dell’alimentazione. L’aria è richiesta per la fornitura di azoto, il suolo per la fornitura di minerali, il minerale ad esempio per la fornitura dell’uranio, l’uranio per l’energia atomica, …
Il richiedere che pro-voca le energie della natura, è un pro-muovere (fördern) in un duplice senso. Esso promuove in quanto apre e mette fuori (erschiesst und herausstellt). Questo promuovere, tuttavia, rimane fin da principio orientato (abgestellt) a promuovere, cioè a spingere avanti, qualcosa d’altro verso la massima utilizzazione con il minimo costo. Il carbone estratto (gefördert) nel bacino carbonifero non è richiesto (gestelt) solo affinché sia in generale e da qualche parte disponibile. Esso è immagazzinato, cioè è “messo a posto” in vista dell’impiego (Bestellung) del calore solare in esso accumulato. Quest’ultimo viene pro-vocato a riscaldare, e il riscaldamento prodotto è impiegato per fornire vapore la cui pressione muove il meccanismo mediante il quale una fabbrica resta in attività. …

La centrale elettrica è impiantata (gestellt) nelle acque del Reno. …

Il disvelamento che governa la tecnica moderna ha il carattere dello Stellen, del “richiedere” nel senso della pro-vocazione. Questa provocazione accade nel fatto che l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua volta ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni. Mettere allo scoperto, trasformare, immagazzinare, ripartire, commutare sono modi del disvelamento. Questo tuttavia non si svolge semplicemente. Né si perde nell’indeterminatezza. Il disvelamento disvela a se stesso le sue proprie vie, interconnesse in modo multiforme, in quanto le dirige. La direzione stessa, dal canto suo, cerca dovunque la propria assicurazione. Direzione e assicurazione diventano anzi i caratteri principali del disvelamento pro-vocante.
Quale tipo di disvelatezza è appropriato a ciò che ha luogo mediante il richiedere pro-vocante? Ciò che così ha luogo è dovunque richiesto di restare a posto (zur Stelle) nel suo posto (auf der Stelle), e in modo siffatto da poter esso stesso impiegato (bestellbar) per un ulteriore impiego (Bestellung). Ciò che così è impegnato ha una sua propria posizione (Stand). La indicheremo con il termine Bestand, “fondo”. Il termine dice qualcosa di più e di più essenziale che la semplice nozione di “scorta, provvista” (Vorrat). La parola “fondo” prende qui il significato di un termine-chiave. Esso caratterizza niente meno che il mondo in cui è presente (anwest) tutto ciò che ha rapporto al disvelamento pro-vocante. Ciò che sta (steht) nel senso del “fondo” (Bestand), non ci sta più di fronte come oggetto (Gegenstand).

Eppure un aereo da trasporto che sta sulla pista di decollo è ben un oggetto. … (ivi il richiamo alla definizione hegeliana della macchina come strumento indipendente; indipendenza che viene però qui criticata da H. dal punto di vista del “fondo” per cui la posizione di ogni elemento della tecnica è determinata solo in base all’impiego dell’impiegabile). …

Chi compie il richiedere pro-vocante mediante il quale ciò che si chiama il reale viene disvelato come “fondo”? Evidentemente l’uomo. In che misura egli è capace di tale disvelamento? L’uomo può bensì rappresentarsi questa o quella cosa in un modo o in un altro, e così pure in vari modi foggiarla e operare con essa. Ma sulla disvelatezza (Unverborgenheit) entro la quale di volta in volta il reale si mostra o si sottrae, l’uomo non ha alcun potere. …

(Riferendosi alla scoperta di Platone della Dottrina delle idee) … Il Pensatore ha solo risposto (entsprechen) a ciò che gli ha parlato (zusprechen).

Solo nella misura in cui l’uomo è già, da parte sua, pro-vocato a mettere allo scoperto (herausfördern) le energie della natura, questo disvelamento impiegante può verificarsi. Se però l’uomo è in tal modo pro-vocato e impegnato, non farà parte anche lui, in modo ancor più originario che la natura, del “fondo”? Il parlare comune di “materiale umano”, di “contingente di malati” di una clinica, lo fa pensare. … Tuttavia, proprio perché l’uomo è pro-vocato in modo più originario che le energie della natura, è cioè provocato all’impiego (in das Bestellen), egli non diventa mai puro “fondo”. In quanto esercita la tecnica, l’uomo prende parte all’impiegare come modo del disvelamento. Solo la disvelatezza stessa, entro la quale l’impiegare si dispiega, non è mai opera dell’uomo, come non lo è l’ambito entro il quale egli già sempre si muove quando si rapporta a un oggetto come un soggetto.
Dove e come accade il disvelamento, se esso non è semplicemente opera dell’uomo? …

L’essenza della tecnica

1 aprile 2017 - Leave a Response

Metto in questione il tema dell’essenza della tecnica, ma non lo faccio con parole mie.
Seguono alcune considerazioni di Martin Heidegger che ho estrapolato ed ordinato liberamente dalla sua intervista al giornale Der Spiegel, nel testo autentico licenziato da Hermann Heidegger, conosciuta universalmente col titolo “Ormai solo un Dio ci può salvare”.

… la tecnica moderna non è uno “strumento” e non ha più a che fare con gli strumenti … Dico che non abbiamo ancora nessuna strada che corrisponda all’essenza della tecnica … Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra … Secondo la nostra umana storia ed esperienza o, almeno, per quello che è il mio orientamento, io so che tutto ciò che è essenziale e grande è scaturito unicamente dal fatto che l’uomo aveva un focolare ed era radicato in una tradizione. … dovrebbe essere … chiaro che il movimento planetario della tecnica moderna è una potenza la cui grandezza, storicamente determinante, non può essere in alcun modo sopravvalutata. È per me oggi un problema decisivo come si possa attribuire un sistema politico – e quale – all’età della tecnica. A questa domanda non so dare alcuna risposta. Non sono convinto che sia la democrazia.

(l’intervistatore dello Spiegel fa cenno a ciò che comunemente riteniamo essere il fondamento della civiltà occidentale nei valori, appunto, della democrazia, del monoteismo giudaico-cristiano e dello stato di diritto.)

Quanto al merito, io le chiamerei anche delle cose a metà, in quanto non vedo in esse nessun effettivo confronto col mondo tecnico: infatti dietro di esse, a mio parere, sta sempre la concezione che la tecnica sia nella sua essenza qualcosa che l’uomo ha in mano. Ma questo, secondo me, non è possibile. La tecnica nella sua essenza è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare. … lo stato tecnico non corrisponde affatto al mondo e alla società determinati dall’essenza della tecnica. Lo stato tecnico sarebbe il più cieco e servile sbirro di fronte alla potenza della tecnica.
L’essenza della tecnica io la vedo in ciò che chiamo “la postura” (Ge-stell = L’imposto-all’uomo. Il soggetto è posizionato per riflesso del proprio aver posto oggetti. – nota del curatore italiano -). L’espressione, a tutta prima facilmente equivocabile e forse poco elegante, a ben guardare riporta il suo significato nella storia più profonda della metafisica, che ancora domina il nostro esserci. Il dominio della “postura” significa: l’uomo è impostato, impegnato e provocato da una potenza che diviene palese nell’essenziare della tecnica. Proprio nell’esperienza dell’uomo, di essere impostato da qualcosa che egli stesso non è, e non domina, gli si mostra la possibilità di capire che l’uomo è usato dall’essere. In ciò che costituisce il più proprio della tecnica moderna si cela nientemeno che la possibilità di esperire l’esser-usato (Gebrauchtsein) e l’esser-pronto (Bereitsein) per queste nuove possibilità. …
Forse si può osare la frase: al segreto della strapotenza planetaria dell’essenza impensata della tecnica corrisponde la provvisorietà e l’inapparenza del pensiero che tenta di pensare questo impensato. … Non è che si tratti solo di … aspettare … bensì di pensare a partire dai lineamenti fondamentali non ancora pensati dell’epoca presente verso il tempo futuro senza pretese profetiche. Pensare non è inattività, ma è di per se stesso e in sé quell’agire che sta nel dialogo (Zwiesprache) con il comando universale (Weltgeschick). Mi sembra che la distinzione, di origine metafisica, fra teoria e prassi e l’idea di una trasmissione tra l’una e l’altra sbarri la strada all’intuizione di ciò che io intendo con pensiero.

Mi pare di poter dire, con poca paura d’essere smentito, che da questo momento storico – l’intervista è del 1966 – non si sono fatti significativi passi in avanti.

— La pelle di Epimenide.

17 febbraio 2017 - Leave a Response

La notizia di Pausania (…) attestante la presenza di una tomba di Epimenide a Sparta, non è isolata. Si ripresenta infatti anche in Diogene Laerzio, che la desume da una fonte spartana: “I Lacedemoni conservano presso di loro il suo corpo in obbedienza ad un oracolo, come dice Sosibio il Lacone“. Vi sono poi alcune ulteriori informazioni che arricchiscono, e complicano il quadro: risulta dal lessico Suda che alla morte di Epimenide la sua pelle (dérma) sarebbe stata trovata tatuata di lettere; dalla stessa fonte, peraltro, sappiamo che l’espressione proverbiale “la pelle di Epimenide” era utilizzata per riferirsi a cose messe da parte o nascoste, e sebbene nella Suda non vi sia alcun riferimento a Sparta, l’esistenza di una relazione tra la tradizione sulla pelle e la sepoltura di Epimenide a Sparta è assicurata da una raccolta di proverbi giuntaci sotto il nome di Diogeniano, che riportando il medesimo proverbio vi aggiunge la notazione che la pelle si trovava a Sparta. Come vedremo, l’origine spartana di tale tradizione è confermata da due testimonianze in qualche modo parallele a quella su Epimenide, ed è verosimile che essa abbia trovato una prima sistemazione in Sosibio, erudito spartano di età ellenistica e primo autore ad interessarsi di antichità spartane; ciò non toglie, tuttavia, che nelle forme in cui ci è pervenuta questa tradizione appaia non particolarmente perspicua, e non sia chiaro, in particolare, quale sia il rapporto tra la tomba, il corpo e la pelle.
E’ sulla questione della pelle, soprattutto, che la critica si è divisa. Da una parte c’è chi, e sono i più, ha ritenuto che si dovesse cogliere un riferimento ad una pelle di cuoio utilizzata come materiale scrittorio, in conformità all’uso arcaico di servirsi di pelli (diphtherai) di capra o di pecora a tal fine; in seguito, l’espressione “la pelle di Epimenide” -con la quale sarebbe stato indicato questo particolare manoscritto- presa in senso letterale avrebbe generato la tradizione di una pelle umana tatuata di lettere, Altri studiosi, tuttavia, hanno giudicato poco fruttuoso questo tentativo di togliere alla notizia proveniente dalla Suda il  suo elemento più peculiare e hanno osservato come l’uso del tatuaggio fosse corrente in Tracia, vale a dire in una cultura presso la quale sono attestate figure di sciamani dai tratti simili a quelli attribuiti ad Epimenide.
Per districarci nella questione è opportuno chiarire preliminarmente cosa fosse scritto sulla pelle. L’allusione a cose messe da parte o nascoste (apòtheta) è alquanto criptico, ma è ragionevole assumere che si trattasse di uno scritto di Epimenide. Si è pensato, in particolare, ai suoi Oracoli, ed a confortare questa ipotesi c’è la considerazione che a circolare incise su pelli di animali dovevano essere soprattutto le raccolte oracolari, giacché l’utilizzo di un supporto scrittorio giudicato antiquato offriva una patina di arcaicità a tali raccolte; indicativo a questo proposito, è  un frammento euripideo che accenna alla presenza di pelli sulle quali erano scritte le molte voci dell’Apollo delfico. Ebbene, nel momento in cui si accoglie la tesi che gli apòtheta consistevano in oracoli -e su questo concorda anche chi, come Jesper Svembro, aderisce alla tesi di una pelle tatuata- ne deve necessariamente seguire che la tradizione su Epimenide presuppone come quadro di riferimento l’uso di scrivere oracoli su pelli di animali, a meno di non considerare come puramente casuale che il corpo di Epimenide fosse tatuato proprio con quegli oracoli che così spesso erano raccolti sul pelli di cuoio.
Potrebbe sembrare che in questo modo io mi stia schierando decisamente dalla parte di chi considera la pelle di Epimenide un manoscritto vergato su pelle animale. Se è così, vorrei subito correggere la rotta, perché, al contrario, la mia impressione è che la realtà sia alquanto più complessa come lascia suppore un’attenta analisi delle due testimonianze di cui dicevo. La prima è un passo di Plutarco relativo a “Ferecide il saggio, messo a morte dagli Spartani e la cui pelle era conservata dai loro re in obbedienza ad un oracolo“. La seconda è una voce di Stefano Bizantino, che a proposito della città di Anthana scrive: “è chiamata così, secondo Filostefano, da Anthes figlio di Poseidon, sulla cui pelle Cleomene fratello di Leonida, dopo averlo ucciso e scuoiato, scrisse gli oracoli, che in questo modo erano conservati(?)“. Il legame tra queste due testimonianze e la tradizione sulla pelle di Epimenide non è sfuggito alla critica, sebbene non mi risulti che siano mai state considerate tutte e tre insieme; una loro analisi comparativa può allora portare se non alla comprensione del loro esatto significato, quantomeno all’identificazione dei temi che le caratterizzano e del loro rapporto in termini cronologici.
Sebbene la notizia di Stefano Bizantino presenti la singolarità di un personaggio appartenuto all’età del mito ucciso da un re di Sparta vissuto a cavallo tra il VI e V secolo, ciò che ai nostri fini risulta più rilevante è la possibilità di fissare con relativa precisione il momento in cui questa tradizione si è formata. Infatti, la città di Anthana (Anthene, nella dizione ionica) si trova nei pressi di Thyera, all’interno di quella regione nota come Kynouria che fu a lungo contesa fra Spartani ed Argivi; pertanto il rapporto fra questa città ed il re Cleomene va messo verosimilmente in relazione con la campagna che il re spartano condusse contro Argo e che si concluse con la decisiva vittoria spartana a Sepeia intorno al 494. L’altro elemento che merita di essere valorizzato e che questa tradizione, nella misura in cui considera l’uccisione e lo scuoiamento del cadavere come condizione necessaria per giustificare la presenza di una pelle su cui erano incisi oracoli, fa implicitamente riferimento ad una tradizione preesistente che voleva che gli oracoli fossero incisi su pelle umana, rispetto alla quale opera una sorta di razionalizzazione. Peraltro, nel mettere in rilievo la contraffazione di oracoli da parte di Cleomene, la testimonianza di Stefano Bizantino acquisisce significato nel contesto dell’uso spregiudicato degli oracoli proprio di Cleomene, e riflette certamente il punto di vista dei suoi avversari, i quali non avevano alcuna necessità, se avessero voluto semplicemente sottolineare l’azione contraffattrice del sovrano spartano, di ricorrere al motivo dell’uccisione e dello scuoiamento di Anthes. Evidentemente il tema della scrittura di oracoli su pelle umana era già diffuso, e gli avversari di Cleomene intendevano riformularlo in chiave sfavorevole al re. C’è infine un ulteriore elemento da considerare: è assai probabile che il tema dello scuoiamento abbia fatto la sua comparsa per la prima volta proprio nella propaganda ostile a Cleomene, giacché a questa stessa propaganda che addebiterà la pazzia di Cleomene alla sua frequentazione con gli Sciti; ed Erodoto, che riferisce di questa pretesa frequentazione, ricorda anche come fosse costume scitico scuoiare i  nemici uccisi e conciarne la pelle per farne asciugamani o mantelli.
Quanto a Ferecide il saggio, da identificare senz’altro con Ferecide di Sirio, è singolare che fosse stato ucciso e scuoiato un personaggio che gli Spartani stessi onoravano per aver continuato l’opera di Licurgo; la circostanza che lo avessero fatto, come risulta dal contesto in cui Plutarco inserisce questa testimonianza, nelle forme di un sacrificio ed in obbedienza ad un oracolo, suscita perplessità, tanto più che il vocabolario di Plutarco non appartiene alla pratica sacrificale. Sebbene sia impossibile individuare i tempi ed i modi dell’elaborazione di questa tradizione, c’è tuttavia la possibilità di pervenire ad una sua migliore comprensione se si valorizza quello che è il suo elemento più significativo, e cioè il fatto che la pelle di Ferecide venisse conservata dai re. Il rapporto tra Ferecide ed i re Spartani è infatti noto anche attraverso altre fonti che attestano che il primo avrebbe detto ai secondi di non curarsi delle ricchezze, e questa tradizione non può essere indipendente dall’oracolo, che si pretendeva proveniente da Delfi, secondo il quale la cupidigia di ricchezze avrebbe rovinato Sparta. Ne segue che i re spartani avevano ricevuto da Ferecide un consiglio che la tradizione locale considerava alla stregua di un oracolo, ecco che la conservazione da parte loro della pelle di Ferecide non può che alludere nuovamente all’esistenza di una pelle su cui erano incisi gli oracoli (o semplicemente l’oracolo) di Ferecide. Evidentemente anche questa pelle era creduta essere quella del corpo di Ferecide, e ciò richiedeva che egli fosse stato ucciso e successivamente scuoiato.
In breve, se la storia di Cleomene ed Anthes presuppone una tradizione preesistente in cui gli oracoli non erano scritti su un cadavere scuoiato, ma tatuati sulla pelle, e se anche la storia di Ferecide riprende questi stessi temi, dobbiamo dedurne che alla loro base ci sia una tradizione-modello. Essa va senz’altro identificata con quella relativa alla pelle di Epimenide, e per due ragioni: perché è la pelle di Epimenide ad essere divenuta proverbiale; e perché il teme dell’uccisione e dello scuoiamento, che abbiamo visto essere un’elaborazione secondaria, non è attestato per Epimenide, la cui pelle fu trovata tatuata di lettere solo al momento della sua morte. Inoltre, il riferimento ad una pelle tatuata compare all’interno di una testimonianza, quella della Suda, che ha una indubbia coerenza all’interno di un’ottica sciamanica: “di lui si narra -è scritto- che la sua anima usciva quando voleva, e poi rientrava nel corpo; e quando, più in là nel tempo, morì, la sua pelle fu trovata tatuata di lettere“. La pelle, dunque, risulta chiaramente legata a quel corpo dal quale l’anima usciva a suo piacimento, ed è escluso che una tradizione siffatta possa essere sorta per spiegare l’esistenza di una pelle di cuoio conservata a Sparta e su cui erano incisi degli oracoli, tanto più che, nella Suda, nulla si dice né di Sparta né di oracoli.
Le considerazioni fin qui avanzate offrono dunque elementi a favore di entrambe le interpretazioni proposte in relazione alla pelle di Epimenide: da una parte sembra difficile dubitare che la pelle rimandi ad un manoscritto di cuoio contenente gli oracoli attribuiti ad Epimenide; dall’altra si direbbe che il tema della scrittura sul corpo rappresenti un elemento antico, probabilmente originario, della tradizione. A mio avviso, l’unico modo per uscire da questa impasse è ammettere che nel momento stesso in cui fece la sua comparsa a Sparta una raccolta di oracoli attribuiti ad Epimenide sopravvissuto nella forma di pelle essiccata, questa comparsa sia stata accompagnata da una tradizione che voleva che lo strumento scrittorio sul quale gli oracoli erano incisi fosse non la consueta pelle di animali scuoiati, ma il corpo stesso di Epimenide sopravvissuto nella forma di pelle essiccata; probabilmente, questa tradizione risultava credibile perché legittimata dai tratti sciamanici legati alla figura di Epimenide, che facevano ritenere che il saggio cretese, una volta che l’anima avesse definitivamente abbandonato il suo corpo, potesse ancora parlare attraverso gli oracoli incisi su di esso e dai quali egli, secondo la suggestiva interpretazione di Jesper Svembro, non poteva più essere separato. Risulta altresì chiaro che la conservazione a Sparta di una pelle che non fosse scissa dal corpo di Epimenide, poteva facilmente generare la tradizione sulla presenza, nella città lacone, di una sua tomba.
Quanto alla cronologia, mi sembra possibile pervenire a queste conclusioni: le tradizioni sullo scuoiamento di cadaveri risalgono agli ultimi anni del regno di Cleomene e cioè al primo decennio del V secolo; esse presuppongono una tradizione preesistente che voleva che gli oracoli fossero tatuati sul corpo; il modello che è alla base di tali tradizioni è la storia proverbiale della pelle di Epimenide, che pertanto si data senza incertezze al VI secolo. Ne deduciamo un convergenza in termini cronologici fra la tradizione sulla pelle di Epimenide su cui erano scritti oracoli, e la profezia relativa ad una sconfitta che gli Spartani subirono nei primi decenni del VI secolo e che fu attribuita -ovviamente post-eventum– ad Epimenide; ciò induce a ritenere certo che quella profezia facesse parte della raccolta oracolare incisa sulla pelle di Epimenide.
Resta da chiarire a chi spettasse la custodia di questi oracoli, che, in quanto apòtheta, erano riservati a “lettori particolarmente qualificati, del genere degli esegeti“. La testimonianza di Pausania che ricorda come la tomba di Epimenide si trovasse presso gli antichi Ephoreîa -nel cuore politico della città- non lascia molto spazio a dubbi. Che la pelle di Epimenide fosse conservata dagli efori è una circostanza tanto più significativa in quanto rappresenta, rispetto alle tradizioni di Ferecide ed Anthes che mettono in gioco i re, un elemento peculiare. In particolare, è rilevante osservare che proprio in relazione alla battaglia dei ceppi profetizzata da Epimenide esisteva anche una diversa tradizione oracolare di origine delfica; e poiché, come è noto, i re spartani mantenevano un rapporto personale con l’oracolo di Apollo attraverso dei magistrati, i cosiddetti Pizii,  che essi stessi sceglievano perché consultassero l’oracolo a loro nome, l’esistenza di due opposte tradizioni oracolari intorno allo stesso evento sembra interpretabile nel senso di un conflitto istituzionale tra re ed efori nella prima metà del VI secolo. E’ dunque probabile che nel momento in cui, fra VII e VI secolo, si accrebbe il potere dell’eforato, questa magistratura abbia sentito il bisogno di richiamarsi ad una fonte di sapere profetico diversa dall’oracolo delfico, e la custodia di una raccolta oracolare attribuita ad Epimenide aveva il sapore di una scelta compiuta in consapevole opposizione, perché il saggio cretese era colui che aveva negato che vi fosse un ombelico della terra e del mare, sfidando in questo modo la centralità culturale dell’oracolo delfico nel mondo greco.

(da Epimenide a Sparta, di Marcello Lupi in Epimenide cretese (cfr. bibliografia)

Riflessione.

2 giugno 2016 - Leave a Response

Lascio ai legulei certi compiti che non saprei come assolvere. 

Associare alla dignità umana il bene di tutti è una nobile finalità che si poggia purtroppo su categorie troppo astratte. È necessario, perciò, precisare cos’è la dignità, in particolare quella dell’uomo; cos’è l’uomo e il bene; che intendere con tutti e specialmente discernere questa particolarissima specie di relazione di associazione. Tutto ciò per un fine nobile ma concreto, cioè quello di dimostrare che non c’è un’alternativa realistica a questo processo che è la causa ultima del percorso ineluttabile innestatosi sulla sapienza filosofica, che giunge a noi dopo un paio di millenni, approfondito e illuminato dalla non-violenza che si costituisce come il tratto innovativo apportato dalla cultura contemporanea post-bellica. La relazione di associazione tra “la dignità umana” e “il bene di tutti” è biunivoca, nel senso che la più elementare prova ermeneutica che consiste nel rovesciamento dei termini posti a confronto non provoca turbativa di senso. I termini non sono in alcun modo contrari o contrapposti tra loro potendosi ben coltivare entrambi. La non puntuale coincidenza dei loro rispettivi campi di esistenza pone, però, gravi problemi nel processo di assimilazione messo a tema. Inoltre, considerevoli forze centripete e resistenze di varia natura si oppongono o, quanto meno, turbano il procedimento che, è bene dirlo, rientra nel campo luciferino dell’ingegneria sociale. Trincerarsi dietro il comune senso positivo che si attribuisce a termini quali “dignità” e “bene” non serve a nulla poiché, se isolati e opportunamente stressati, si può sofisticamente dimostrare che queste stesse parole risultano contraddittorie, all’estremo vuote di significato. Ma, una bottiglia, sebbene oggetto consistente, è priva di senso se non la si associa all’acqua, al vino, all’olio o ad altro liquido che convenientemente può contenere. Allo stesso modo l’uomo, quest’essere di mezzo indeterminato se si esclude la volontà d’essere qualcosa secondo il suo libero arbitrio, è privo di senso se non lo si associa a un contenuto. Attraverso quale meccanismo un’idea astratta come la dignità può essere assimilata da un essere concreto, l’uomo, è della massima importanza. La dignità ha poco a che fare con l’orgoglio e i suoi attributi di sostanza si scontrano necessariamente con aspetti materiali quali la fame e la malattia; all’Essere sazio e sano si può domandare d’avere dignità, altrimenti … Il bilanciamento omeostatico fra i tre diritti fondamentali (Vita, Libertà e Proprietà) è continuamente messo in dubbio e turbato da proposte politiche, anacronistiche ma diffuse, che si fondano su categorie quali “Guerra giusta”, “Razza”, “Confini nazionali” o deliberatamente ignorato. Il desiderio di circoscrivere il diritto di proprietà nei suoi confini giusnaturalistici originari è divenuto un’utopia se l’uno percento dalla popolazione mondiale possiede più del restante novantanove percento. Così, il forte, giustificato e autorevole grido d’allarme dei poteri religiosi contro il relativismo assume un tono più consono alla filosofia che al fideismo di cui la stessa filosofia è acerrima nemica. Come si giustificano gli sprechi evidenti della cultura consumistica dei paesi ricchi al cospetto delle più essenziali ed elementari necessità delle popolazioni povere cui si potrebbe largamente far fronte con questi? Purtroppo l’episteme, ciò a cui la filosofia si è occasionalmente ridotta, è incapace di fare da eco a questo allarme contro l’egoismo mortifero. L’aritmetica, la più elementare dottrina pitagorica, condanna tutto ciò inesorabilmente.Solo in rari e brevi momenti nella storia si è compreso che il benessere individuale dipende da quello collettivo e se ne è tratto buon consiglio. Nemmeno la scuola stoica, che ha interessato parecchi governatori è formato stuoli di burocrati benestanti, ha mai inciso significativamente per il formarsi fra il popolo o almeno nella sua maggioranza di questo ethos. Di più hanno fatto e stanno facendo le religioni compassionevoli, purtroppo però senza mai uscire come del resto lo stoicismo, dal recinto del volontarismo della responsabilità individuale. Quantunque le categorie del vero, del buono e del bello siano dialetticamente vetuste, ci rimane quella dell’utile alla quale siamo destinati ad ancorarci per difendere il vero, il buono e il bello che permangono intatte, nonostante le apparenze, nella struttura originaria del mondo. Forse, questa è la ricetta più persuasiva e vale la pena di esplorarne fino in fondo le potenzialità. Conviene all’Occidente perseverare, o sarebbe più razionale progettare una più equa distribuzione delle risorse che disinneschi le giustificate proteste, anche violente, di chi raccoglie solo le briciole del frutto del Pianeta? A sentire i moderni sofisti dovremmo prima a risolverci se ciò coincida col buono, col vero e col bello, tutte categorie che si sono impegnati a negare con argomenti eristici; ci vuol tanto a cogliere la difformità naturale di questa posizione? Conviene all’Occidente perseverare, o sarebbe più razionale progettare una più equa distribuzione delle risorse che disinneschi le rivendicazioni violente di gruppi di potere periferici condannandoli alla dialettica pacifica che il rispetto della Storia esige? È oramai un assunto culturale che una femmina bianca europea può fare dovunque tutto ciò che fa un maschio di qualunque estrazione; perché non può fare allo stesso modo un individuo di qualsiasi sesso africano, asiatico di razza pura o meticcia del SudAmerica o dell’Oceania e trapiantarsi dove vuole nel regno dell’opulenza? Abbiamo a disposizione meno di 70 mq di globo terracqueo ciascuno, come si può pensare di rimanere estranei al destino di ognuno dei nostri coinquilini? Solo gli sciocchi o i pazzi insensati possono crederlo o qualche mente criminale disposta al genocidio.

Riflessione

20 maggio 2016 - Leave a Response

Associare alla dignità umana il bene di tutti è una finalità che si poggia su categorie massimamente astratte. È necessario, perciò, precisare cos’è la dignità, in particolare quella dell’uomo; cos’è l’uomo e il bene; che intendere con tutti e specialmente discernere   questa particolarissima relazione di associazione. Tutto ciò per un fine concreto, cioè quello di dimostrare che non c’è un’alternativa realistica a questo processo che è la causa ultima del percorso innescato dalla sapienza filosofica.

L’uomo.

25 aprile 2016 - Leave a Response

Sebbene quegli elementi che alludono a un disegno preciso e preordinato d’un Artefice mi risultino vacui, la dichiarazione di Pico, nella parte in cui si limitava a descrivere la natura umana in base a una dinamica bipolare e dialettica che  universalmente può essere effettivamente riscontrata, mi convince sia fondata.
Decidere della natura indeterminata, oscillante dell’uomo e accogliere, isolandolo, il senso del  noto frammento di Protagora (DK 80B1) è costitutivo d’un pensare filosofico conforme alla sua disciplina.

O Adamo, non ti abbiamo dato una sede determinata, né una figura tua propria, né alcun dono peculiare, affinché questa sede, quella figura, quei doni che tu stesso sceglierai, tu li possegga come tuoi propri, secondo il tuo desiderio e la tua volontà. La natura ben definita assegnata agli altri esseri è racchiusa entro leggi da noi fissate. Tu che non sei racchiuso entro alcun limite, stabilirai la tua natura in base al tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho consegnato. Ti ho collocato come centro del mondo perché tu da lì tu potessi meglio osservare tutto quanto è nel mondo. Non ti creammo né celeste né terreno, né mortale né immortale, in modo tale che tu quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa forgiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai secondo la volontà del tuo animo essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine.
(Giovanni Pico della Mirandola, Oratio de homini dignitate, 18-23)

EnnyHermann

22 aprile 2016 - 2 Risposte

Heidegger non fu un progressista (non arrivo a chiamarlo reazionario, ma certamente fu tradizionalista) e lo spirito nazionalista e sciovinista che pervade l’intera scuola filosofica tedesca moderna, concordo con te, è antifilosofico quanto indisponente. Anche il pensiero del Nostro non ne è esente, ma è come dire: prendere o lasciare, fa parte dello spirito della loro storia.
Un regime totalitario nazionalista come quello nazista ebbe bisogno di riferimenti popolari radicati, meglio se folcloristici e li trovò anche nel “völkisch”, ma non credo che questo appiglio fu indicato da Heidegger; avanzare questa ipotesi per avvalorare la tesi di una complicità fondante del Nostro col regime mi appare azzardato e, quindi, da escludere.
Compromissione, ma non fondativa, che in effetti ci fu come egli stesso ammette, ma in un modo che deve essere esaminato col suo modo e nel suo mondo.
Queste sono alcune delle risposte che usò nell’intervista allo Spiegel (“Ormai solo un Dio ci può salvare” pubblicato da Guanda e, mi pare, già consigliato da Nat tempo fa) che ho riesumato per risponderti e che ti invito a riprendere:

 “Non vedevo allora nessun’altra alternativa. Nella generale confusione delle idee e delle tendenze politiche di [trentadue] partiti si trattava di trovare una posizione nazionale e soprattutto sociale all’incirca nel senso del tentativo di Friedrich Naumann”. Prosegue incalzato dallo Spiegel che gli chiede perché non si era occupato di politica prima del rettorato “In quel tempo ero ancora completamente occupato dai problemi sviluppati in Essere e Tempo e negli scritti e conferenze degli anni successivi: problemi fondamentali del pensiero che, [indirettamente], riguardano anche questioni nazionali e sociali.” (pagg. 119-121).
Chiede lo Spiegel “Lei riteneva di poter ottenere un risanamento dell’Università insieme coi nazionalisti?” Risponde Heidegger “Non è l’espressione esatta: non <insieme coi nazionalsocialisti>, bensì: l’Università doveva rinnovarsi in base a una propria presa di coscienza e guadagnare in tal modo una stabile posizione rispetto al pericolo della politicizzazione della scienza -nel senso sopra indicato.” (pag. 122).
Chiede lo Spiegel “Lei disse nell’autunno del 1933: <Non teoremi e ‘idee’ siano le regole del vostro essere. Il Führer stesso e solo lui è la realtà effettuale tedesca dell’oggi e del domani e la sua legge>”. Risponde Heidegger “Queste frasi non si trovano del discorso del rettorato … [Mentre assumevo] il rettorato, avevo ben chiaro che senza compromessi non ce l’ avrei fatta. Le frasi citate, oggi non le scriverei più. Cose del genere non le ho più dette già nel 1934. (pagg. 123-124).
Lo Spiegel richiama una parte del contenuto di Introduzione alla metafisica del 1935 “Ciò che oggi viene spacciato in giro come filosofia del nazionalsocialismo, ma che non ha minimamente a che fare con l'[interna] verità e grandezza di questo movimento (e cioè con l’incontro della tecnica planetaria con l’uomo moderno), pesca nel torbido dei ‘valori’ e delle ‘totalità’.” Ora, le parole in parentesi sono state [da Lei] aggiunte solo nel 1953 … o queste parentesi esplicative stavano già lì dal 1935?” Risponde Heidegger “Stavano già nel mio manoscritto e corrispondevano esattamente alla concezione che allora avevo della tecnica e non ancora alla tarda interpretazione dell’essenza della tecnica come postura (Ge-stell) … Continua Heidegger poco sotto “… Nel frattempo, nei trent’anni che sono passati dovrebbe essere risultato chiaro che il movimento planetario della tecnica moderna è una potenza la cui grandezza, storicamente determinante, non può essere in alcun modo sopravvalutata. È per me oggi un problema decisivo come si possa attribuire un sistema politico – e quale – all’età della tecnica. A questa domanda non so dare alcuna risposta. Non sono convinto che sia la democrazia. (pagg. 142-144).

Converrai con me che Heidegger fu un uomo di intelligenza superiore e un filosofo di prima grandezza. Se tali ingenuità miste a intuizioni geniali furono da lui praticate, capirai bene la mia diffidenza -direi terrore! che il potere politico possa cadere in mano a un filosofo.
La frattura tra il periodo della sapienza e quello della filosofia pagana successiva è, a mio avviso, un fatto incontrovertibile. Che Heidegger abbia tentato, tra mille difficoltà, di ricomporla è un suo merito, ma ne parleremo magari dopo. Per ora mi fermo per darti la possibilità di rispondere.

 

12 aprile 2016 - Leave a Response

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Schema aristotelico

27 marzo 2016 - Leave a Response

Il pensiero discorsivo è condannato a procedere per opposizioni, sulla realtà proietta un sistema di antitesi. Fra gli opposti si disdinguono tre tipi.

I CONTRARI stanno agli estremi di uno stesso genere di cose, come le due proposizione “tutto è vero” e “tutto è falso”. Hanno di caratteristico che si negano a vicenda (se tutto è vero anche “tutto è falso” lo sarà, e viceversa) e che possono essere entrambi falsi (dati i contrari avarizia e prodigalità, c’è chi non cade in nessuna delle due).

I SUBCONTRARI sono contrari attenuati, come nell’antitesi parsimonioso/generoso rispetto all’antinomia prodigo/avaro. A differenza dei contrari, i subcontrari possono incontrarsi a metà strada: chi spende il giusto da un lato e la generosità dall’altro.

I CONTRADDITTORI invece impongono un aut aut, se l’uno è vero, l’altro è falso e viceversa, come le coppie avarizia/generosità o prodigalità/parsimonia.

Rientrano nello schema le quadernità naturali (caldo/freddo, tiepido/fresco; estate/inverno, primavera/autunno; giorno/notte, mattina/sera) e anche i quattro elementi, essendo contrari i movimenti distintivi del Fuoco e dell’Acqua, subcontrari quelli dell’Aria e della Terra. Fra questi ultimi il punto di mediazione era tradizionalmente l’Uomo, in quanto fatto d’argilla in cui era soffiato lo spirito.

Cos’è la bioetica?

6 marzo 2016 - Leave a Response

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Scrivendo e leggendo si schiariscono i concetti. Invoco la Musa affinché anche stavolta sia così.