Θεοφραστος

De physicorum opinionibus
libri primi fragmenta.

Talete poi, secondo la tradizione, è stato il primo a rivelare ai Greci l’indagine intorno alla natura: certo ci sono stati anche molti altri che l’hanno preceduto, […] ma lui li superò di molto, tanto da oscurare tutti quelli che c’erano stati prima di lui.
Θαλης δε πρωτος παραδεδοται την περι φυσεως ιστοριαν Ελλνσιν εκφηναι πολλων μεν και αλλων προγεγονοτων […] αυτος δε πολυ διενεγκων εκεινων ως αποκρυψαι παντας τους προ αυτου.
Anassimandro figlio di Prassiade, da Mileto -successore e discepolo di Talete- dichiarò l’infinito sia principio sia elemento delle cose che sono, e fu il primo a introdurre questo nome di «principio». Egli dice, orbene, che il principio non è acqua né alcun altro dei cosiddetti elementi, bensì una certa natura infinita differente, da cui sorgono tutti i cieli e i mondi in essi contenuti. «Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che deve essere: le cose che sono, difatti, subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia, secondo il decreto del Tempo»: tali cose le esprime in questi termini piuttosto poetici. Ed è chiaro che Anassimandro, riconosciuta la trasformazione l’uno nell’altro dei quattro elementi, ritiene ingiustificato di stabilire uno solo di questi come sostrato, e pensò invece di stabilire come tale qualcos’altro al di là degli elementi. Costui poi riconduce la generazione […] al separarsi dei contrari attraverso il movimento eterno.
E tali cose […] Anassagora le dice quasi nello stesso modo di Anassimandro: costui infatti asserisce che nella separazione dell’infinito le cose omogenee si muovono le une verso le altre, e che sorge oro poiché nel tutto originario c’era oro, sorge invece terra perché nel tutto originario c’era terra, similmente a quel che accade anche a ciascuna delle altre cose, in quanto esse non nascono, ma sono immanenti già prima. Ma come causa del movimento e della generazione, Anassagora stabilì l’intuizione, e le parti separate per opera di questa dettero origine sia ai mondi sia alla natura delle altre cose. E tali essendo le teorie di questi due […] sembrerebbe che Anassagora consideri i principi materiali come infiniti, e la causa invece del movimento e della generazione come una sola, l’intuizione. Se poi si vuol supporre che la mescolanza di tutte le cose sia una sola natura, indefinita tanto per la specie quanto per la grandezza, ne discende che Anassagora riduce a due i principi, cioè la natura dell’infinito e l’intuizione: risulta dunque evidente che considera gli elementi corporei quasi allo stesso modo di Anassimandro.
[…] Venuto dopo costui, poi, Parmenide figlio di Pyres, da Elea […] percorse entrambe le strade. Difatti dichiara che il tutto dura sempre, e assieme cerca di spiegare la generazione delle cose che sono. Le sue convinzioni sui due argomenti non si possono accomunare: piuttosto, secondo verità egli sostiene che il tutto è uno e ingenerato e di aspetto sferico; secondo invece l’opinione dei molti, al fine di spiegare la generazione delle cose apparenti stabilisce che i principi siano due, fuoco e terra, la seconda intesa come materia, il primo per contro come causa e agente.

Αναξιμανδρος μεν Πραξιαδου Μιλησιος  Θαλου γενομενος διαδοχος και μαθητης αρχην τε και στοιχειον ειρηκε των οντωω το απειρον, πρωτος τουτο τουνομα κομισας της αρχης· λεγει δε αυτην μητε υδωρ μητε αλλο τι των καλουμενων ειναι στοιχειων, αλλ ετεραν τινα φυσιν απειρον, εξ ης απαυτας και τους εν αυτοις κοσμους· «εξ ων δε η γενεσις εστι τοις ουσι, και την φθοραν εις ταυτα γινεσθαι κατα το χρεον· διδοναι γαρ αυτα δικην και τισιν αλληλοις της αδικιας κατα την του Χρονου ταξιν», ποιητικωτεροις ουτως ονομασιν αυτα λεγων. δηλον δε εστι την εις αλληλα μεταβολην των τετταρων στοιχειων ουτος θεασαμενος ουκ ηξιωσεν εν τι τουτων υποκειμενον ποιησαι, αλλα τι αλλο παπα ταυτα.  ουτος δε […] την γενεσιν ποιει […] αποκρινομενων των εναντιων δια της αιδου κινησεος.
και ταυτα […] παραπλησιως τωι Αναξιμανδρωι λεγειν τον Αναξαγοραν· εκεινος γαρ φησιν εν τηι διακρισει του απειρον τα συγγενη φερεσθαι προς αλληλα και οτι μεν εν τωι παντι χρυσος ην γινεσθαι χρυσον, οτι δε γη γην ομοιως  δε και των αλλων εκαστον ως ου γινομενων, αλλ ενυπαρχοντων προτερον· της δε κινησεων και της γεωεσεως αιτιοω επεστησε τον νουν ο Αναξαγορας, υφ ου διακρινομενα τους τε κοσμους και την των αλλων φυσιν εγεννησαν. και ουτω μεν […] λαμβανοντων δοξειεν αν ο Αναξαγορας τας μεν υλικας αρχας απειρους ποιειν, την δε της κινησεως και της γενεσεως αιτιαν μιαν τον νουν. ει δε τις την μιξιν των απαντων υπολαβοι μιαν ειναι φυσιν αοριστον και κατ ειδος και κατα μεγεθος, συμβαινει δυο τας αρχας αυτον λεγειν την τε του απειρου φυσιν και τον νοθν, ωστε φαινεται τα σωματικα στοιχεια παραπλησιως ποιων Αναξιμανδρωι.
[…]τουτωι δε επιγεωομενος Παρμενιδες Πυρητος ο Ελεατης […] επ αμφοτερας ηλθε τας οδους. και γαρ ως αιδιον εστι το παν αποφαινεται και γενεσιν αποδιδοναι πειραται των οντων, ουχ ομοιως περι αμφοτερων και σφαιροειδες υπολαμβανων, κατα δοξαν δε των φαινομενων δυο ποιων τας αρχας, πθρ και γεν την μεν ως υλην το δε ως αιτιον και ποιουν.
Ciò che è al di là di ciò che è non è; ciò che non è è nulla; dunque uno solo è ciò che è.
το παρα το ον ουκ ον, το ουκ ουδεν, εν αρα το ον.
Senofane di Colofone, poi assume che unico è il principio, ossia che uno solo è ciò che è -e il tutto- (precisamente, né limitato né infinito né in movimento né fermo), dicendo pressappoco le stesse cose che dice appunto Parmenide. […] La menzione delle opinioni di costui è pertinente ad un’altra indagine, piuttosto che a quella intorno alla natura.
μιαν δε την αρχην ητοι εν το ον και παν (και ουτε πεπερασμενον ουτε απειρον ουτε κινουμενον ουτε ηρεμουν) <Ξενοφανες ο Κολοφωνιος υποτιθεται, σχεδον ταυτα λεγον ωσπερ και Παρμεδιδης.> […] ετερας ειναι μαλλον η της περι φυσεως ιστοριας την μνημην της τουτου δοξης.
Leucippo peraltro, di Elea oppure di Mileto -di lui si dicono infatti entrambe le cose- unitosi a Parmenide nella filosofia, riguardo alle cose che sono non batté la stessa strada di Parmenide e di Senofane, bensì, a quanto sembra, la strada contraria. Difatti, mentre quelli stabiliscono il tutto come unico e immobile e ingenerato e limitato, senza neppure ammettere la ricerca di ciò che non è, costui assunse gli atomi come elementi, infiniti e sempre in movimento, e suppose infinito il numero delle loro figure, per il fatto che tali elementi non hanno per nulla una figura piuttosto che un’altra, e in quanto lui osservava che la generazione e il mutamento sono incessanti tra le cose che sono. Inoltre poi, secondo lui, ciò che è sussiste nella stessa misura di ciò che non è, ed entrambi sono ugualmente causa delle cose che nascono. Supponendo infatti la sostanza degli atomi come compressa e piena, a essa diede l’attributo di essere, e disse che si muove nel vuoto: quest’ultimo lo chiamava appunto ciò che non è, ed afferma che è nella stessa misura di ciò che è.
E quasi nello stesso modo anche il suo seguace, Democrito di Abdera, pose come principi  il pieno ed il vuoto: il primo di questi lo chiamava ciò che è, il secondo invece ciò che non è. […] Essi suppongono infatti che per natura il simile è mosso dal simile, e che le cose omogenee si portano le une verso le altre, e che ciascuna delle figure, disposta in una differente commistione, produce un altro ordinamento. Di conseguenza, posto che i principi siano infiniti, con buone ragioni offrivano di spiegare tutte le affezioni e le sostanze, e da che cosa e come nasca alcunché. Perciò affermano anche che tutto accade secondo ragione soltanto per coloro che stabiliscono i principi come infiniti. […]
Anche Metrodoro di Chio, poi,  stabilisce pressappoco gli stessi principi dei seguaci di Democrito, assumendo come cause prime il pieno ed il vuoto: al primo di questi dà l’attributo di essere, al secondo invece di non essere. Sugli altri argomenti, peraltro, assume un metodo comunque proprio.
(segue)
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