ΠΑΡΜΕΝΙΔΗΣ

Al carattere personale e filosofico di Parmenide l’antichità tributa un rispetto singolare: l’eleate del Sofista platonico lo chiama (237 A) Π. ο μεγας, Socrate nel Teeteto (183 E) dice di lui: Π. δε μοι φαινεται το του Ομηρου αιδοιος τε αμα δεινος  τε… xαι μοι εφανη βαθος τι εχειν πανταπασι γενναιον, e in Parmenide 127 B lo descrive come un vegliardo di aspetto venerabile e di dolce e amichevole natura. ARIST. in Metaph. I 5,986 b 25 [DK, 21 A 30] gli dà una decisa preferenza sopra Senofane e Melisso sotto il rispetto scientifico. TIMONE fr. DIELS ap. DIOG. IX 23 [= DK 28 A 1], dice: Παρμενιδεω τε βιην μεγαλοφρονα την πολυδοξον, per non menzionare gli scrittori posteriori.
(Eduard Zeller, Gli Eleati, pag. 171 cfr. bibliografia)
Parmenide ha esposto le sue vedute filosofiche in un poema didascalico … i cui frammenti … È incerto e indifferente per noi se CALLIMACO, secondo DIOG. IX 23 [= DK 28 A 1] abbia messo in dubbio la loro autenticità. Il titolo Περι φυσεως, che non si può indurre con sicurezza da TEOFRASTO … gli è attribuito da SEXT. Math. VII 111 [= DK 28 B 1]
(Eduard Zeller, Gli Eleati, pag. 171 cfr. bibliografia).

Il poema di Parmenide, ci dice SIMPLICIO (Phys. 144, 28) già nel IV secolo era ormai assai raro; in effetti, dopo Simplicio, nessun scrittore sembra averlo letto direttamente. DIELS, Parm. Lehgr., p. 26, dice che l’esemplare di Simplicio doveva essere eccellente e doveva probabilmente derivare dalla biblioteca dell’Accademia ateniese; questo esemplare non doveva, tuttavia, essere identico a quello usato da PROCLO nel V secolo. Sempre il DIELS (loc. cit.) ricorda che le più vecchie testimonianze del poema parmenideo sono: EMPEDOCLE (che lo combatte e lo imita ad un tempo), PLATONE (che non lo cita con precisione), ARISTOTELE (il cui esemplare era peggiore di quello usato da TEOFRASTO).
(Giovanni Reale, Gli Eleati, pag. 172 cfr. bibliografia)
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Il Poema sulla Natura
– Proemio
– Frammento 1

Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuol giungere
ιπποι ται με φερουσιν, οσον τ’ επι Θυμος ιxανοι
mi accompagnarono, dopo che mi ebbero condotto e mi ebbero posto sulla via che dice molte cose,
πεμπον, επει μ’ ες οδον βησαν πολυφημον αγουσαι
che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi l’uomo che sa.
δαιμονος, η xατα παντ αστη φερει ειδοτα φοτα
Là fui portato. infatti, là mi portarono accorte cavalle
τηι φερομην τηι γαρ με πολυφραστοι φερον ιπποι
tirando il mio carro, e fanciulle indicavano la via.
αρμα τιταινουσαι, xουραι δ’ οδον ηγεμοευον
L’asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,
αξων δ’ εν χνοιηισιν ιει σιριγγος αυτην
infiammandosi -in quanto era tenuto da due rotanti
αιθομενος (δοιοις γαρ επειγετο δινοτοισιν
cerchi da una parte e dall’altra-, quando affrettavano il corso per accompagnarmi,
xυxλοις αμφοτερωθεν), οτε σπερχοιατο πεμπειν
le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
Ηελιαδες xουραι, προλιπουσαι δωματα Νυxτος,
verso la luce, togliendomi con le mani il velo dal capo.
εις φαος, ωσαμεναι xρατων απο χερσι xαλυπτρας.
Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,
ενθα πυλαι Νυxτος τε xαι Ηματος εισι xελευθων
con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;
xαι σφας υπερθυρον αμφις εχει xαι λαινος ουδος
e la porta, eretta nell’etere, è rinchiusa da grandi battenti.
αυται δ’ αιθεριαι πληνται μεγαλοισι θυρετροις.
Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
των δε Διxη πολυποινος εχει xληιδας αμοιβους.
Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,
την δη παρφαμεναι xουραι μαλαxοισι λογοισιν.
con accortezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello
πεισαν επιφραδεως, ως σφιν βαλανωτον οχηα
senza indugiare togliesse alla porta. E questa, subito aprendosi,
απτερεως ωσειε πυλεων απο. ται δε θυρετρων
produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare
χασμ αχανες ποιησαν αναπταμεναι πολυχαλxους
nei cardini, in senso inverso, i bronzei assi
αξονας εν συριγξιν αμοιβαδον ελιξασαι
fissati con chiodi e con borchie. Di là subito, attraverso la porta,
γομφοις xαι περονηισιν αρηροτε. τηι ρα δι αυτεον
diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.
ιθυς εχον xουραι xατ’ αμαξιτον αρμα xαι ιππυς.
E la Dea di buon animo mi accolse, e con la sua mano la mia mano destra
xαι με θεα προφρων υπεδεξατο, χειρα δε χειρι
prese, e incominciò a parlare così e mi disse:
δεξιτερην ελεν, ωδε δ’ επος φατο xαι με προσηυδα:
«O giovane, tu che compagno di immortali guidatrici,
ω xουρ αθανατοισι σιναορος ηνιοχοισιν,
con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
ιπποις ται σε φερουσις ιxανων ηνετερον δω,
rallegrati, poiché non un’infausta sorte ti ha condotto a percorrere
χαιρ, επει ουτι σε μοιρα xαxη προυπεμπε νεεσθαι
questo cammino -infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini-,
τηνδ’ οδον (η γαρ απ ανθρωπων εxτος πατου εστιν),
ma legge divina e giustizia. Bisogna che tu tutto apprenda:
αλλα θεμις τε διxη τε. χρεω δε σε παντα πυθεσθαι
e il solido cuore della Verità ben rotonda
ημεν Αληθειης ευxυxλεος ατρεμες ητορ
e le opinioni dei mortali, nelle quali non c’è una vera certezza.
ηδε βροτων δοξας, ταις ουx ενι πιστις αληθης.
Eppure anche questo imparerai: come le cose appaiono
αλλ εμπης xαι ταυτα μαθησεαι, ως τα δοxουντα
bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso».
χρην δοxιμως ειναι δια παντος παντα περ οντα.
(Traduzione di Giovanni Reale cfr. bibliografia)

– Proemio
– Frammento 1

Le cavalle che mi trascinano, tanto lungi, quanto il mio animo lo poteva desiderare mi fecero arrivare, poscia che le dee mi portarono sulla via molto celebrata che per ogni regione guida l’uomo che sa.
Là fui condotto: là infatti mi portarono i molti saggi corsieri che trascinano il carro, e le fanciulle mostrarono il cammino.
L’asse nei mozzi mandava un suono sibillante, tutto un fuoco (perché premuto da due rotanti cerchi da una parte e dall’altra) allorché si slanciarono le fanciulle figlie del Sole, lasciate le case della Notte, a spingere il carro verso la luce, levatisi dal capo i veli.
Là è la porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno, e un architrave e una soglia di pietra la puntellano: essa stessa nella sua altezza è riempita da grandi battenti, di cui la Giustizia che molto punisce, ha le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle allora, rivolgendole discorsi insinuanti, la convinsero accortamente a togliere per loro la sbarra velocemente dalla porta. La porta spalancandosi aprì ampiamente il vano dell’intelaiatura, i robusti bronzei assi facendo girare nei loro incavi uno dopo l’altro: gli assi fissati con cavicchi e punte. Per di la’ attraverso la porta subitaneamente diressero lungo la carreggiata carro e cavalli.
La dea mi accolse benevolmente, con la mano la mano destra mi prese e mi rivolse le seguenti parole:
«O giovane, che insieme a immortali guidatrici giungi alla nostra casa con le cavalle che ti portano, salute a te!
Non e’ un potere maligno quello che ti ha condotto per questa via (perché in verita’ e’ fuori dal cammino degli uomini), ma un divino comando e la giustizia. Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa, sia l’animo inconcusso della ben rotonda Verità sia le opinioni dei mortali, nelle quali non risiede legittima credibilità.
Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi».
(Versione di Pilo Albertelli da Diels e Kranz, cfr. bibliografia)

– Prima Parte
L’Essere e la Verità

– Frammento 2
Orbene, io ti dirò -e tu ascolta e ricevi la mia parola-
ει δ’ αγ εγων ερεω, xομισαι δε συ μυθον αxουας
quali sono le vie di ricerca che sole si possano pensare:
αιπερ οδοι μουναι διζησιος εισι νοησαι:
l’una che “è” e che non è possibile che non sia
η μεν οπως εστιν τε xαι ως ουx εστι μη ειναι
-è il sentiero della Persuasione, perché tien dietro alla Verità-
Πειθους εστι xελευθος (Αληθειηι γαρ οπηδει)
l’altra che “non è” e che è necessario che non sia.
η δ’ ως ουx εστιν τε xαι ως χρεων εστιν μη ειναι
E io ti dico che questo è un sentiero su cui nulla si apprende.
την δη τοι φραζω παναπευθεα εμμεν αταρπον
Infatti, non potresti conoscere ciò che non è, perché non è cosa fattibile,
ουτε γαρ αν γνοιης το γε μη εον (ου γαρ ανυστον)
né potresti esprimerlo.
ουτε φρασαις.
(Traduzione di Giovanni Reale cfr. bibliografia)

– Frammento 2
Orbene io ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole, quali vie di ricerca sono le sole pensabili:
l’una che è e che non è possibile che non sia, è il sentiero della Persuasione (giacché questa tien dietro alla Verità);
l’altra che non è e che non è possibile che non sia, questa io ti dichiaro che è un sentiero del tutto inindagabile: perché il non essere né lo puoi pensare (non è infatti possibile), né lo puoi esprimere.
(Versione di Pilo Albertelli da Diels e Kranz, cfr. bibliografia)

– Frammento 3
…Infatti lo stesso è pensare ed essere
… το γαρ αυτο νοειν εστιν τε xαι ειναι
(Traduzione di Giovanni Reale cfr. bibliografia)

– Frammento 3
…Infatti il pensare implica l’esistere [del pensato]
(Versione di Pilo Albertelli da Diels e Kranz cfr. bibliografia)

– Frammento 4
Considera come cose che pur sono assenti, alla mente siano saldamente presenti;
λευσσε δ’ ομως απεοντα νοωι παρεοντα βεβαιως
infatti non potrai recidere l’essere dal suo essere congiunto con l’essere,
ον γαρ αποτμηξει το εον του εοντος εχεσθαι
né come disperso dappertutto in ogni senso nel cosmo,
ουτε σxιδναμενον παντηι παντως xατα xοσμον
né come raccolto insieme.
ουτε συνισταμενον.
(Traduzione di Giovanni Reale cfr. bibliografia)

– Frammento 4
Queste cose, benché lontane, vedile col pensiero saldamente presenti;
non infatti distaccherai l’essere dalla sua connessione con l’essere,
né quando sia disgregato in ogni senso completamente con cura sistematica
né quando sia ricomposto.
(Versione di Pilo Albertelli da Diels e Kranz cfr. bibliografia)

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– Frammento 8
Resta solo un discorso della via:
che “è”. Su questa via ci sono segni indicatori
assai numerosi: che l’essere è ingenerato e imperituro, (ως αγενητον εον και ανωλεθρον εστιν)
infatti è un intero nel suo insieme, immobile e senza fine.
Nè una volta era, né sarà, perché è ora insieme tutto quanto,
uno, continuo. Quale origine, infatti, cercherai di esso?
Come e da dove sarebbe cresciuto? Dal non-essere non ti concedo
né di dirlo né di pensarlo, perché non è possibile né dire né pensare
che non è. Quale necessità lo avrebbe mai costretto
a nascere, dopo o prima, se derivasse dal nulla?
Perciò è necessario che sia per intero, o che non sia per nulla.
E neppure dall’essere concederà la forza di una certezza
che nasca qualcosa che sia accanto ad esso. Per questa ragione né il nascere
né il perire concesse a lui la Giustizia, sciogliendolo dalle catene,
ma saldamente lo tiene. La decisione intorno a tali cose sta in questo:
“è” o “non è”. Si è quindi deciso, come è necessario,
che una via si deve lasciare, in quanto è impensabile e inesprimibile, perché non del vero
è la via, e invece che l’altra è, ed è vera.
E come l’essere potrebbe esistere nel futuro? E come potrebbe esser nato?
Infatti, se nacque, non è; e neppure esso è, se mai, dovrà essere in futuro.
Così la nascita si spegne e la morte rimane ignorata.
E neppure è divisibile, perché tutto intero è uguale;
né c’è un di meno, ma tutto intero è pieno di essere.
Perciò è tutto intero continuo: l’essere, infatti, si stringe con l’essere.
Ma immobile, nei limiti di grandi legami
è senza un principio e senza una fine, poiché nascita e morte
sono state cacciate lontane e le respinse una vera certezza.
E rimanendo identico e nell’identico, in se medesimo giace,
e in questo modo rimane là saldo. Infatti, Necessità inflessibile
lo tiene nei legami del limite, che lo rinserra tutt’intorno,
perché è stabilito che l’essere non sia senza compimento:
infatti non manca di nulla; se, invece, lo fosse, mancherebbe di tutto.
Lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero,
perché senza l’essere nel quale è espresso,
non troverai il pensare. Infatti, nient’altro o è o sarà
all’infuori dell’essere, poiché la Sorte lo ha vincolato
ad essere un intero e immobile. Per esso saranno nomi tutte
quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere:
nascere e perire, essere e non-essere,
cambiare luogo e mutare luminoso colore.
Inoltre, poiché c’è un limite estremo, esso è compiuto
da ogni parte, simile a massa di ben rotonda sfera, (ευκυκλου σφαιρης εωαλιγκιον ογκωι)
a partire dal centro uguale in ogni parte: infatti né in qualche modo più grande
né in qualche modo più piccolo è necessario che sia, da una parte o da un’altra.
Né, infatti, c’è un non-essere che gli possa impedire di giungere
all’uguale, né è possibile che l’essere sia dell’essere
più da una parte e meno dall’altra, perché è un tutto inviolabile.
Infatti, uguale da ogni parte, in modo uguale sta nei suoi confini.

Ammasso_m13

Una Risposta

  1. ΤΟ ΓΑΡ ΑΥΤΟ ΝΟΕΙΝ, ΕΣΤΙΝ ΤΕ ΚΑΙ ΕΙΝΑΙ

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