Il Sommario del Parmenide di Platone

Cefalo racconta come, in compagnia di altri filosofi di Clazomene, incontrasse una volta in Atene Adimanto e Glaucone e come chiedesse loro di accompagnarlo da Antifonte, per farsi raccontare la discussione tra Socrate, Parmenide e Zenone, che Antifonte stesso aveva appreso dalle parole di Pitodoro.

atene

Racconto di Antifonte:
in occasione delle Grandi Panatenee, Parmenide già vecchio, e Zenone sulla quarantina, erano venuti ad Atene. In casa di Pitodoro Zenone, alla presenza di molti, tra cui anche Socrate -allora molto giovane- legge il suo libro. (I 126a-127d).
Al termine Socrate si fa rileggere da Zenone la prima ipotesi del suo libro: se le cose sono molte esse sono nello stesso tempo simili e dissimili, il che è assurdo. Socrate nota una consonanza tra le tesi di Parmenide e di Zenone, che questi -con alcune rettifiche- conferma (II 127d-128e).
Obbiezione di Socrate: l’antinomia di Zenone è risolubile mediante la dottrina delle idee e della partecipazione ad essa delle cose; sarebbe invece insolubile se si dimostrasse che la stessa idea del simile è dissimile e quella del dissimile simile (III 128e-130a). Obbiezione generale di Parmenide: esistono veramente idee per ciascuna delle cose sensibili? Per alcune Socrate è certo che esistono, per altre è dubbioso, per altre è certo che non esistano (IV 130a-e).
– Prima difficoltà della dottrina della partecipazione delle cose alle idee: la cosa partecipa di tutta l’idea o di una sua parte? Assurdità di entrambe le ipotesi.
– Seconda difficoltà: il cosiddetto «argomento del terzo uomo» (V 130e-132b).
– Terza difficoltà: le idee non possono essere intese come pensieri.
– Quarta difficoltà: le idee non possono essere intese come modelli.
– Quinta e maggiore difficoltà: le idee e le cose sarebbero su due piani paralleli e fra loro non comunicanti (VI 132b-134a). Le idee sarebbero pertanto del tutto inconoscibili per l’uomo e le cose sensibili sarebbero del tutto inconiscibili per le divinità. Assurdità di queste conclusioni; non meno assurda è però la tesi di chi volesse negare le idee (VII 134a-135c).
Necessità di una rigorosa analisi dialettica, condotta secono il metodo per ipotesi: fatta, cioè, una ipotesi, vedere non soltanto le conseguenze che derivano dalla sua affermazione, ma anche quelle che derivano dalla sua affermazione, ma anche quelle che derivano dalla sua negazione, sia rispetto a se stessa sia rispetto a se stessa sia rispetto gli altri elementi della realtà, presi per sé e presi in relazione fra di loro. Parmenide è invitato a fornire una prova (VIII 135c-136e).
Preliminari a questa prova (IX 135e-137c).
– Prima ipotesi: «se l’uno è uno». Se l’uno è uno, esso non avrà né principio, né mezzo, né fine; esso sarà senza figura; esso sarà senza figura; esso non sarà in nessun luogo (X 137c-138b). Se l’uso è uno, esso non si muove né modificandosi né spostandosi; e neppure sta fermo; se l’uno è uno, esso non è identico né a se stesso né ad altri; e neppure diverso da se stesso o da altro; se l’uno è uno, esso non è simile né dissimile, né rispetto a se stesso né rispetto ad altro; se l’uno è uno, esso non è uguale né disuguale , né a se stesso né ad altro; e neppure più grande o più piccolo (XI 138b-140d). Se l’uno è uno, esso non può essere più vecchio né più giovane né coetaneo di se stesso o di altro, Esso non partecipa perciò del tempo e non potendosi dire che esso «è» o «sarà» o «era», di esso non si potrà dare né nome né ragione, né sarà possibile averne opinione o scienza: conclusione del tutto negativa (XII 140d-142a).
– Seconda ipotesi:«se l’uno è». Se l’uno è, esso partecipa dell’essere ed è pertanto un tutto ed ha parti (l’uno e ciò che è): dualità all’infinito dell’«uno che è». Da questa dualità può essere dedotta tutta la serie numerica (XIII 142b-144a). Se l’uno è, esso è molteplice, non solo rispetto alle cose che ne partecipano, ma anche rispetto a se stesso (XIV 144b-e). Se l’uno è, esso è uno e molti, tutto e parti, limitato, finito; esso avrà pertanto principio, mezzo e fine; avrà anche figura; sarà sia in se stesso che in altro da sé; si muoverà e starà fermo; sarà identico e diverso, sia rispetto a se stesso, sia rispetto ad altro (XV 144e-145d). Oltre che identico è diverso, esso sarà anche simile e dissimile sia rispetto a se stesso sia rispetto alle altre cose (XVI 146d-148a). Esso sarà inoltre in contatto e distacco da sé e da altro (XVII 148a-149d). Esso, ancora, sarò eguale e diseguale, sia rispetto a se stesso sia rispetto alle altre cose (XVIII 149d-151e). Esso, infine, parteciperà del tempo e sarà più vecchio, più giovani e coetaneo, sia rispetto a se stesso sia rispetto a se stesso sia rispetto ad altro (XIX 151e-153b). Continua la dimostrazione di questo punto. Conclusione del tutto positiva: se l’uno è, di esso si potrà dare nome e ragione e sarà possibile averne opinione e scienza (XX 153b-155e).
– Terza ipotesi: «se l’uno è e non è». Analisi del problema del cambiamento e del divenire: natura «dell’istante» (XXI 155e-157b).
– Quarta ipotesi: «se l’uno è, cosa ne consegue per le altre cose?». Se le altre cose partecipano dell’uno che è (della seconda ipotesi), esse parteciperanno anche di tutte le altre determinazione che nella seconda ipotesi si sono viste spettare all’uno (XXIII 159a-160b).
– Sesta ipotesi: «se l’uno non è». In questo caso il non essere è solo relativo (non è qualcosa) ed esso quindi non esclude una molteplicità di partecipazioni. Esso è dissimile rispetto alle altre cose, ma simile a se stesso; partecipa dell’essere, del movimento, della stasi e del divenire (XXIV 160b-163b).
– Settima ipotesi: «se l’uno non è». In questo caso il non essere è assoluto, e allora esso non avrà alcuna determinazione; su di esso non sarà possibile alcun discorso né se ne potrà avere opinione o scienza (XXV 163b-164b).
– Ottava ipotesi: «se l’uno non è, cosa ne consegue per le altre cose?». Se le altre cose non partecipano dell’uno, la cui realtà è negata, ad esse spetteranno solo apparentemente tutte quelle determinazioni che spettano all’uno che è. Contraddittorietà della molteplicità pura (XXVI 164b-165d).
– Nona ipotesi: «se l’uno non è, cosa ne consegue per le altre cose?». Se le altre cose partecipano dell’uno, la cui realtà è negata, la conclusione è radicalmente negativa.
– Conclusione generale: sia che l’uno sia, sia che non sia, esso stesso e gli altri rispetto a se stessi e reciprocamente tra loro, sono tutto e non lo sono (XXVII 165d-166c).

 

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2 Risposte

  1. […] riportato integralmente  da: Il Sommario del Parmenide di Platone « Il Blog di P.Severino. […]

  2. […] – Che cosa? – L’istante. Pare che ‘istante‘ significhi qualche cosa di simile: ciò da cui qualche cosa muove verso l’una o l’altra delle due condizioni opposte. Non vi è un mutamento infatti che si inizi dalla quiete ancora immobile né dal movimento ancora in moto, ma questa natura dell’istante è qualche cosa di assurdo che giace fra la quiete e il moto, al di fuori di ogni tempo, e così verso l’istante e dall’istante ciò che si muove si muta nello stare e ciò che sta si muta nel muoversi. – Può essere. (cfr.‘Il Sommario del Parmenide di Platone”) […]

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