«Discorso del giorno» ed «Argomento del terzo uomo»

Parmenide: È perché tu sei ancora giovane, disse Parmende, o Socrate, e la filosofia non ti ha ancora preso come prevedo che ti prenerà in futuro, quando non avrai più disprezzo per nessuna di quelle cose. In questo momento a cagione della tua età, ti preoccupi ancora delle opinioni degli uomini. Ma dimmi: Tu pensi come affermi, che ci siano certi generi delle cose, dei quali partecipando queste cose nosre, che sono altre, traggono su di sé la denominazione di quelli, e così sono simili partecipando della somiglianza, grandi della grandezza, giuste e belle della giustizia e della bellezza?
Socrate: Sì, disse Socrate.
Parmenide: E allora ciascun soggetto di questa partecipazione partecipa di tutto il genere o solo di una parte? Oppure ci sarebbe un altro modo di partecipare all’infuori di questi? E come sarebbe possibile? disse. Pensi così che tutto il genere sia presente in ciascuna cosa, delle molte che vi partecipano, nella sua unità, o che altro pensi?
Socrate: Che cosa infatti lo impedisce, disse Socrate, o Parmenide?
Parmenide: Dunque sarà uno il genere e identico e inerirà con la sua totalità simultaneamente a molte cose e separate e così esso risulterà separato da se stesso. Ciò non accadrà, disse, se, come il giorno che è uno, identico, presente simultaneamente in più luoghi senza che ciò comporti per nulla che sia separato da se stesso, analogamente anche ciascuno dei generi sarà compresente nella sua unità e nella sua identità in tutte le cose che ne partecipano. Tu, Socrate, risolvi un po’ agevolmente la difficoltà di porre una stessa unità simultaneamente in più luoghi; come se tu, coprendo di un velo molti uomini, affermassi che esso è uno e nella sua totalità sta sui molti. O non è così che intendevi dire?
Socrate: Forse, disse Socrate.
Parmenide: Dunque il velo sarà tutto su ciascuno oppure ciascuna sua parte su ciascun uomo coperto? Ciascuna parte. E allora, Socrate, anche i generi come tali sono divisibili e ciò che ne partecipa, partecipa di una parte di essi e non più il genere sarà tutto in ciascuno, ma una parte per ciascuno.
Socrate: Pare di sì.
Parmenide: E allora consentirai a dire, Socrate, che il genere che è uno si divide in noi veramente e continua ad essere uno? In nessun modo. Guarda, infatti: se dividerai in parti la grandezza come tale e ciascuna delle molte cose grandi sarà grande, ma grande in quanto possiede una parte della grandezza, parte che è più piccola della grandezza stessa come tale, non ne verrà un’assurdità?
Socrate: Certamente.
Parmenide: E allora? Ogni cosa che possiederà una piccola parte presa dall’uguale in quanto tale avrà con ciò qualche cosa che, pur essendo minore dell’uguale, ad essa permetta di essere uguale a qualche altra cosa? Impossibile. O, invece, supponi che qualcuno di noi possieda una parte del piccolo in quanto tale: il piccolo in quanto tale sarà maggiore della parte cui noi partecipiamo, questa infatti è una sua parte, e così il piccolo in quanto tale sarà più grande. E ciò cui sarà aggiunta tale parte che noi dicemmo prima prelevata dal piccolo sarà ancora più piccolo, non sarò più grande di prima. Questo, disse, non potrebbe darsi. E allora, Socrate, continuò, come partecipano, secondo te, le altre cose dei generi, se non possono partecipare né a una loro parte né alla loro totalità? Per Zeus, disse, non mi pare proprio che sia comunque facile definorlo. Ebbene, che pensi di quest’altro? Di che? Io credo che tu sia indotto a concepire ciascun genere delle cose come una unità da questo: ogn qual volta tu ritieni di trovarti di fronte ad un certo numero di cose grandi, ti pare, direi, che ci sia un certo aspetto caratteristici, unico e proprio lo stesso, visibile a chi getta il suo sguardo su tutte e così tu opini che la grandezza sia come tale unità. É vero. E tu guarderai analogamente tutte queste cose con gli occhi della tua anima, la grandezza come tale e le altre cose grandi? Non ti apparirà un’altra unitaria grandezza in ragione della quale tutte queste cose osservate appaiono grandi? É verosimile. Apparirà quindi un altro genere della grandezza, sorto accanto alla grandezza e alle altre cose che partecipano di questa, e ce ne sarà un altro in tutte le cose di cui abbiamo parlato fin qui in ragione del quale tutte queste cose saranno grandi; e non sarà più per te uno solo ciascun genere delle cose, ma infinita pluralità.
Socrate: Socrate riprese allora: Ma Parmenide, vediamo se ciascuno di questi generi non sia un nostro pensiero e ad esso non convenga sorgere in nessun altro posto se non nelle nostre anime; allora infatti ciascuno di questi costituirebbe una unità e ad esso non succederebbe più quanto si diceva fin qui. Ebbene, disse, ciascuno di questi pensieri è uno, ma di che pensiero si tratta, pensiero di nulla? Impossibile, rispose. Di qualche cosa allora? Certo. Di qualche cosa che è o che non è? …

Internet: L’argomento noto come “argomento del terzo uomo” viene proposto, contro un Socrate giovane e inesperto, nel Parmenide, uno dei dialoghi dialettici successivi alla Repubblica.
Se l’idea dell’uomo è, per autopredicazione, essa stessa un uomo, anzi è l’uomo per eccellenza, come possiamo pensare che gli uomini sensibili siano sue copie?
Perché sia così, occorre che fra i vari uomini sensibili u1, u2… un e l’idea di uomo U ci sia un elemento in comune Ua.
Questo elemento è, appunto, il terzo uomo, che è ciò che gli uomini sensibili e l’uomo ideale hanno in comune.
Ma come si può dire che Ua ha qualcosa in comune con u1, u2… un e U?
Solo indicando un elemento Ub che è in comune con i precedenti. E si può andare avanti così, producendo un regresso all’infinito.
Quindi si può concludere che la teoria delle idee, escogitate per dare un senso unitario al molteplice, lo rende, a rigore, estremamente indefinito, perché è possibile ripetere infinitamente il ragionamento che la fondava: io posso chiamare “uomini” i differenti uomini sensibili, perché essi partecipano tutti dell’idea di Uomo, che è l’uomo per eccellenza.
Ma questa partecipazione – visto che l’Uomo è esso stesso un uomo – richiede che Uomo e uomini partecipino di una terza idea fra loro comune… e così via.

(cfr. sotto: ‘Il Sommario del Parmenide di Platone”)

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