Verosimiglianza

««venere_lucas_cranach


-Nota del 1964.
§ 1, Le più antiche sentenze di cui disponiamo usano senza ambiguità l’idea di somiglianza al vero o di verosimiglianza. Col tempo, l’espressione “simile al vero” diventa ambigua: acquista ulteriori significati come “verosimile” [likely] o “probabilmente vero” [likely to be true] o “probabile” o “possibile”, così da non essere chiaro talora in quale accezione vada intesa.
Tale ambiguità acquista rilevanza in Platone, a causa della sua fondamentale teoria dell’imitazione o minesis: proprio come il mondo empirico imita il (vero) mondo delle idee, così le descrizioni, le teorie o i miti del mondo empirico (dell’apparenza) “imitano” la verità, e sono quindi solo “simili al vero“; oppure traducendo le stesse espressioni nelle loro altre possibili accezioni, queste teorie non sono dimostrabili, o necessarie, o vere, ma unicamente probabili, o possibili, o (più o meno) apparentemente vere.
In tal modo la teoria di Platone della minesis fornisce una sorta di fondamento filosofico all’identificazione (allora già in uso) sbagliata e fuorviante di “simile al vero” e “probabile.
Con Aristotele si impone un’ulteriore accezione di “probabile”=”che avviene frequentemente”
§ 2. Per fornire alcuni dettagli, abbiamo innanzitutto un passo dell’Odissea, 19.203: l’astuto Ulisse racconta a Penelope (che non lo riconosce) una storia falsa, ma che, tuttavia, contiene alcuni elementi di verità; o per dirla con Omero «rese molte bugie somiglianti al vero» («etumoisin homoia»).  L’espressione è ripetuta nella Teogonia, 27 e s.: le Muse dell’Olimpo, figlie di Zeus, dicono ad Esiodo:   «sappiamo come dire molte bugie somiglianti al vero; ma sappiamo anche, se lo vogliamo, come dire la verità (aletheia
[«ιδμεν ψευδεα πολλα λεγειν ετυμοισιν ομοια
ιδμεν δ’, ευτ εθελωμεν, αληθεα γηρυσασθαι»
noi sappiamo raccontare molte menzogne, simili a verità,
ma pure sappiamo, qualora ci aggradi, il vero cantare
.
Esiodo, Teogonia cfr. bibliografia]
Il passo è interessante anche perché in esso etymos e alethes vi figurano come sinonimi di “vero”.
Un terzo passo nel quale ricorre l’espressione «etumoisin homoia» è Teognide, 713, là dove l’astuzia è esaltata (come nell’Odissea) e la capacità di rendere le bugie simili al vero è descritta come divina (forse un’allusione alle Muse della Teogonia): «rendereste le bugie simili al vero con l’abile discorso del divino Nestore».
Ora, un’osservazione su questi passi consiste nel rilevare che sono tutti collegati a quella che oggi si chiama «critica letteraria». Infatti si tratta del raccontare storie che sono (e che sembrano) somiglianti al vero.
Un passo del tutto analogo si trova in Senofane, egli stesso poeta e forse anche il primo critico letterario. Egli introduce (DK [21] B 35) il termine “eoikota” al posto di “homoia“. Riferendosi, forse, alle proprie teorie teologiche, afferma: «queste cose, possiamo congetturare, sono simili al vero» (eoikota tois etumoisi; cfr. Fedro di Platone, 272D/E, 273 B e D)
Qui abbiamo una frase che esprime senza ambiguità l’idea della verosimiglianza (non della probabilità) in relazione con un termine (che ho tradotto «noi… possiamo congetturare») che deriva dal termine doxa (“l’opinione”) che svolge un ruolo molto importante a partire da Parmenide. (Lo stesso termine figura anche nell’ultima riga del frammento [DK 21] B 34 di Senofane [Perché a tutti è dato solo un sapere apparente] usato in contrapposizione a “Saphes” cioè “verità certa“).
Il passo successivo è importante. Parmenide [28] B 8: 60 usa eoikota [εοιxοτα] (“somigliante” o “simile”) senza menzionare esplicitamente la “verità”. Ritengo comunque che il termine significhi, come in Senofane, «simile al vero», e ho tradotto di conseguenza il passo («completamente simile al vero»; cfr. Saggio 9, paragrafo 4). Il mio argomento principale è la somiglianza tra questo passo e il frammento [DK 21] B 35 di Senofane. Entrambi parlano delle congetture (doxa) dei mortali, ed entrambi argomentano in loro favore; inoltre, entrambi chiaramente implicano che una relativamente “buona” congettura effettivamente non costituisce una storia vera. Nonostante questa affinità la frase di Parmenide è stata spesso tradotta con «probabile e plausibile» (cfr. C. & R., p. 236, nota 19).
Questo passo è inoltre interessante perché ad esso è strettamente connesso un importante passo del Timeo (27e-30c). In questo passo Platone prende le mosse (27e-28a) dalla distinzione parmenidea tra «quello che è sempre e non ha generazione» da una parte, e «quello che sempre diviene e mai non è», dall’altra; con Parmenide afferma che il primo può essere conosciuto con la ragione, mentre il secondo «è oggetto dell’opinione e della sensazione irrazionale» (cfr. C. & R., p. 165).
Da qui procede spiegando che il mondo mutevole e generato (ouranos o kosmos: 28 r) fu fatto dal creatore come copia o immagine (eikon) il cui originale o modello paradigmatico è l’essere che sempre è nello stesso modo.
In Parmenide il passaggio dal paradigma alla sua copia (eikon) corrisponde al passaggio dalla Via della Verità alla Via dell’Opinione. Ho già riferito infra l’ultimo passaggio (nel saggio 9, paragrafo IV) dove ricorre il termine eoikota, connesso a eikon di Platone, cioè somiglianza al vero o a ciò che è; dal che possiamo forse concludere che Platone abbia detto eoikota come “somigliante (al vero)” piuttosto che come “probabile” o “verosimili”.
In ogni caso anche Platone dice che la copia, essendo simile al vero, non può essere conosciuta con certezza, ma possiamo solamente avere opinioni che sono incerte o “verosimili o “probabili. Afferma infatti che le descrizioni dei modelli paradigmatici saranno “stabili, immutabili, inconfutabili e invincibili” (29b-c), mentre “i resoconti di quello che è (unicamente) una somiglianza della copia del modello paradigmatico possiederanno (solo) probabilità; infatti come l’essere sta al divenire, analogamente la verità sta alla (mera) credenza” (cfr. anche Fedro 259 e- 260 b-e e 266 e-267 a).
Questo è il passo che introduce la probabilità (eikota) nel senso della credenza non sufficientemente certa o parziale, collegandola, nello stesso tempo, alla verosimiglianza.
Il passo si chiude con un’ulteriore eco del passaggio alla Via dell’Opinione: come la dea promise a Parmenide una descrizione così «pienamente somigliante al vero» da non essercene un’altra migliore (cfr. Saggio 9, paragrafo 4) analogamente leggiamo nel Timeo (29d): «ma se non presenteremo ragionamenti meno verosimili (eikota) di quelli di qualunque altro, dobbiamo allora accontentarci, ricordandoci che… [noi] abbiamo una natura umana cosicché ci conviene accettare una narrazione verosimile (eikota muthon)…». (Al che Socrate risponde: «Molto bene, o Timeo!».
E’ interessante notare che tale introduzione di un’ambiguità sistematica tra «somiglianza al vero» [Truthlikeness] e «verosimiglianza» [likelihood] (idest«probabilità»), non impedisce a Platone di usare successivamente il termine eoikota nel Crizia (107e), nell’accezione di «descrizione somigliante al vero». Infatti, considerando di quanto lo precede, quel passo dovrebbe essere letto nel seguente modo: «rispetto alle cose celesti e divine, dovremmo accontentarci di una descrizione un poco somigliante al vero, mentre nelle descrizioni che riguardano gli uomini dovremmo ricercare un’accurata precisione».
§ 3. Oltre a questa ambiguità sistematica e, senza dubbio, consapevole, nell’uso che Platone compie dell’uso di eikota (e affini), e oltre ai numerosi e differenti casi in cui il significato è ben definito, in molti contesti la sua accezione è semplicemente vaga. Esempi delle differenti accezioni in Platone (e in Aristotele) sono: il suo uso in opposizione a “dimostrabile” e “necessario”; o per esprimere “il più vicino alla certezza”. Spesso è anche utilizzato come sinonimo di “sicuramente” o “certamente”, oppure “mi sembra che sia così”, soprattutto come interiezione nei dialoghi. E’ anche usato nel senso di “forse”; e spesso anche nel senso di “che accade frequentemente”; per esempio nella Retorica di Aristotele 1402 b 22 «…il verosimile (eikos non è ciò che accade sempre, bensì per lo più…».
§ 4. Vorrei concludere con un passo di critica letteraria che ricorre due volte nella Poetica di Aristotele (1456a 22-25, e 1461 b 12-15) e che la prima volta l’autore attribuisce al poeta Agatone. «E’ pur verisimile che spesse volte succedano cose anche non verisimili». O, meno elegantemente, ma meno vagamente «E’ pur verisimile che talora accadano anche cose improbabili».
-Nota del 1968.
§ 1. Giacché il mio interesse per una distinzione tra verisimilitudine, da un lato, e la probabilità (nei suoi numerosi significati) dall’altro sembra esposto ad interpretazioni erronee, in primo luogo osserverò che non mi occupo delle parole e dei loro significati, bensì unicamente dei problemi. Sono ancor meno interessato a rendere “precisi” a “definire” o a “esplicare” i significati delle parole.
Esiste un’analogia tra le parole o i concetti e la questione del loro significato, da un lato, e gli asserti, le terorie e la questione della loro verità, dall’altro, come ho dimostrato nella “Tavola delle Idee”, C. & R., p. 19. Tuttavia presto attenzione unicamente agli asserti, alle teorie e al problema della loro verità o falsità.
L’erronea dottrina («essenzialistica») secondo la quale possiamo “definire” (o “esplicare”) una parola, un termine o un concetto, che possiamo rendere il significato “definito” o “preciso”, è del tutto analoga all’erronea teroria secondo la quale possiamo provare, stabiolire o giustificare la verità di una teoria; in effetti essa rientra in quest’ultima dottrina («giustificazionista»).
Mentre le parole e i loro precisi significati non sono mai importanti, tuttavia la chiarificazione delle confusioni può essere importante per risolvere i problemi; naturalmente i problemi concernenti le teorie. Non possiamo definire, ma dobbiamo spesso distinguere. Infatti la confusione, o anche soltanto la mancanza di distinzione, può pregiudicare la soluzione dei problemi.
§ 2. In rapporto con la verosimiglianza, il più importante problema che si pone concerna la quesione della verità in senso realistico -la corrispondenza di una teroria con i fatti o con la realtà. 
La pericolosa confusione che va chiarita è quella fra verità in senso realistico -la verità «oggettiva» «assoluta»- e la verità in senso soggettivistico, intesa come ciò in cui io (o noi) «crediamo».
Questa definizione è di fondamentale importanza, soprattutto per la teoria della conoscenza. Il solo problema importante per la conoscenza concerne il problema della verità in senso oggettivistico. La mia tesi afferma, semplicemente, che la teoria della credenza soggettiva è del tutto irrilevante per la teoria filosofica della conoscenza e che risulta addirittura pregiudizievole per quest’ultima se i due generi di conoscenza vengono confusi (come avviene ancor oggi, seguendo la tradizione).
§ 3. Ora è d’importanza capitale il fatto che la necessità di distinguere in modo rigoroso tra verità oggettiva e credenza soggettiva resti quanto mai urgente se introduciamo il concetto di approssimazione alla verità (o somiglianza al vero o verosimiglianza); la verosimiglianza come concetto oggettivo deve essere nettamente distinto dalle idee soggettivistiche quali il grado di credenza, la convinzione, la persuasione; o l’idea di verità apparente, di plausibilità o di probabilità in uno qualsiasi dei suoi significati soggettivistici. (Per inciso, accade così che anche se assumiamo la probabilità in uno dei suoi significati oggettivi, cioè come propensione o frequenza, dovrebbe ancora venir distinta dalla verosimiglianza; e il grado della verosimiglianza oggettiva dovrebbe essere nettamente distinto anche dal grado di corroborazione, anche se questo costituisce una nozione oggettiva; infatti il grado di verosimiglianza di una teoria, come l’idea stessa di verità, è atemporale, sebbene differisca dall’idea di verità poiché un concetto relativo; mentre il grado di corroborazione di una teroria è essenzialmente dipendente dal tempo -come ho puntualizzato nel § 84 del mio Logic od Scientific Discovery– e per tanto essenzialmente  un concetto storico).
La confusione tra verosimiglianza e nozioni soggettive quali il grado di credenza, di plausibilità, di apparenza di verità, di probabilità soggettiva, è parte integrante della tradizione.
Bisognerebbe scrivere la storia di questa tradizione. Anche perché si rivelerebbe più o meno identica con la storia delle teoria della conoscenza.
Nel precedente Addendum ho abbozzato questa storia, sia pure con molta approssimazione, soprattutto dal punto di vista del suo legame con l’antico uso filosofico delle parole “simile al vero” (parole connesse con la radice greca eiko, come eikon, una somiglianza, un’immagine, eoika, essere simile, sembrare simile, ecc.). Ossia connesse con parole che sono state usate, almeno in alcuni casi (e comunque in Senofane e in Parmenide), in connessione con un oggetto realistico o oggettivistico di verità (sia come “approssimazione alla verità” in Senofane, B 35, o nel senso di ingannevole somiglianza alla verità, come in Parmenide B 8:60).
§ 4. In questo Addendum aggiungerò soltanto alcune brevi osservazioni sull’uso di alcune parole dal significato soggettivo sin dal loro primo apparire. Mi riferirò alle due principali radici greche. Una è dokeo (doke, ecc.): pensare, prevedere, credere, pensare a, sostenere un’opinione, insieme a doxa, opinione. (Ad essa sono connesse anche dekomai, accettare, aspettarsi, insieme a dokimos, accettato, condiviso, e dokeuo, apettarsi, vegliare, stare in attesa). La seconda radice è peitho, persuadere (anche la capacità o la dea Persuasione), col significato di convincere, di far apparire le cose plausibili o probabili -naturalmente, soggettivamente probabili; e insieme alle forme pithanoo, rendere probabile; pithanos, persuasivo, plausibile, probabile, e anche specioso; pistis, fede, credenza (insieme a kata pistin. secondo credenza, secondo probabilità); pistos, degno di fede, creduto, meritevole di credenza, probabile; pisteuo, confidare, credere; pistoo, rendere degno di fiducia, confermare, rendere probabile, ecc.
Non vi sono mai dubbi sul significato fondamentalmente soggettivo di queste parole. Esse svolgono un ruolo importante nella filosofia, sin dalle sue origini. Dokos. per esempio ricorre in Senofane, DK B 34, in quel bel frammento citato alla precedente pagina 50, nel quale ho tradotto il termine dokos con «congettura» [guess] («congetture»), poiché chiaramente significa «mera opinione» o «mera congettura» (cfr. Senofane B 35 e B 14, dove dokeousi significa “credere erroneamente” o “immaginare erroneamente”). Si potrebbe dire che questo uso denigratorio di dokein sia all’origine dello scetticismo. Ma si potrebbe forse contrapporre la più neutrale accezione di Eraclito B 5 («si potrebbe pensare che …») o B 27: «quando gli uomini muoiono, sono pronte cose che non sperano né immaginano (dokousin)». Ma Eraclito sembra usare il termine anche nel senso di “mera opinione”, come in B 17, o in B 28: «[infatti] anche il più degno di fede [degli uomini] conosce [o difende, o conserva] come conoscenza mere opinioni».
In Parmenide, doxa, opinione, è usato in contrapposizione diretta a verità (aletheia); ed è, più di una volta (B 1:30; B 8:51) connesso al riferimento spregiativo ai «mortali» (cfr. Senofane B 14 e Eraclito B 27).
In ogni caso, dokei moi significa “mi sembra”, “mi pare” e perciò si avvicina molto a “mi sembra plausibile, o accettabile” (dokimos einai, accettabile come reale”: cfr. Parmenide B 1:32; Saggio 9, paragrafo 4).
§ 5. Lo stesso termine “probabile” (probabilis) sembra essere stato introdotto da Cicerone, come traduzione deui termini stoici e scettici pithanos, pithane, pistin, ecc. (kata pistin kai apistian) -quanto a probabilità e improbabilità, Sesto Quaestiones Pyrrhonianae I, 10 e I, 232).
Duecentocinquant’anni dopo Cicerone, Sesto, Contra logicos, I, 174, distingue tre accezioni “accademiche” del temine “probabilità” (to pithanon, “il probabile”): 1) «ciò che appare vero e in realtà è vero»; 2) «ciò che appare vero e in realtà è falso» 3) «ciò che è sia vero che falso».
Nella terza accezione, l’apparenza non è menzionata esplicitamente: sembra dunque che approssimazione alla verità, o verosimiglianza, sia intesa nel nostro senso. Altrove, l’apparenza è nettamente distinta dalla verità oggettiva; tuttavia, l’apparenza è quanto possiamo raggiungere. “Probabile” è, nell’uso di Sesto, ciò che induce alla credenza. Incidentalmente, Sesto dice (Quaestiones Pyrrhonianae I, 231) riferendosi a Carneade e Clitomaco, che «gli uomini che… usano la probabilità come guida della vita» sono dei dogmatici: al contrario «noi [i nuovi scettici] viviamo in modo non-dogmatico, seguendo le leggi, i costumi e le nostre naturali affezioni». In qualche occasione Sesto una “probabilità” (o “probabilità apparenti), che sembra quasi pleonastico; cfr. Quaestiones Pyrrhonianae II, 229) nel senso di “ingannevole. L’uso che ne fa Cicerone …..
§ 6. «Tali -afferma Cicerone- sono le cose che giudi….. mare probabili (probabilia) o simili al vero (veri simil….. se si predilige un altro none» (Academica, framment…..)
Altrove scrive degli scettici «per essi qualcosa è probabile (probabile) o simile al vero (veri simile), e questa [caratteristica] fornisce loro una norma di condotta per la vita e le indagini filosofiche (Academica II, 32; in 33 Cicerone si riferisce a Carneade, come fa Sesto nel medesimo contesto; cfr. Academica II, 104: «guidati dalla probabilità»). Nel De natura deorum le probabilità intervengono perché il falso può essere ingannevolmente simile al vero; tuttavia nelle Tuscolanae I, 17 e II, 5, i due termini sono usati come sinonimi.
§ 7. Non vi sono pertanto dubbi che i termini “probabilità” e “verosimiglianza” vennero introdotte da Cicerone come sinonimi e in senso soggettivistico. Inoltre, dove vi sono dubbi che Sesto, che usa “probabile” in senso soggettivistico concepisse la verità e la falsità in senso oggettivistico, distinguendo chiaramente tra l’apparenza soggettiva della verità -verità apparente- e una specie di verità parziale o approssimazione alla verità.
La mia proposta, pace Cicerone, è di usare il suo termine “verosimiglianza”, originariamente soggettivistico, nel senso oggettivistico di “simile al vero”.
§ 8. Quanto ai termini “probabile” e “probabilità”, la situazione è radicalmente mutata con l’introduzione del calcolo delle probabilità.
Appare ora essenziale comprendere che vi sono numerose interpretazioni del calcolo delle probabilità (come osservai nel 1934, nel paragrafo 48 del mio The Logic of Scientific Discovery) e tra queste quelle soggettivistiche e quelle oggettivistiche (più tardi definite da Carnap “probabilità1” e “probabilità2”).
Alcune interpretazioni oggettivistiche, soprattutto l’interpretazione della probabilità come propensione, sono state brevemente ricordate in C. & R., p. 59 e p. 119, nonché nel mio Postcript to the Logic of Scientific Discovery, Totowa, NJ, 1982-83, 3 voll.

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