Tucidide

Nel 431 a.C., dunque allo scoppio della Guerra, l’Autore doveva almeno essere trentenne: e su questa ipotesi si fonda la datazione di nascita, comunemente fissata negli anni intorno al 460.
Di certo era già giunto a quell’età nell’Inverno del 424 quando, eletto Stratego fu dislocato a capo di una squadra di navi da Guerra nello scacchiere dell’Egeo Settentrionale, a copertura con il collega Eucle delle basi costiere di Tracia.
Quel settore strategico ateniese, con i suoi importanti centri minerari e mercantili, si giudicava ad Atene inattaccabile dalle Forze spartane, duramente provate dall’infortunio di Sfacteria e intimidite dalla superiorità della marina nemica.
Ma proprio in quell’anno Brasida, il Generale di Sparta più valente dell’Epoca, sorprese gli avversari guidando un’Armata terrestre, con centinaia di chilometri di marcia fulminea attraverso la Grecia, all’attacco di Anfipoli, il cuore dei possessi ateniesi in Tracia.
Tucidide incrociava con le sue sette triremi nelle Acque di Taso, un’isola a mezza tappa da Anfipoli, quando lo colse l’allarme di Eucle con l’ordine di accorrere.
L’Azione scattò pronta, ma non a sufficienza per prevenire le mosse di Brasida.
Anfipoli fu perduta, mentre le navi di Tucidide si assestarono a breve distanza, nella baia di Eione, lo sbocco portuale della Città alla foce del del Fiume Strimone.
L’Evento segnò una svolta risolutiva nella vita di Tucidide: e se non un’ombra di emozione vibra nel tono impassibile del resoconto, quando la sconfitta personale è registrata al Suo Preciso Posto in una Catena di Episodi bellici, l’importanza spirituale e «metodologica» di quel fatto e delle sue conseguenze è colta con tranquilla consapevolezza nel già citato secondo proemio, dove la notizia di sé trascende il Valore Individuale del dato biografico e assurge a giustificazione teoretica di un impegno imparziale, di un’oggettività assoluta.
«Mi toccarono venti anni di esilio dalla mia Patria, frutto di quella Strategia che esercitai ad Anfipoli; mi fu così dato di frequentare ambedue i terreni d’operazione e, a causa della mia Sorte d’Esule, d’esser vicino soprattutto al campo dei Peloponnesi e di documentarmi con scrupolo minuzioso su ogni piega, su ogni sfumatura dei singoli episodi.»

(Tucidide, “La Guerra del Peloponneso”, pag. VIII. cfr. bibliografia)

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