Parìmpari.

In certi momenti dell’esistenza gravati dalla eccessiva complessità della vita moderna aneliamo un ritorno alla infantile semplicità arcaica dove l’apporto dell’immaginazione alla risoluzione dei nessi causali diviene quasi magicamente naturale ed immediato.
(P.Severino)

Kroton

II · I NUMERI PRINCIPIO DELLA REALTA’

Questa dottrina si imperniava su di un pensiero fondamentale: i numeri sono il principio di tutte le cose. «Tutte le cose che si conoscono hanno un numero; senza di questo nulla sarebbe possibile pensare, né conoscere.»
Dovremmo ora cercare, innanzi tutto, di comprendere il significato filosofico di questo pensiero; poi di svilupparne le conseguenze matematiche e fisiche. (…)
Pitagora prese forse le mosse dalle ricerche ioniche sul principio e in particolare dalla teoria dell’àpeiron di Anassimandro. Una più acuta sensibilità ai problemi etico-religiosi (quali l’opposizione del bene e del male nel mondo, la vicenda della colpa e del riscatto), stimolata probabilmente dall’incontro nella Magna Grecia con i culti misterici, e dall’altro canto una maggiore attenzione per le leggi formali e modali della realtà, cui diedero impulso le sue prime ricerche acustiche, dovettero però fargli apparire inadeguato il principio unico dei naturalisti ionici.
Per rendere conto di questi più complessi problemi, Pitagora sdoppiò il principio in due opposti: da una parte il principio del limitato, del finito, dell’unitario, che rappresentava l’ordine, il cosmo, il bene; dall’altra il principio dell’illimitato, dell’infinito, che raffigurava il disordine, il caos, il male. La grande intuizione di Pitagora consistette nel vedere nei numeri e nei loro rapporti la chiave e la struttura ultima di questo assetto dualistico della realtà.
Col termine «numeri» i pitagorici intendevano soltanto i numeri interi, concepiti come collezioni di più unità. Non fecero ulteriori indagini sulla natura di queste unità, limitandosi a rappresentarli con punti, circondati ciascuno da uno spazio vuoto. Proprio questa rappresentazione spaziale facilitò il passaggio, caratteristicamente arcaico, della concezione del numero come «chiave» e rapporto alla sua concezione come costituente fisico elementare delle cose.
Il problema essenziale diventava allora, per i pitagorici, quello di cogliere il modo con cui dalla collezione di più unità si generano tutti gli esseri. Le leggi della formazione dei numeri venivano considerate come le leggi della formazione delle cose, e si riteneva di poter trovare in esse la vera ragion esplicativa del mondo fisico e morale.
La più importante di tali leggi era costituita -secondo i pitagorici- dall’opposta struttura dei numeri dispari e di quelli pari. L’antitesi dispari-pari veniva così assunta a principio di altre nove opposizioni, che spezzano il mondo in due:
limitato-illimitato ( opposizione che era stata, come s’è visto, il problema iniziale del pitagorismo, ma proprio ora veniva spiegata sulla base dell’antitesi precedente);
uno-molti;
destra-sinistra;
maschio-femmina;
luce-tenebre;
buono-cattivo;
immobile-mobile;
retto-curvo;
quadrato-rettangolo.
Alcune di queste nove opposizioni avevano palesemente un carattere fisico (quella per esempio di luce e tenebre; da essa scaturiva la raffigurazione del cosmo come costituito da un fuoco centrale, immerso in un’estensione illimitata di nebbia); altre invece un preciso carattere morale. Questa presenza di significati multipli finiva coll’infondere ai numeri in generale, e a certuni di essi in particolare, un vero e proprio valore magico-simbolico. Così il numero 5 veniva assunto a rappresentare il matrimonio, essendo la somma del primo numero dispari, il 3, con il primo numero pari, il 2 (l’1 veniva considerato come parìmpari servendo a generare sia i numeri pari che i dispari); il 4 e il 9 venivano presi come simboli della giustizia; il 7 dell’opportunità; e così via. Di derivazione pitagorica è un trattato di medicina intitolato Sul numero sette (Peri hebdomadon), che cerca appunto nei rapporti settenari la spiegazione della struttura dell’organismo e delle sue affezioni. Qualcuna di queste concezioni è pervenuta fino a noi, onde si attribuisce per esempio al 7 un  significato speciale etico e fisico (nella tradizione cristiana sette sono i vizi capitali, sette le opere di misericordia, in varie malattie si ha la «settima», ecc.).
La purificazione religiosa, che formava -almeno in un primo tempo- il fine principale dell’insegnamento pitagorico, era cercata essa pure attraverso la contemplazione dei numeri. Questa veniva pertanto a possedere un doppio aspetto: scientifico e mistico. La peculiare nobiltà dell’ascesi pitagorica consisteva appunto nel fatto che a ogni sua tappa doveva corrispondere la conquista di un più alto gradino del sapere. Il carattere mistico delle ricerche matematiche costituì per molto tempo un notevole impulso al loro sviluppo, e insieme un impedimento al loro caratterizzarsi come ricerca puramente scientifica.

(Ludovico Geymonat. Storia del pensiero filosofico e scientifico. Vol. I L’antichità e il medioevo. Capitolo terzo -Il pitagorismo pre-parmenideo. II. I numeri principio della realtà. Garzanti 1988.)

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