Plinio: Zeusi, l’uva, gli uccelli e la tenda.

Jean-Baptiste-Siméon Chardin. Uva e melagrane, 1763 Olio su tela, cm 47 x 57 Paris, Musée du Louvre

Fu lui (Apollodoro di Atene n.d.b.) ad aprire le porte all’arte: dopo di lui vi entrò Zeusi di Eraclea nel quarto anno della 95.ma Olimpiade e portò a grande fama l’arte del pennello -infatti conviene parliamo ancora di questo genere di pittura- che aveva ormai preso un certo ardire. Alcuni, a torto, pongono il suo fiorire nella 89.ma Olimpiade, mentre è necessario ammettere che in quella stessa olimpiade fiorirono Demofilo di Imera e Neseo di Taso di uno dei quali -è controverso il quale- egli è stato discepolo.
Contro di lui Apollodoro, di cui si è parlato sopra, scrisse in un verso che Zeusi, rubata l’arte ai suoi maestri, se l’era portata con sé. Accumulò anche così grandi ricchezze che, per ostentazione, andava mostrando a Olimpia il suo nome intessuto con lettere d’oro in placche applicate ai suoi mantelli. In seguito cominciò a regalare le sue opere poiché diceva che non potevano essere pagate con nessun prezzo abbastanza degno, e così regalò l’Alcmena agli Agrigentini e il Pan ad Archelao. Fece anche una Penelope nella quale sembra aver dipinto le qualità interiori e un Atleta di cui si compiacque a tal punto da scriverci sotto un verso famoso da allora e cioè «lo si potrà più facilmente invidiare che imitare». Magnifico è anche il suo Giove in trono circondato dagli dei in piedi e l’Ercole infante che strozza due serpenti alla presenza della madre Alcmena impaurita e di Anfitrione.
Gli si rimprovera tuttavia di aver fatto troppo grandi le teste e le articolazioni; ma del resto fu così esageratamente preciso che dovendo fare un quadro per gli Agrigentini da dedicare pubblicamente a spese pubbliche nel tempio di Giunone Lacinia, volle prima esaminare le loro fanciulle nude, quindi ne scelse cinque come modelle affinché la pittura rendesse ciò che c’era di più bello in ciascuna di loro. Dipinse anche dei monocromi in bianco. Suoi contemporanei e rivali furono Timante, Androcide, Eupompo, Parrasio.  Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno d’orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore.
Si racconta che poi anche Zeusi dipinse un fanciullo che portava l’uva sulla quale, al solito, volarono gli uccelli; onde, con la stessa spontaneità, si fece dinanzi al quadro adirato e disse: «Ho dipinto l’uva meglio del fanciullo, perché, se avessi fatto bene anche lui, gli uccelli avrebbero dovuto averne paura». Fece anche opere in terracotta, le sole che furono lasciate in Ambracia, quando Fulvio Nobiliore da là trasportò le Muse a Roma. Di mano di Zeusi ci sono a Roma l’Elena del Portico di Filippo e un Marsia incatenato nel tempio della Concordia.

(Plinio, Storia Naturale. Libro XXXV 61-66. cfr. Bibliografia).

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