Apollineo ed Orfico.

"APOLLO CHE SI INCORONA" ANT. CANOVA/ VENET/FACIEB./ 1781 Getty Museum Los Angeles

Opera una distinzione.
Chiamala prima distinzione.
Chiama lo spazio in cui opera tale distinzione lo “spazio che mediante tale disitinzione viene separato o diviso”.
(George Spencer Brown, in Assmann, “Mosè l’egizio” pag. 17. cfr bibliografia).
La polarizzazione niciana (l‘Apollineo e il Dionisiaco, sullo sfondo tragico del senso greco del divenire), che tanto bene ha fatto alla riflessione filologica e filosofica contemporanea, s’é ridotta, senza però smarrire il suo senso peculiare e pernicioso. Si é, cioè, perso il Secondo dei termini estremi per cause moderne: nel diffuso comune sentire e negli endoxa del terzo millennio nulla hanno, nei fatti, di sacro, o di estraneo, o di eversivo dell’ordine costituito l’orgia, la dissociazione, e l’isteria !

È accaduto che il ribelle –Dioniso redivivo– com’é sua Natura (Zoe cioè più inclusiva che Bios) s’è dileguato, dopo aver conteso e vinti stabilmente: la cortina protettiva che pretendeva gli competesse, e il recinto autoreferenziale appartato proprio nel Centro dell’immaginario del Mondo. Sempre lo stesso luogo ideale dove l’Antico Testamento descrisse le sempiterne città di Sodoma e Gomorra, divenute nel Mondo variamente reale metropoli ubique, eidotiche (eidopoietiche), centripete ed autosufficienti.
L’eclissi volontaria e, secondo Natura (per come si é detto), voluttuosa di Dioniso Vittorioso, del tirso, e dei cerimoniali misteriosi, lo svelamento sfacciato delle baccanti -liberate della indispensabile complicità dell’euforia del vino o del ciceone- ripone tutto il Dramma sulle spalle marmoree dell’Iperboreo che, pur di perpetuare il Teatro che lo ossessiona da sempre e per sempre, concede da allora alla Cetra d’Orfeo l’illusione di poter contendere coll’Arco come fu per davvero nell’Olimpo, ma come non è dato essere sulla terra.
Il fardello dell’immanente Tragedia che rappresenta e descrive il compiutamente l’umano é dunque privilegio d’Apollo, e si alimenta -seguendo la consolidata alternanza di Contesa ed Armonia del Logos sapienziale- della dialettica tutta ristretta al suo interno tra l’Apollineo (il crudo privilegio della spietatezza ultra-mondana) e l’Orfismo (il regime dell’Estetica terrena).
Nel regno della Civiltà del perdono, l’essenza autentica, cioè la Tragedia, é il conflitto tra l’Arco divino e ineluttabile d’Apollo il cui dardo colpisce da lontano senza crucciarsi della ragione necessaria, e la Lira antropizzata e consolatoria d’Orfeo che, come un bisturi nascosto nel mantello, uccide o fa dono o grazia della Vita, anche in vitro, da vicino nei corpo-a-corpo fenomenologici. Qui, Orfeo è un surrogato di Dioniso perché “Dioniso e Eleusi sono i presupposti di Orfeo: Orfeo racconta la storia del dio, e avvia alla conoscenza suprema. Ma Orfeo suona la lira e canta: quindi con lui è Apollo che si mostra, nel suo aspetto benigno, nella figura di colui «che concede Dioniso» … Orfeo è il ministro d’Apollo -si dice che sia anche suo figlio- e intesse storie di dèi che mascherano la sapienza“. (Colli, La Sapienza Greca, pag. 37)

Per capire come ciò sia avvenuto bisogna volgersi indietro e rinvenire il momento cruciale di snodo quando -proprio in quell’istante– le forze del bambino orgiastico equivalsero quelle del distratto e prodigo detentore d’ogni potere sugli uomini.

(P.Severino)

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Una Risposta

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