A caccia del “Latitante vittorioso”.

Giorgione (1478-1510). La Tempesta (1505-1508 ca). Olio su tela (82x73 cm.). Galleria dell'Accademia, Venezia.

Che l’evento misterico di Eleusi -uno dei vertici della vita greca, celebrato annualmente alla fine dell’estate- fosse una festa della conoscenza, risulta chiaro dalle testimonianze antiche, ma i moderni, all’infuori di qualche timido accenno in contrario, non vogliono ammetterlo. La ragione è la solita: se di conoscenza si vuol parlare, dovrebbe trattarsi di conoscenza mistica -ma la conoscenza mistica non esiste, e se anche esistesse, sarebbe qualcosa di torbido, in ogni caso incompatibile con la chiarezza e la misura greca. Eppure un verso del VII secolo a.C. dice: «felice colui … che ha visto queste cose». Ma gli interpreti, convinti che si vede soltanto quello che tutti possono vedere, obiettano che con tale espressione ci si riferiva agli oggetti sacri, alle immagini di dèi, alle rappresentazioni simboliche che apparivano nel rituale eleusino. Sostenere questo risulta comunque meno agevole, quando si ascolta la precisazione di Pindaro: «felice chi entra sottoterra dopo aver visto quelle cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio dato da Zeus». Sembra davvero difficile immaginare -ma certo i poeti esagerano- che la contemplazione dell’effige di una dea faccia conoscere, a un gran numero di iniziati, il principio e la fine della vita.
Eppure, allargando un po’ lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l’uso astratto del pronome dimostrativo, per indicare l’oggetto della conoscenza, è nello stle del grande misticismo speculativo …

Giorgio Colli, La sapienza greca, pag. 28

La vittoria totale di Dioniso che ho ipotizzato in Apollineo e Orfico, gli offre l’occazione per una delle sue fughe più lunghe -e poco importa se per il mondo o per l’ultramondo- di modo che, questa effusione elusiva, ci ha lasciati orfani dell’oppositore tradizionale per il quale solo si può ristabilire un punto di equilibrio sebbene transitorio, come avviene sempre nelle vicende umane.
Perché ciò?
Ciò perché è nel suo carattere. Non ha alcun senso dionisiaco, infatti, permanere nel regno stabile, sebbene il suo regno, generato. In questo scenario manca ogni occasione di lotta -cioè la substantia che lo compone- e tutte le sopraffazioni avvengono come regime regolare, regolare è la sregolatezza, così come è priva di ogni attributo mantico la follia che vige sovrana.
Cosa mai potrà fare il povero Orfeo -il cui carattere è delineato magistralmente da Colli nel suo La Sapienza Greca (cfr. Apollineo e Orfico)- per contrastare efficacemente un dio maggiore (addirittura suo Padre e Maestro, si dice) come Apollo? Per il faccia a faccia sferogonico, è necessario che ritorni al mondo la Bestia della quale siamo a caccia con tutto il suo potere sulfureo ed eversivo.

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Una rimase vedova. Solo dopo molti anni di vedovanza si innamorò nuovamente di un avvocato. La famiglia di lei era contraria e scatenò una guerra di nervi nei suoi confronti perché temeva che lui fosse un cacciatore di dote. Alla fine l’avvocato si stufò di combattere, rinunciò e sparì dalla loro vita. La vedova non riuscì mai a capire i motivi della separazione e rimase innamorata finché visse. Dal giorno del distacco vide misteri ovunque.
«Mistero c’è», diceva sempre, anche per le cose più semplici e trasparenti.
(Roberto Alajmo, Repertorio dei pazzi della città di Palermo, pagg. 29-30)

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