Carri

Andò a preparare i cavalli dagli aurei frontali
Era, dea veneranda, figlia del grande Crono;
Ebe adattò rapidamente al carro le ruote ricurve,
bronzee, con otto raggi, attorno all’asse di ferro;
d’oro purissimo il giro, e sopra, strettamente connessi,
cerchioni di bronzo, meraviglia a vedersi;
da ambedue le parti mozzi rotondi d’argento;
sopra la cassa sono stese cinghie d’oro e d’argento
e ha intorno una doppia ringhiera.
Fuoriesce il timone d’argento, e alla sua estremità
Ebe legò il bellissimo giogo dorato e vi mise
i bei collari, anch’essi dorati; al di sotto del giogo
Era spinse i cavalli veloci, desiderosa di lotta e di battaglia.
(Iliade, libro V, 720-732)
Subito Era toccò con la frusta i cavalli;
gemettero da sé le porte del cielo, guardate
dalle Ore, cui è affidato il vasto cielo e l’Olimpo,
e aprono e chiudono la densa nebbia;
le attraversarono le dee spronando i cavalli.
Trovarono il figlio di Crono seduto in disparte
dagli dei , sulla cima più alta del frastagliato monte d’Olimpo;
(Iliade, libro V, 749-754)

Là fui portato. Infatti, là mi portarono le accorte cavalle
tirando il mio carro, e le fanciulle indicavano la via.
L’asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,
infiammandosi .in quanto era premuto da due rotanti
cerchi da una parte e dall’altra-, quando affrettavano il corso nell’accompagnarmi
le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
verso la luce, togliendomi con le mani i veli dal capo.
Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,
con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;
e la porta, eretta nell’etere, è rinchiusa da grandi battenti.
Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,
con accortezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello
senza indugiare togliesse dalla porta. E questa, subito aprendosi,
produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare
nei cardini, in senso inverso, i bronzei assi
fissati con chiodi e con le borchie. Di là, subito, attraverso la porta
diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.
E la Dea di buon animo mi accolse, e con la sua mano la mia mano destra
prese, e incominciò a parlare così e mi disse:
(Parmenide, Fr. 1, 4-23)

Focea (Erodoto)
Si scontrarono proprio nella pianura che è di fronte alla città di Sardi, grande e brulla (attraverso di essa scorrono vari fiumi, tra cui l’Hyllos, e confluiscono nel più grande, chiamato Ermo che, scorrendo dal sacro monte della madre Dindimene, sfocia in mare presso la città di Focea).
(Erodoto, libro I, 80,1 -Fondazione Valla-)
Gli Ioni non usano la stessa lingua, ma quattro tipi di sue alterazioni. Mileto è la prima delle loro città verso mezzogiorno, dopo vengono Myrus e Priene. Esse sono situate in Caria e vi si parla nella stessa maniera; queste sono in Lidia: Efeso, Colofone, Lebedo, Teo, Clazomene, e Focea.
(Erodoto, libro I, 142,3 -Fondazione Valla-)
Quando gli ambasciatori degli Ioni e degli Eoli giunsero a Sparta (e infatti tutto si faceva in gran fretta), scelsero perché parlasse a nome di tutti, il foceo che si chiamava Pythermos. Costui, indossato un mantello di porpora, perché gli spartani sentendone parlare convenissero in gran numero, presentatosi parlò a lungo, chiedendo di recare loro aiuto. Gli Spartani però non gli dettero ascolto, e decisero di non portare aiuto agli Ioni. Essi allora se ne andarono; ma gli Spartani, che avevano respinto gli ambasciatori degli Ioni, inviarono ugualmente uomini su una pentecontere: a mio avviso, per spiare la situazione di Cipro e della Ionia. Giunti a Focea, questi mandarono a Sardi il più illustre tra di loro, di nome Lakrines, per riferire a Ciro una dichiarazione degli Spartani: che non devastassero nessuna città di terra greca, poiché essi non l’avrebbero permesso.
(Erodoto, libro I, 152,1-3 -Fondazione Valla-)
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Dionisio di Focea, quando comprese che la causa degli Ioni era perduta, catturate 3 navi nemiche, fece vela non più verso Focea, ben sapendo che doveva cadere, in schiavitù, insieme con il resto della Ionia, ma, così come stava, si diresse subito verso la Fenicia.
Dopo aver ivi affondato delle navi da carico ed essersi impadronito di molte ricchezze, navigò alla volta della Sicilia e di là esercitava la pirateria contro Cartaginesi e Tirreni, senza però recar danno ad alcuno dei Greci.
(Erodoto, libro VI, 17 -Oscar Mondadori-)

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