Sottrazioni.

La filosofia contemporanea mi ha insegnato che c’é sempre qualcosa da aggiungere. Ora io voglio insegnare alla filosofia contemporanea che si deve sottrarre più di qualcosa. Come fanno gli scultori per ricavare l’opera dallo statuario. Ci sono parole, schegge, sulle quali riflettere. Sarebbe bello perdervisi. In contemplazione. Muti. Se si ha tempo. Se c’é spazio. Senza vanità e pudore. Riflettere ciò che non é mai del tutto vuoto, che non é mai nulla.
La filosofia occidentale riflette ancora il magnifacente sonno di Epimenide che non fu una fuga dalla physis bensì il suo approfondimento per nulla psicanalitico, perché sfuggire all’invenzione dell’io é altrettanto ineludibile che il presente esercizio a cavare. La contemplazione dello spazio vuoto non concede l’affermazione del nulla, ma il Mondo non é pieno di ii: l’essere non coincide coll’esserci.
Contemplare non é forma, esercizio, o pratica estranea alla tradizione Greca di cui permeò lo sviluppo sin dalla sua prima nascita. Non c’é dunque bisogno di viaggi in Oriente, e di lavacri nell’Hindu o nel Gange. Sebbene riflettere l’antichissimo lavorio dei nostri conTerranei Cinesi, e dei loro epigoni Giapponesi, mi rassicura ed esalta quasi come pensare -secondo le regole della scienza moderna- che sono maggiori le possibilità che esistono piuttosto che non esistano gli Extra-terrestri.

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