Ontologia e gnoseologia.

In realtà di poche cose chi scrive è tanto fermamente persuaso quanto del fatto che sul piano della considerazione rigorosamente filosofica (e, cioè non soltanto psicologica) della coscienza e della realtà il problema del conoscere sia stata ormai definitivamente eliminato, così come eliminato per sempre fu il problema dell’essere dopo la critica inglese e tedesca del Settecento. Nel secolo decimottavo morì la metafisica, nel ventesimo muore la gnoseologia: del che la filosofia non prese, né prende, il lutto, visto che morte significa, in questo caso, non già definitivo riconoscimento dell’impossibilità di risolvere il problema, ma anzi la sua soluzione assoluta, dopo la quale risulta esclusa persino  la possibilità di riproporlo. Il problema dell’essere, e in genere di ogni realtà oggettiva, finì con Kant di esistere per il pensiero non perché fosse riconosciuta l’incapacità del pensiero stesso ad attingerla, ma bensì perché la realtà si manifestò una volta e per sempre interna ad esso, e il problema dell’essere si risolse e annullò nel problema del pensare. E così il problema del conoscere, cioè di tutte le leggi che governino l’attività teoretica dello spirito, vien meno non per difetto dello stesso conoscere, ma anzi per la sua onnipresenza, che può essere legata a leggi tanto quanto un animale può essere legato alla sua coda. Sul piano della filosofia, cioè dell’assoluta presenza soggettiva dello spirito, il conoscere non è un problema, perché è una realtà: non sussiste il problema del conoscere, perché appena esso si presenta già sussiste il conoscere del problema. La gnoseologia muore non perché non sappia assolvere il proprio compito ma perché non ha nessun compito da assolvere.

(Guido Calogero, Storia della logica antica, Introduzione, L’unità trascendentale della logica e della dialettica, pagg. 25-26)

… derivano due considerazioni importanti. Anzitutto, se compito della logica è propriamente quello di riconoscere la necessaria conformazione intrinseca di ogni pensato e pensabile, in quanto presente al pensiero e fatta astrazione delle cause di tale presenza, e compito della gnoseologia quello d’indagare invece tali cause, spiegando come il pensiero possa attingere la realtà e così giungere a conoscenza verace, è ovvio che in tutta l’età arcaica, in cui il contemplante bada a osservare immediatamente i dati della sua esperienza, distinguendo bensì quelli più veri e reali da quelli meno veri e reali ma senza contrapporre, in ciascuno di essi, l’aspetto per cui è conosciuto da quello per cui è reale, la gnoseologia ancora non esiste, il suo problema non essendosi ancora differenziato da quello più spontaneo della logica.
Considerata nei suoi più stretti limiti, questa dimenticanza arcaica della gnoseologia per la logica ha la sua propria sede nell’età del cosiddetto naturalismo presofistico.  Lo steso più tipico esempio di rudimentale considerazione del problema gnoseologico, che in essa possa annoverarsi, e cioè la dottrina empedoclea onde il simile si conosce col simile, costituisce evidentemente più una conferma che un’eccezione, sia in quanto considera l’assimilazione conoscitiva come semplice assimilazione reale e la cosa interna al pensiero come identica alla cosa esterna, sia in quanto concepisce tale assimilazione non come processo che possa più o meno realizzarsi ma come necessario evento naturale, onde l’accadere conoscitivo non è l’accadere reale.
… Ogni rappresentazione del processo conoscitivo, che in questa età sia messa innanzi, ha infatti come tacita ma indiscussa premessa la convinzione che ogni forma e fase di tale processo l’adeguazione del conoscente al conosciuto non sia un problema da discutere ma un fatto da constatare.

(Guido Calogero, Storia della logica antica, La struttura del pensiero arcaico, l’indistinzione originaria della gnoseologia dalla logica pagg. 41-42)

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