Verità e realtà.

… Per la riflessione arcaica la verità non si distingue dalla realtà: il vero non è qualcosa che, implicando un rapporto di rispondenza al reale che veramente rispecchia , si contrapponga alla sua oggettività e venga perciò ad appartenere alla sfera soggettiva della consapevolezza. … L’occhio contemplante si oblia ancora nella cosa contemplata: ed essa è nello stesso tempo esistente e manifesta, reale e verace, senza che tali attributi palesino la loro dualità. Questo atteggiamento mentale … è tipicamente documentato dall’uso verbale, persistente nel mondo greco anche quando è presente la consapevolezza della distinzione, e del resto comune ad ogni parlare spontaneo, per cui l’attributo del «vero» s’identifica e converte liberamente con quello del «reale». Il Greco antico chiama ogni saldo contenuto della sua esperienza tanto ον, «esistente», quanto αληθες, «vero»: τα οντα χαι αληθη è una delle formule più ovvie per designare il complesso della realtà, che insieme «è» ed «è vera», e ancora Platone adopera scambievolmente i due termini, dando per esempio all’attributo di οντως οντα «realmente esistenti», proprio degli enti ideali, lo stesso significato di αλητως οντα, «veramente esistenti», il quale spesso lo sostituisce, così come potrebbe sostituirlo quello di οντως αλητε, «realmente veri». E che invece non sia linguisticamente ovvia, o almeno non sia così ovvia, la quarta formula possibile, quella di αλητως αληθη, «veramente veri», prova come sia piuttosto il concetto del «vero» a risolversi in quello di «reale», e a farsi da esso sostituire, che non, viceversa, il concetto del «reale» a lasciarsi comprendere e rappresentare da quello del «vero». Ma non già nel senso che questo arcaico atteggiamento mentale, tendendo a risolvere la sfera della verità e quindi della soggettività in quella della realtà oggettiva, sia di conseguenza propriamente oggettivistico o realistico, e venga così a far contrasto all’opposto atteggiamento assunto poi dal pensiero moderno. È chiaro come non solo la risoluzione idealistica della cosa nel pensiero ma anche l’opposta risoluzione realistica del pensiero presupponga la contrapposizione delle due sfere, tra le quali possa esser messo in palio l’attributo della realtà e dell’autenticità: e come quindi né l’una né l’altra di tali riduzioni abbia modo di realizzarsi quando quella contrapposizione non sia ancora compiuta nella consapevolezza del contemplante. Il pensatore arcaico non è né realista né idealista, perché l’esigenza di scegliere fra quelle due posizioni è ancora necessariamente estranea al suo mondo mentale, ed anzi estraneo gli è persino il presupposto in funzione del quale quell’esigenza possa manifestarsi. Che poi, fatta attenzione a tale distinguibilità del soggettivo dall’oggettivo, egli sia spontaneamente realista, è la naturale conseguenza del fatto che, fin dall’indistinzione originaria, il mondo delle verità gli si presenta nel medesimo aspetto oggettivo del mondo delle realtà, e tale aspetto conserva anche dopo la distinzione, prima come caratteristica di fatto e più tardi come criterio di valore.

(Guido Calogero, Storia della logica antica, Libro primo: L’età arcaica, Capitolo primo: La struttura del pensiero arcaico, L’unità arcaica di verità e realtà pagg.39-40)

… Tale unità originaria dell’esistente e del pensato non è d’altronde costituita esclusivamente di quei due termini. Il reale non è soltanto vero nel pensiero, è anche manifesto nella parola: l’espressione linguistica si aggiunge perciò come terzo elemento al binomio primordiale della  realtà e della verità. È noto come la mentalità primitiva non distingua il significante dal significato, almeno nel senso che considera il primo sullo stesso piano di realtà proprio del secondo. La parola è pari alla cosa, in quanto ha la stessa esistenza e potenza della cosa. S’intende che la mentalità del Greco arcaico ha già in qualche misura superato questo atteggiamento mentale, nella forma in cui esso è proprio delle civiltà più primitive. Che il nome equivalga esistenzialmente alla cosa nominata, nel senso in cui tale convinzione è per esempio la premessa di certe pratiche magiche dei primitivi, non è certo più vero già per l’antichissima cultura che si rispecchia nei poemi omerici, e per la quale è ovvio che altro è la parola e altro il fatto, se Fenice, maestro i Achille, può riassumere l’ideale educativo di quell’ambiente storico nella capacità di ben dire e di bene operare. Ma tra le sfere della realtà e della parola sta quella del pensiero: e se quest’ultima, nel periodo arcaico della grecità, appare ad un lato fusa e confusa con la prima, essa si manifesta d’altro lato avvinta da tenaci legami anche alla seconda. Il pensiero è insieme parola, la verità riconosciuta e affermata fa ancora corpo con la sua espressione verbale. Come la distinzione della verità soggettiva dalla realtà oggettiva non è un’esperienza originaria ma il risultato di un processo storico, così l’estrazione della verità necessaria dalla sua contingente veste linguistica, la consapevolezza che il pensiero giusto è uno ma molte sono le parole che possono esprimerlo, si vien realizzando solo attraverso un prolungato corso di riflessioni, all’inizio del quale essa è ancora sostanzialmente ignota.

(Guido Calogero, Storia della logica antica, Libro primo: L’età arcaica, Capitolo primo: La struttura del pensiero arcaico, Triunità arcaica del reale, del pensiero, e del detto. pagg. 44-45)

 

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