Bergson.

Se è vero che l’autenticità si avverte esclusivamente nell’atto di “collocarsi nella durata, per cogliere la durata” [1], ciò avviene inevitabilmente predicando l’impossibilità e l’inutilità radicali dell’atto di comunicare; giacché è del tutto indifferente alla natura di questa verità (sic) comunicare la “verità”; fosse anche dire della natura esteriore dell’istante (di quell’istante [2]) che costituirebbe l’unico momento (μ) di realtà esperibile.
Intorno al chiuso di esistenze claustrofobiche tutto avvizzirebbe e perderebbe di significato; l’esistenza diverrebbe la negazione della vita [3]; insomma, innaturale, fittizio e triste. Come se venissero proiettati in sequenza sullo schermo del vuoto isolati fotogrammi di scene surreali.
Nella pratica, fuori che nelle arti visive, i risultati sono stati disastrosi.

[1] Un gesto conosciuto da secoli dai Monaci Zen?
[2] cfr. il Parmenide di Platone (323d)
[3] Bios e Zoe.

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