Il “Triplete” di G. Colli

Giorgio Colli (La Natura ama nascondersi, Adelphi 1998, pag. 169 e seg.) propone di leggere i frammenti DK 28 B 4, DK 28 B 5, e DK 28 B 16 in sequenza, subito dopo i versi 31 e 32 del primo frammento.
In questo modo, DK 28 B 16 è sottratto alla doxa.
Cominciamo dai testi.
Quando non indicato diversamente, per il greco uso quello proposto da Reale e Ruggiu nell’edizione Bompiani del 2003; per la versione italiana uso quello di Diels e Kranz nell’edizione Laterza del 2002 a cura di G. Giannantoni.

DK 28 B 1 31,32
ἀλλα᾽εμπης xαι ταῦτα μαθήσεαι, ὠς τὰ δοxοῦτα
χρῆν δοxίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὂντα.(1)
DK 28 B 4
λευσσε δ᾽ ὂμως ἀπεόντα νόωι παρεόντα βεβαίως (2)
οὺ γὰρ ἀποτμήξει τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος ἒχεσθαι
οὒτε σxιδνάμενον πάντηι πάντως xατὰ xόσμον
οὒτε συνιστάμενον.
DK 28 B 5
ξυνὸν δέ μοί ἐστιν,
ὀππόθεν ἂρξωμαι˙ τόθι γἀρ πάλιν ἰξομαι αὖθις.
DK 28 B 16
ὠς γὰρ ἒxαστος ἒχει xρασιν μελέων πολυπλάγxτων,
τὼς νόος ἀνθπώποισι παρίσταται˙ τὸ γὰρ αὐτό
ἒστιν ὂπερ φπονέει μελέων φύσις ἀνθρώποισιν
xαὶ πᾶσιν xαἰ παντί˙ τὸ γὰρ πλέον ἐστὶ νόημα.

Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze
bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi.
Queste cose, benché lontane, vedile col pensiero saldamente presenti:
non infatti distaccherai l’essere dalla sua connessione con l’essere
né quando sia disgregato in ogni senso completamente con cura sistematica
né quando sia ricomposto.
Per me è lo stesso,
il punto da cui devo prendere le mosse; là, infatti, nuovamente farò ritorno.
Quale infatti è la mescolanza che ciascuno ha degli organi molto erranti,
tale mentalità si ritrova negli uomini; perché è sempre lo stesso
ciò che appunto pensa negli uomini, la costituzionalità degli organi:
in tutti e in ognuno; il di più infatti è pensiero.

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(1) Ma tuttavia anche questo imparerai, come dell’apparenza
si debba mettere alla prova l’essere, penetrando ogni cosa in ogni modo.
[Trad. Colli ΦΚΦ cit.].

(2) L’interpretazione più comune del primo verso [del fr. 4.] è quella di stampo idealistico (p. es. Untersteiner: «Guarda come le cose lontane vicine al pensiero saldamente pur sono», e già Diels -nei Vorsoker-; «Betrachte wie doch das Ferme Deinem Verstande zuverlässig nahe tritt»). Ma che essa sia fantastica è dimostrato già dal verso che segue: come potrebbe infatti questo argomentare «giacché esso (cioè il νόος) non scinde l’ente della sua connessione con l’ente» se nel primo verso si fosse affermato che esso è presente e vicino al pensiero pur essendo in sé lontano ed assente? Qui la relazione sarebbe tra realtà e pensiero, mentre nel verso che segue, e ne dà la dimostrazione, il rapporto è tra realtà e realtà. Logico sarà invece che il νόος, come sempre in Parmenide, non sia già un reale accanto a un reale: νόω non varrà quindi intellectui, bensì intellectu, e andrà connesso con παρεόντα (più parmenideo allora sarebbe addirittura connetterlo con ἀπεόντα -magari facendone un νόου- e invertire affatto l’interpretazione: «bada come siano in realtà presenti anche le cose assenti al pensiero: questi non potrà mai infatti tagliare il legame tra l’essere e l’essere, ecc.»!) bensì con λεῦσσε, come ha giustamente veduto il Reinhardt (pag. 49), che richiama a confronto il νόω δέρxευ di Empedocle (17, 21). D’altra parte, interpretando «gebrauche den Verstand statt deiner Augen und sieh das noch so Ferme gleichwohl mit dem Verstande sicher gegenwärtig», egli non ha poi fatto che contaminare la nuova interpretazione con la vecchia, sommando un νόω = intellectu al νόω = intellectui invece di sostituire il primo al secondo (e una confusione simile era già nella prima interpretazione data dal Diels nel Parmenides: «Betrachte vie das noch so Ferme durch des Geistes Auge Dir zuverlässig nane gerückt ist». Il Burnet, invece, connetteva esattamente νόω con λεῦσσε, ma intendeva poi bizzarramente «guarda le cose lontane come se fossero vicine»). La ragione è che il Reinhardt, pur rilevando così bene l’assoluta invalidità dell’interpretazione di Clemente Alessandrino, che vede nel citato testo parmenideo qualcosa di concernente il problema cristiano della speranza nella vita futura, non s’è accorto poi di conservarne la concezione temporale degli ἀπεόντα e dei παρεόντα, che, invece, per quadrare coi versi seguenti del frammento e specificamente col terzo e col quarto, non possono avere che un significato spaziale (e per le confusioni del genere, cfr. la larga nota in Zeller-Nestle, pp. 692-93 [ed. it., pp. 209-13]). Il συνέχεσθαι dell’ἐόν  non sarà dunque qui quello che nel massimo frammento parmenideo è dedotto dalla sua eterna presenza (8, 5-6), bensì quello che vi è derivato dalla sua assoluta eguaglianza e indecisione, onde esso non ha in sé alcuna soluzione di continuità ed è «tutto pieno»: τῶ ξυνεχὲς πᾶν ἐστι˙ἐόν γἀρ ἐόντι πελάζει (8,25). Quest’ultima frase corrisponde ad unguem all’ἐόν τοῦ ἐόντος ἒχεσθαι: ed ecco che si chiariscono perfettamente l’ἀπεόντα e il παρεόντα, che indicano appunto la condizione delle cose «distanti tra loro» o «vicine tra loro», quali si presentavano le prime a coloro che le facevano σxίδανασθαι e συνίστασθαι e le altre a Parmenide. Né può ostare all’interpretazione il fatto che non sia verbalmente espresso  nei παρεόντα e negli ἀπεόντα quello sdoppiamento per l’unità dell’ente aleatico. Del resto, il senso è chiaro anche a tradurre semplicemente «distanti» e «vicine»: «guarda col tuo pensiero come le cose distanti siano in realtà saldamente vicine: ché esso non potrà scinder l’ente dalla sua connessione con l’ente, come tale che si separi e si riunisca in ogni luogo e modo nel cosmo». Accettando poi dal Diels che con questo σxίδανασθαι e συνίστασθαι Parmenide accenni specificamente ad Eraclito (e non, come preferisce il Reinhardt, ad Anassimene: in ogni caso si tratta di fisica ionica) si avrebbe un’ulteriore conferma dell’interpretazione qui proposta: perché nel fr. 91 σxίδνησι xαι πάλιν συνάγει xαί πρόσεισι xαὶ ἂπεισι (le atetesi del Reinhardt, pp. 207-9n., paiono giustamente vane anche al Nestle) non solo sarebbe esplicita la coincidenza con lo σxίδνασθαι e il συνίστασθαι, ma anche quella con i παρεόντα e gli ἀπεόντα, giustamente interpretati quindi nello stasso senso della continuità e della discontinuità spaziale (che in Eraclito, s’intende, appaiono nella forme dinamiche dell’avvicinamento e dell’allontanamento).
[G. Calogero Studi sull’Eleatismo Nuova Italia 1977 pagg. 27-28 nota 26]

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