Prologo a B.c.

Prologo al racconto di B.C.
Ho iniziato a scrivere questa prolusione in un momento di pausa di qualche giorno, attendendo che, il venerdì canonico, il fotografo della Casanatense mi inviasse per posta elettronica la scansione di un testo, individuato grazie all’aiuto richiesto al prof. Galasso, che mi serviva leggere per continuare il racconto di B.C.

Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. Questa frase di semplice e immediata comprensione comporta invece, per chi si è avviato nella filosofia cioè pretende di conoscere tutto e in profondità, complessi problemi di difficile soluzione perché: il dire scrivere implica il dover dire la storia della scrittura per intero che non può fare a meno di comprendere anche la fase pre-alfabetica dei geroglifici, delle pitture rupestri pre-storiche e della manifattura di utensili d’uso comune che avevano bene e comunque una forma adatta per una comunicazione scritta o in-scritta; i pensieri. Chi riesce a scovare un soggetto-oggetto più sfuggente ed etereo di questo? La loro esistenza è problematica così come la loro importanza, perché c’è chi ritiene che siano la sostanza dell’essenza e chi invece li svaluta ad un nulla più che illusorio del fumo; Forma, usato, e qui così lo si utilizza, nell’accezione platonica pone infiniti problemi di comprensione e connessione con la dottrina delle idee e la sua eredità; infine, il comunicare, se non lo si intende in maniera banale come mero esercizio telecinetico, configge da subito la terza parola della frase ora in questione laddove non si capisce il motivo della necessità, giacché il proprio non diverrà mai comune, che è il suo contrapposto, se è autenticamente, e lo è, proprio. Tralascio per decoro l’aspetto psicologico perché sarei ben presuntuoso se ritenessi che ci sia al mondo qualcuno veramente curioso di leggere i miei pensieri, ma una frase da sola serve a poco. Se è costruita ad arte, in passato poteva torreggiare in cima al frontone d’un tempio o in tempi recenti avvolgere una pralina di cioccolato. Non è questo il caso, né per l’arte né per il tempo, e deve, dunque, essere completata. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come una macchina del tempo che viaggia, però, in una sola direzione: verso il tempo futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Se sul concetto di tempo Sant’Agostino, che fu un profondo filosofo pagano prima di divenire Santo, Padre e Dottore della Chiesa, rimase muto e interdetto, può non spaurirsi la mia povera mente terrena e profana al cospetto di sua maestà il tempo? Tempo futuro inoltre, come se conoscendo niente di un nulla affermassi che questo nulla è giallo, che è bianco, che è grande o piccolo, ecc. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando, mutando, non è più la stessa cosa essente. Perché dico tutto ciò? Per due motivi: Per dare ragione, nel modo più basico che mi è consono, della necessità del pensiero e dei pensatori. Perché solo il pensiero può cogliere, come in questo caso, il tempo nella sua indefinibile indefinitezza benché consuetudiniaramente, in acto exercito, incapsulato nei luoghi comuni che rappresentano le espressioni più quotidiane dell’umanità; perché solo un pensatore può concepire, come in questo caso, e maneggiare accortamente questa strana creatura che è l’istante che forma il tempo. Con ciò qui si anticipa il tema, uno dei fondamentali nelle mie intenzioni, che è possibile comprendere un tempo storico -il suo spirito direbbe B.C.- solo in un tempo storico -con uno spirito- ragionevolmente posteriore; un istante, cioè, diventa autentico mutando in un altro sé stesso. Questa circostanza che è contraria al senso comune può essere bene intesa solo filosoficamente. È ciò che dirò a proposito dei secoli che si usano come misure didascaliche per distinguere le epoche storiche convenzionali. Per piaggeria. Perché spero che, conoscendo i travagli, i mille ripensamenti, i momenti di scoramento che sottendono al mio lavoro mi verrà, se non riconosciuto il diritto, perdonata almeno l’arroganza d’essermi accostato confidenzialmente ad un Uomo che ha incarnato il suo tempo divenendone un vessillifero.  “Tout se tient”. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando essa, mutando, non è più la stessa cosa essente. Solo il pensiero può cogliere la natura inautentica del tempo. Esclusivamente un pensatore può padroneggiare, senza mandare tutto in malora, questa strana invenzione che è l’istante che contiene i presenti di cui il tempo si dice composto. Quando, con una formula tradizionale antica quanto efficace, si deriva che il passato vive nel presente, in particolare se si inverte l’ordine dei termini senza modificare il senso della sentenza, non si afferma forse il concetto che il presente è composto in gran parte di passato? Ma quali e quanti passati compongono ogni singolo presente se non tutti? Come si fa ad escluderne alcuno? Il presente é dunque la sommatoria di tutti i tempi passati fino ad arrivare al tempo (t – 1) aggiunta al presente. Questa terribile formula raddoppia il risultato ad ogni passaggio di tempo. Se si pensa a che dimensione orribilmente grande dovrebbe assumere ogni singolo istante contenitore, diviene indispensabile che una qualche forma debba intervenire. Questa forma necessaria è il fattore umano. Se, in generale, non c’è ragione per escludere alcun passato dalla partecipazione al presente, diciamo, collettivo v’è motivo, invece, per escluderne certi nelle vite individuali. Il passato è sempre diverso per ogni singolo individuo e, in conseguenza di quanto dedotto in precedenza, diverso sarà il suo presente. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando essa, mutando, non è più la stessa cosa essente. Solo il pensiero può cogliere la natura inautentica del tempo. Esclusivamente un pensatore può padroneggiare, senza mandare tutto in malora, questa strana invenzione che è l’istante che contiene i presenti di cui il tempo si dice composto. Il presente é la sommatoria di tutti i presenti-passati sommato a sé stesso. In questo modo l’istante, che contiene il presente-presente, assume dimensioni tali che diventa inintelligibile. Questa imperscrutabilità venne prevista, forse è per ciò che un antico sofista ci viene in aiuto fornendoci il fattore comune: πάντων χρημάτων μέτρον ἐστὶν ἅνϑρωπος, τῶν μὲν ὄντων ὡς ἔστιν, τῶν δὲ οὐκ ὄντων ὡς οὐκ ἔστιν. Nel passato di ogni singolo individuo dobbiamo distinguere tre componenti: – il genoma; una causa collettiva comune, tramandata ai singoli attraverso l’educazione e l’ambiente -lo spirito del tempo direbbe B.C., seguendo l’orientamento dell’idealismo tedesco; e un’ultimo elemento essenziale precipuo frutto del caso.Heidegger non fu apprezzato dal senatore e, di conseguenza, dai suoi discendenti, dagli amici, dagli allievi e dagli allievi degli allievi. A torto! Se il giudizio sballato degli eredi può essere liquidato come mero snobismo, la svista di B.C., in quanto filosofo, va considerata in profondità. Per questo bisogna ripercorrere la sua vita in due momenti topici: il 28 luglio del 1883, quando si crearono tristemente le precondizioni perché il filosofo ch’era in lui potesse venire alla luce e il 25 settembre 1913, quando il filosofo poté esercitare compiutamente la sua selvaggia disciplina. La parola in questione, la filosofia è spesso una questione di “parola”, è “angoscia”. Questa è la scoperta di Heidegger, il motore immoto: la reazione all’angoscia, la ricerca della radura, il percorso del sentiero nella fitta foresta che scopre l’uomo del ‘novecento sopravvissuto al nicianesimo, provato e sgomento ma non annichilato, di fronte all’orizzonte sconfinato, imprevisto e imprevedibile del governo della tecnica che lo priva di tutte le certezze tradizionali barattate al prezzo del comfort e del non-pensiero. S’offre, infine, lo scritto all’animo puro che lo fa syn-patico della fatica alla quale si sacrifica, per rispetto d’un ethos ormai tramontato, un miope ottuagenario al cospetto d’un più giovane e fisicamente meglio fornito studioso rampante, per quanto si possa definire rampante, rispetto ai vigenti parametri di misura del rampantismo, un valente e volenteroso studioso già uomo formato nel secondo immediato dopoguerra. I discendenti, gli amici, gli allievi, e gli allievi degli allievi di B.C. mi perdoneranno le mille inesattezze e la sfacciataggine che ho avuto nel dare l’idea d’aver romanzato la vita di chi abborriva, in vita, le vite romanzate. Non ritengo, sinceramente d’aver romanzato un bel nulla, lo dico solo per precauzione. Sempre per precauzione userò lo stratagemma manzoniano di dire d’aver trovato lo scritto d’un altro nel fondo d’un vecchio cassetto.   
Ag 14 gennaio 2016

  

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