Riflessione.

Lascio ai legulei certi compiti che non saprei come assolvere. 

Associare alla dignità umana il bene di tutti è una nobile finalità che si poggia purtroppo su categorie troppo astratte. È necessario, perciò, precisare cos’è la dignità, in particolare quella dell’uomo; cos’è l’uomo e il bene; che intendere con tutti e specialmente discernere questa particolarissima specie di relazione di associazione. Tutto ciò per un fine nobile ma concreto, cioè quello di dimostrare che non c’è un’alternativa realistica a questo processo che è la causa ultima del percorso ineluttabile innestatosi sulla sapienza filosofica, che giunge a noi dopo un paio di millenni, approfondito e illuminato dalla non-violenza che si costituisce come il tratto innovativo apportato dalla cultura contemporanea post-bellica. La relazione di associazione tra “la dignità umana” e “il bene di tutti” è biunivoca, nel senso che la più elementare prova ermeneutica che consiste nel rovesciamento dei termini posti a confronto non provoca turbativa di senso. I termini non sono in alcun modo contrari o contrapposti tra loro potendosi ben coltivare entrambi. La non puntuale coincidenza dei loro rispettivi campi di esistenza pone, però, gravi problemi nel processo di assimilazione messo a tema. Inoltre, considerevoli forze centripete e resistenze di varia natura si oppongono o, quanto meno, turbano il procedimento che, è bene dirlo, rientra nel campo luciferino dell’ingegneria sociale. Trincerarsi dietro il comune senso positivo che si attribuisce a termini quali “dignità” e “bene” non serve a nulla poiché, se isolati e opportunamente stressati, si può sofisticamente dimostrare che queste stesse parole risultano contraddittorie, all’estremo vuote di significato. Ma, una bottiglia, sebbene oggetto consistente, è priva di senso se non la si associa all’acqua, al vino, all’olio o ad altro liquido che convenientemente può contenere. Allo stesso modo l’uomo, quest’essere di mezzo indeterminato se si esclude la volontà d’essere qualcosa secondo il suo libero arbitrio, è privo di senso se non lo si associa a un contenuto. Attraverso quale meccanismo un’idea astratta come la dignità può essere assimilata da un essere concreto, l’uomo, è della massima importanza. La dignità ha poco a che fare con l’orgoglio e i suoi attributi di sostanza si scontrano necessariamente con aspetti materiali quali la fame e la malattia; all’Essere sazio e sano si può domandare d’avere dignità, altrimenti … Il bilanciamento omeostatico fra i tre diritti fondamentali (Vita, Libertà e Proprietà) è continuamente messo in dubbio e turbato da proposte politiche, anacronistiche ma diffuse, che si fondano su categorie quali “Guerra giusta”, “Razza”, “Confini nazionali” o deliberatamente ignorato. Il desiderio di circoscrivere il diritto di proprietà nei suoi confini giusnaturalistici originari è divenuto un’utopia se l’uno percento dalla popolazione mondiale possiede più del restante novantanove percento. Così, il forte, giustificato e autorevole grido d’allarme dei poteri religiosi contro il relativismo assume un tono più consono alla filosofia che al fideismo di cui la stessa filosofia è acerrima nemica. Come si giustificano gli sprechi evidenti della cultura consumistica dei paesi ricchi al cospetto delle più essenziali ed elementari necessità delle popolazioni povere cui si potrebbe largamente far fronte con questi? Purtroppo l’episteme, ciò a cui la filosofia si è occasionalmente ridotta, è incapace di fare da eco a questo allarme contro l’egoismo mortifero. L’aritmetica, la più elementare dottrina pitagorica, condanna tutto ciò inesorabilmente.Solo in rari e brevi momenti nella storia si è compreso che il benessere individuale dipende da quello collettivo e se ne è tratto buon consiglio. Nemmeno la scuola stoica, che ha interessato parecchi governatori è formato stuoli di burocrati benestanti, ha mai inciso significativamente per il formarsi fra il popolo o almeno nella sua maggioranza di questo ethos. Di più hanno fatto e stanno facendo le religioni compassionevoli, purtroppo però senza mai uscire come del resto lo stoicismo, dal recinto del volontarismo della responsabilità individuale. Quantunque le categorie del vero, del buono e del bello siano dialetticamente vetuste, ci rimane quella dell’utile alla quale siamo destinati ad ancorarci per difendere il vero, il buono e il bello che permangono intatte, nonostante le apparenze, nella struttura originaria del mondo. Forse, questa è la ricetta più persuasiva e vale la pena di esplorarne fino in fondo le potenzialità. Conviene all’Occidente perseverare, o sarebbe più razionale progettare una più equa distribuzione delle risorse che disinneschi le giustificate proteste, anche violente, di chi raccoglie solo le briciole del frutto del Pianeta? A sentire i moderni sofisti dovremmo prima a risolverci se ciò coincida col buono, col vero e col bello, tutte categorie che si sono impegnati a negare con argomenti eristici; ci vuol tanto a cogliere la difformità naturale di questa posizione? Conviene all’Occidente perseverare, o sarebbe più razionale progettare una più equa distribuzione delle risorse che disinneschi le rivendicazioni violente di gruppi di potere periferici condannandoli alla dialettica pacifica che il rispetto della Storia esige? È oramai un assunto culturale che una femmina bianca europea può fare dovunque tutto ciò che fa un maschio di qualunque estrazione; perché non può fare allo stesso modo un individuo di qualsiasi sesso africano, asiatico di razza pura o meticcia del SudAmerica o dell’Oceania e trapiantarsi dove vuole nel regno dell’opulenza? Abbiamo a disposizione meno di 70 mq di globo terracqueo ciascuno, come si può pensare di rimanere estranei al destino di ognuno dei nostri coinquilini? Solo gli sciocchi o i pazzi insensati possono crederlo o qualche mente criminale disposta al genocidio.

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