— La pelle di Epimenide.

La notizia di Pausania (…) attestante la presenza di una tomba di Epimenide a Sparta, non è isolata. Si ripresenta infatti anche in Diogene Laerzio, che la desume da una fonte spartana: “I Lacedemoni conservano presso di loro il suo corpo in obbedienza ad un oracolo, come dice Sosibio il Lacone“. Vi sono poi alcune ulteriori informazioni che arricchiscono, e complicano il quadro: risulta dal lessico Suda che alla morte di Epimenide la sua pelle (dérma) sarebbe stata trovata tatuata di lettere; dalla stessa fonte, peraltro, sappiamo che l’espressione proverbiale “la pelle di Epimenide” era utilizzata per riferirsi a cose messe da parte o nascoste, e sebbene nella Suda non vi sia alcun riferimento a Sparta, l’esistenza di una relazione tra la tradizione sulla pelle e la sepoltura di Epimenide a Sparta è assicurata da una raccolta di proverbi giuntaci sotto il nome di Diogeniano, che riportando il medesimo proverbio vi aggiunge la notazione che la pelle si trovava a Sparta. Come vedremo, l’origine spartana di tale tradizione è confermata da due testimonianze in qualche modo parallele a quella su Epimenide, ed è verosimile che essa abbia trovato una prima sistemazione in Sosibio, erudito spartano di età ellenistica e primo autore ad interessarsi di antichità spartane; ciò non toglie, tuttavia, che nelle forme in cui ci è pervenuta questa tradizione appaia non particolarmente perspicua, e non sia chiaro, in particolare, quale sia il rapporto tra la tomba, il corpo e la pelle.
E’ sulla questione della pelle, soprattutto, che la critica si è divisa. Da una parte c’è chi, e sono i più, ha ritenuto che si dovesse cogliere un riferimento ad una pelle di cuoio utilizzata come materiale scrittorio, in conformità all’uso arcaico di servirsi di pelli (diphtherai) di capra o di pecora a tal fine; in seguito, l’espressione “la pelle di Epimenide” -con la quale sarebbe stato indicato questo particolare manoscritto- presa in senso letterale avrebbe generato la tradizione di una pelle umana tatuata di lettere, Altri studiosi, tuttavia, hanno giudicato poco fruttuoso questo tentativo di togliere alla notizia proveniente dalla Suda il  suo elemento più peculiare e hanno osservato come l’uso del tatuaggio fosse corrente in Tracia, vale a dire in una cultura presso la quale sono attestate figure di sciamani dai tratti simili a quelli attribuiti ad Epimenide.
Per districarci nella questione è opportuno chiarire preliminarmente cosa fosse scritto sulla pelle. L’allusione a cose messe da parte o nascoste (apòtheta) è alquanto criptico, ma è ragionevole assumere che si trattasse di uno scritto di Epimenide. Si è pensato, in particolare, ai suoi Oracoli, ed a confortare questa ipotesi c’è la considerazione che a circolare incise su pelli di animali dovevano essere soprattutto le raccolte oracolari, giacché l’utilizzo di un supporto scrittorio giudicato antiquato offriva una patina di arcaicità a tali raccolte; indicativo a questo proposito, è  un frammento euripideo che accenna alla presenza di pelli sulle quali erano scritte le molte voci dell’Apollo delfico. Ebbene, nel momento in cui si accoglie la tesi che gli apòtheta consistevano in oracoli -e su questo concorda anche chi, come Jesper Svembro, aderisce alla tesi di una pelle tatuata- ne deve necessariamente seguire che la tradizione su Epimenide presuppone come quadro di riferimento l’uso di scrivere oracoli su pelli di animali, a meno di non considerare come puramente casuale che il corpo di Epimenide fosse tatuato proprio con quegli oracoli che così spesso erano raccolti sul pelli di cuoio.
Potrebbe sembrare che in questo modo io mi stia schierando decisamente dalla parte di chi considera la pelle di Epimenide un manoscritto vergato su pelle animale. Se è così, vorrei subito correggere la rotta, perché, al contrario, la mia impressione è che la realtà sia alquanto più complessa come lascia suppore un’attenta analisi delle due testimonianze di cui dicevo. La prima è un passo di Plutarco relativo a “Ferecide il saggio, messo a morte dagli Spartani e la cui pelle era conservata dai loro re in obbedienza ad un oracolo“. La seconda è una voce di Stefano Bizantino, che a proposito della città di Anthana scrive: “è chiamata così, secondo Filostefano, da Anthes figlio di Poseidon, sulla cui pelle Cleomene fratello di Leonida, dopo averlo ucciso e scuoiato, scrisse gli oracoli, che in questo modo erano conservati(?)“. Il legame tra queste due testimonianze e la tradizione sulla pelle di Epimenide non è sfuggito alla critica, sebbene non mi risulti che siano mai state considerate tutte e tre insieme; una loro analisi comparativa può allora portare se non alla comprensione del loro esatto significato, quantomeno all’identificazione dei temi che le caratterizzano e del loro rapporto in termini cronologici.
Sebbene la notizia di Stefano Bizantino presenti la singolarità di un personaggio appartenuto all’età del mito ucciso da un re di Sparta vissuto a cavallo tra il VI e V secolo, ciò che ai nostri fini risulta più rilevante è la possibilità di fissare con relativa precisione il momento in cui questa tradizione si è formata. Infatti, la città di Anthana (Anthene, nella dizione ionica) si trova nei pressi di Thyera, all’interno di quella regione nota come Kynouria che fu a lungo contesa fra Spartani ed Argivi; pertanto il rapporto fra questa città ed il re Cleomene va messo verosimilmente in relazione con la campagna che il re spartano condusse contro Argo e che si concluse con la decisiva vittoria spartana a Sepeia intorno al 494. L’altro elemento che merita di essere valorizzato e che questa tradizione, nella misura in cui considera l’uccisione e lo scuoiamento del cadavere come condizione necessaria per giustificare la presenza di una pelle su cui erano incisi oracoli, fa implicitamente riferimento ad una tradizione preesistente che voleva che gli oracoli fossero incisi su pelle umana, rispetto alla quale opera una sorta di razionalizzazione. Peraltro, nel mettere in rilievo la contraffazione di oracoli da parte di Cleomene, la testimonianza di Stefano Bizantino acquisisce significato nel contesto dell’uso spregiudicato degli oracoli proprio di Cleomene, e riflette certamente il punto di vista dei suoi avversari, i quali non avevano alcuna necessità, se avessero voluto semplicemente sottolineare l’azione contraffattrice del sovrano spartano, di ricorrere al motivo dell’uccisione e dello scuoiamento di Anthes. Evidentemente il tema della scrittura di oracoli su pelle umana era già diffuso, e gli avversari di Cleomene intendevano riformularlo in chiave sfavorevole al re. C’è infine un ulteriore elemento da considerare: è assai probabile che il tema dello scuoiamento abbia fatto la sua comparsa per la prima volta proprio nella propaganda ostile a Cleomene, giacché a questa stessa propaganda che addebiterà la pazzia di Cleomene alla sua frequentazione con gli Sciti; ed Erodoto, che riferisce di questa pretesa frequentazione, ricorda anche come fosse costume scitico scuoiare i  nemici uccisi e conciarne la pelle per farne asciugamani o mantelli.
Quanto a Ferecide il saggio, da identificare senz’altro con Ferecide di Sirio, è singolare che fosse stato ucciso e scuoiato un personaggio che gli Spartani stessi onoravano per aver continuato l’opera di Licurgo; la circostanza che lo avessero fatto, come risulta dal contesto in cui Plutarco inserisce questa testimonianza, nelle forme di un sacrificio ed in obbedienza ad un oracolo, suscita perplessità, tanto più che il vocabolario di Plutarco non appartiene alla pratica sacrificale. Sebbene sia impossibile individuare i tempi ed i modi dell’elaborazione di questa tradizione, c’è tuttavia la possibilità di pervenire ad una sua migliore comprensione se si valorizza quello che è il suo elemento più significativo, e cioè il fatto che la pelle di Ferecide venisse conservata dai re. Il rapporto tra Ferecide ed i re Spartani è infatti noto anche attraverso altre fonti che attestano che il primo avrebbe detto ai secondi di non curarsi delle ricchezze, e questa tradizione non può essere indipendente dall’oracolo, che si pretendeva proveniente da Delfi, secondo il quale la cupidigia di ricchezze avrebbe rovinato Sparta. Ne segue che i re spartani avevano ricevuto da Ferecide un consiglio che la tradizione locale considerava alla stregua di un oracolo, ecco che la conservazione da parte loro della pelle di Ferecide non può che alludere nuovamente all’esistenza di una pelle su cui erano incisi gli oracoli (o semplicemente l’oracolo) di Ferecide. Evidentemente anche questa pelle era creduta essere quella del corpo di Ferecide, e ciò richiedeva che egli fosse stato ucciso e successivamente scuoiato.
In breve, se la storia di Cleomene ed Anthes presuppone una tradizione preesistente in cui gli oracoli non erano scritti su un cadavere scuoiato, ma tatuati sulla pelle, e se anche la storia di Ferecide riprende questi stessi temi, dobbiamo dedurne che alla loro base ci sia una tradizione-modello. Essa va senz’altro identificata con quella relativa alla pelle di Epimenide, e per due ragioni: perché è la pelle di Epimenide ad essere divenuta proverbiale; e perché il teme dell’uccisione e dello scuoiamento, che abbiamo visto essere un’elaborazione secondaria, non è attestato per Epimenide, la cui pelle fu trovata tatuata di lettere solo al momento della sua morte. Inoltre, il riferimento ad una pelle tatuata compare all’interno di una testimonianza, quella della Suda, che ha una indubbia coerenza all’interno di un’ottica sciamanica: “di lui si narra -è scritto- che la sua anima usciva quando voleva, e poi rientrava nel corpo; e quando, più in là nel tempo, morì, la sua pelle fu trovata tatuata di lettere“. La pelle, dunque, risulta chiaramente legata a quel corpo dal quale l’anima usciva a suo piacimento, ed è escluso che una tradizione siffatta possa essere sorta per spiegare l’esistenza di una pelle di cuoio conservata a Sparta e su cui erano incisi degli oracoli, tanto più che, nella Suda, nulla si dice né di Sparta né di oracoli.
Le considerazioni fin qui avanzate offrono dunque elementi a favore di entrambe le interpretazioni proposte in relazione alla pelle di Epimenide: da una parte sembra difficile dubitare che la pelle rimandi ad un manoscritto di cuoio contenente gli oracoli attribuiti ad Epimenide; dall’altra si direbbe che il tema della scrittura sul corpo rappresenti un elemento antico, probabilmente originario, della tradizione. A mio avviso, l’unico modo per uscire da questa impasse è ammettere che nel momento stesso in cui fece la sua comparsa a Sparta una raccolta di oracoli attribuiti ad Epimenide sopravvissuto nella forma di pelle essiccata, questa comparsa sia stata accompagnata da una tradizione che voleva che lo strumento scrittorio sul quale gli oracoli erano incisi fosse non la consueta pelle di animali scuoiati, ma il corpo stesso di Epimenide sopravvissuto nella forma di pelle essiccata; probabilmente, questa tradizione risultava credibile perché legittimata dai tratti sciamanici legati alla figura di Epimenide, che facevano ritenere che il saggio cretese, una volta che l’anima avesse definitivamente abbandonato il suo corpo, potesse ancora parlare attraverso gli oracoli incisi su di esso e dai quali egli, secondo la suggestiva interpretazione di Jesper Svembro, non poteva più essere separato. Risulta altresì chiaro che la conservazione a Sparta di una pelle che non fosse scissa dal corpo di Epimenide, poteva facilmente generare la tradizione sulla presenza, nella città lacone, di una sua tomba.
Quanto alla cronologia, mi sembra possibile pervenire a queste conclusioni: le tradizioni sullo scuoiamento di cadaveri risalgono agli ultimi anni del regno di Cleomene e cioè al primo decennio del V secolo; esse presuppongono una tradizione preesistente che voleva che gli oracoli fossero tatuati sul corpo; il modello che è alla base di tali tradizioni è la storia proverbiale della pelle di Epimenide, che pertanto si data senza incertezze al VI secolo. Ne deduciamo un convergenza in termini cronologici fra la tradizione sulla pelle di Epimenide su cui erano scritti oracoli, e la profezia relativa ad una sconfitta che gli Spartani subirono nei primi decenni del VI secolo e che fu attribuita -ovviamente post-eventum– ad Epimenide; ciò induce a ritenere certo che quella profezia facesse parte della raccolta oracolare incisa sulla pelle di Epimenide.
Resta da chiarire a chi spettasse la custodia di questi oracoli, che, in quanto apòtheta, erano riservati a “lettori particolarmente qualificati, del genere degli esegeti“. La testimonianza di Pausania che ricorda come la tomba di Epimenide si trovasse presso gli antichi Ephoreîa -nel cuore politico della città- non lascia molto spazio a dubbi. Che la pelle di Epimenide fosse conservata dagli efori è una circostanza tanto più significativa in quanto rappresenta, rispetto alle tradizioni di Ferecide ed Anthes che mettono in gioco i re, un elemento peculiare. In particolare, è rilevante osservare che proprio in relazione alla battaglia dei ceppi profetizzata da Epimenide esisteva anche una diversa tradizione oracolare di origine delfica; e poiché, come è noto, i re spartani mantenevano un rapporto personale con l’oracolo di Apollo attraverso dei magistrati, i cosiddetti Pizii,  che essi stessi sceglievano perché consultassero l’oracolo a loro nome, l’esistenza di due opposte tradizioni oracolari intorno allo stesso evento sembra interpretabile nel senso di un conflitto istituzionale tra re ed efori nella prima metà del VI secolo. E’ dunque probabile che nel momento in cui, fra VII e VI secolo, si accrebbe il potere dell’eforato, questa magistratura abbia sentito il bisogno di richiamarsi ad una fonte di sapere profetico diversa dall’oracolo delfico, e la custodia di una raccolta oracolare attribuita ad Epimenide aveva il sapore di una scelta compiuta in consapevole opposizione, perché il saggio cretese era colui che aveva negato che vi fosse un ombelico della terra e del mare, sfidando in questo modo la centralità culturale dell’oracolo delfico nel mondo greco.

(da Epimenide a Sparta, di Marcello Lupi in Epimenide cretese (cfr. bibliografia)

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