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— La pelle di Epimenide.
17 febbraio 2017

La notizia di Pausania (…) attestante la presenza di una tomba di Epimenide a Sparta, non è isolata. Si ripresenta infatti anche in Diogene Laerzio, che la desume da una fonte spartana: “I Lacedemoni conservano presso di loro il suo corpo in obbedienza ad un oracolo, come dice Sosibio il Lacone“. Vi sono poi alcune ulteriori informazioni che arricchiscono, e complicano il quadro: risulta dal lessico Suda che alla morte di Epimenide la sua pelle (dérma) sarebbe stata trovata tatuata di lettere; dalla stessa fonte, peraltro, sappiamo che l’espressione proverbiale “la pelle di Epimenide” era utilizzata per riferirsi a cose messe da parte o nascoste, e sebbene nella Suda non vi sia alcun riferimento a Sparta, l’esistenza di una relazione tra la tradizione sulla pelle e la sepoltura di Epimenide a Sparta è assicurata da una raccolta di proverbi giuntaci sotto il nome di Diogeniano, che riportando il medesimo proverbio vi aggiunge la notazione che la pelle si trovava a Sparta. Come vedremo, l’origine spartana di tale tradizione è confermata da due testimonianze in qualche modo parallele a quella su Epimenide, ed è verosimile che essa abbia trovato una prima sistemazione in Sosibio, erudito spartano di età ellenistica e primo autore ad interessarsi di antichità spartane; ciò non toglie, tuttavia, che nelle forme in cui ci è pervenuta questa tradizione appaia non particolarmente perspicua, e non sia chiaro, in particolare, quale sia il rapporto tra la tomba, il corpo e la pelle.
E’ sulla questione della pelle, soprattutto, che la critica si è divisa. Da una parte c’è chi, e sono i più, ha ritenuto che si dovesse cogliere un riferimento ad una pelle di cuoio utilizzata come materiale scrittorio, in conformità all’uso arcaico di servirsi di pelli (diphtherai) di capra o di pecora a tal fine; in seguito, l’espressione “la pelle di Epimenide” -con la quale sarebbe stato indicato questo particolare manoscritto- presa in senso letterale avrebbe generato la tradizione di una pelle umana tatuata di lettere, Altri studiosi, tuttavia, hanno giudicato poco fruttuoso questo tentativo di togliere alla notizia proveniente dalla Suda il  suo elemento più peculiare e hanno osservato come l’uso del tatuaggio fosse corrente in Tracia, vale a dire in una cultura presso la quale sono attestate figure di sciamani dai tratti simili a quelli attribuiti ad Epimenide.
Per districarci nella questione è opportuno chiarire preliminarmente cosa fosse scritto sulla pelle. L’allusione a cose messe da parte o nascoste (apòtheta) è alquanto criptico, ma è ragionevole assumere che si trattasse di uno scritto di Epimenide. Si è pensato, in particolare, ai suoi Oracoli, ed a confortare questa ipotesi c’è la considerazione che a circolare incise su pelli di animali dovevano essere soprattutto le raccolte oracolari, giacché l’utilizzo di un supporto scrittorio giudicato antiquato offriva una patina di arcaicità a tali raccolte; indicativo a questo proposito, è  un frammento euripideo che accenna alla presenza di pelli sulle quali erano scritte le molte voci dell’Apollo delfico. Ebbene, nel momento in cui si accoglie la tesi che gli apòtheta consistevano in oracoli -e su questo concorda anche chi, come Jesper Svembro, aderisce alla tesi di una pelle tatuata- ne deve necessariamente seguire che la tradizione su Epimenide presuppone come quadro di riferimento l’uso di scrivere oracoli su pelli di animali, a meno di non considerare come puramente casuale che il corpo di Epimenide fosse tatuato proprio con quegli oracoli che così spesso erano raccolti sul pelli di cuoio.
Potrebbe sembrare che in questo modo io mi stia schierando decisamente dalla parte di chi considera la pelle di Epimenide un manoscritto vergato su pelle animale. Se è così, vorrei subito correggere la rotta, perché, al contrario, la mia impressione è che la realtà sia alquanto più complessa come lascia suppore un’attenta analisi delle due testimonianze di cui dicevo. La prima è un passo di Plutarco relativo a “Ferecide il saggio, messo a morte dagli Spartani e la cui pelle era conservata dai loro re in obbedienza ad un oracolo“. La seconda è una voce di Stefano Bizantino, che a proposito della città di Anthana scrive: “è chiamata così, secondo Filostefano, da Anthes figlio di Poseidon, sulla cui pelle Cleomene fratello di Leonida, dopo averlo ucciso e scuoiato, scrisse gli oracoli, che in questo modo erano conservati(?)“. Il legame tra queste due testimonianze e la tradizione sulla pelle di Epimenide non è sfuggito alla critica, sebbene non mi risulti che siano mai state considerate tutte e tre insieme; una loro analisi comparativa può allora portare se non alla comprensione del loro esatto significato, quantomeno all’identificazione dei temi che le caratterizzano e del loro rapporto in termini cronologici.
Sebbene la notizia di Stefano Bizantino presenti la singolarità di un personaggio appartenuto all’età del mito ucciso da un re di Sparta vissuto a cavallo tra il VI e V secolo, ciò che ai nostri fini risulta più rilevante è la possibilità di fissare con relativa precisione il momento in cui questa tradizione si è formata. Infatti, la città di Anthana (Anthene, nella dizione ionica) si trova nei pressi di Thyera, all’interno di quella regione nota come Kynouria che fu a lungo contesa fra Spartani ed Argivi; pertanto il rapporto fra questa città ed il re Cleomene va messo verosimilmente in relazione con la campagna che il re spartano condusse contro Argo e che si concluse con la decisiva vittoria spartana a Sepeia intorno al 494. L’altro elemento che merita di essere valorizzato e che questa tradizione, nella misura in cui considera l’uccisione e lo scuoiamento del cadavere come condizione necessaria per giustificare la presenza di una pelle su cui erano incisi oracoli, fa implicitamente riferimento ad una tradizione preesistente che voleva che gli oracoli fossero incisi su pelle umana, rispetto alla quale opera una sorta di razionalizzazione. Peraltro, nel mettere in rilievo la contraffazione di oracoli da parte di Cleomene, la testimonianza di Stefano Bizantino acquisisce significato nel contesto dell’uso spregiudicato degli oracoli proprio di Cleomene, e riflette certamente il punto di vista dei suoi avversari, i quali non avevano alcuna necessità, se avessero voluto semplicemente sottolineare l’azione contraffattrice del sovrano spartano, di ricorrere al motivo dell’uccisione e dello scuoiamento di Anthes. Evidentemente il tema della scrittura di oracoli su pelle umana era già diffuso, e gli avversari di Cleomene intendevano riformularlo in chiave sfavorevole al re. C’è infine un ulteriore elemento da considerare: è assai probabile che il tema dello scuoiamento abbia fatto la sua comparsa per la prima volta proprio nella propaganda ostile a Cleomene, giacché a questa stessa propaganda che addebiterà la pazzia di Cleomene alla sua frequentazione con gli Sciti; ed Erodoto, che riferisce di questa pretesa frequentazione, ricorda anche come fosse costume scitico scuoiare i  nemici uccisi e conciarne la pelle per farne asciugamani o mantelli.
Quanto a Ferecide il saggio, da identificare senz’altro con Ferecide di Sirio, è singolare che fosse stato ucciso e scuoiato un personaggio che gli Spartani stessi onoravano per aver continuato l’opera di Licurgo; la circostanza che lo avessero fatto, come risulta dal contesto in cui Plutarco inserisce questa testimonianza, nelle forme di un sacrificio ed in obbedienza ad un oracolo, suscita perplessità, tanto più che il vocabolario di Plutarco non appartiene alla pratica sacrificale. Sebbene sia impossibile individuare i tempi ed i modi dell’elaborazione di questa tradizione, c’è tuttavia la possibilità di pervenire ad una sua migliore comprensione se si valorizza quello che è il suo elemento più significativo, e cioè il fatto che la pelle di Ferecide venisse conservata dai re. Il rapporto tra Ferecide ed i re Spartani è infatti noto anche attraverso altre fonti che attestano che il primo avrebbe detto ai secondi di non curarsi delle ricchezze, e questa tradizione non può essere indipendente dall’oracolo, che si pretendeva proveniente da Delfi, secondo il quale la cupidigia di ricchezze avrebbe rovinato Sparta. Ne segue che i re spartani avevano ricevuto da Ferecide un consiglio che la tradizione locale considerava alla stregua di un oracolo, ecco che la conservazione da parte loro della pelle di Ferecide non può che alludere nuovamente all’esistenza di una pelle su cui erano incisi gli oracoli (o semplicemente l’oracolo) di Ferecide. Evidentemente anche questa pelle era creduta essere quella del corpo di Ferecide, e ciò richiedeva che egli fosse stato ucciso e successivamente scuoiato.
In breve, se la storia di Cleomene ed Anthes presuppone una tradizione preesistente in cui gli oracoli non erano scritti su un cadavere scuoiato, ma tatuati sulla pelle, e se anche la storia di Ferecide riprende questi stessi temi, dobbiamo dedurne che alla loro base ci sia una tradizione-modello. Essa va senz’altro identificata con quella relativa alla pelle di Epimenide, e per due ragioni: perché è la pelle di Epimenide ad essere divenuta proverbiale; e perché il teme dell’uccisione e dello scuoiamento, che abbiamo visto essere un’elaborazione secondaria, non è attestato per Epimenide, la cui pelle fu trovata tatuata di lettere solo al momento della sua morte. Inoltre, il riferimento ad una pelle tatuata compare all’interno di una testimonianza, quella della Suda, che ha una indubbia coerenza all’interno di un’ottica sciamanica: “di lui si narra -è scritto- che la sua anima usciva quando voleva, e poi rientrava nel corpo; e quando, più in là nel tempo, morì, la sua pelle fu trovata tatuata di lettere“. La pelle, dunque, risulta chiaramente legata a quel corpo dal quale l’anima usciva a suo piacimento, ed è escluso che una tradizione siffatta possa essere sorta per spiegare l’esistenza di una pelle di cuoio conservata a Sparta e su cui erano incisi degli oracoli, tanto più che, nella Suda, nulla si dice né di Sparta né di oracoli.
Le considerazioni fin qui avanzate offrono dunque elementi a favore di entrambe le interpretazioni proposte in relazione alla pelle di Epimenide: da una parte sembra difficile dubitare che la pelle rimandi ad un manoscritto di cuoio contenente gli oracoli attribuiti ad Epimenide; dall’altra si direbbe che il tema della scrittura sul corpo rappresenti un elemento antico, probabilmente originario, della tradizione. A mio avviso, l’unico modo per uscire da questa impasse è ammettere che nel momento stesso in cui fece la sua comparsa a Sparta una raccolta di oracoli attribuiti ad Epimenide sopravvissuto nella forma di pelle essiccata, questa comparsa sia stata accompagnata da una tradizione che voleva che lo strumento scrittorio sul quale gli oracoli erano incisi fosse non la consueta pelle di animali scuoiati, ma il corpo stesso di Epimenide sopravvissuto nella forma di pelle essiccata; probabilmente, questa tradizione risultava credibile perché legittimata dai tratti sciamanici legati alla figura di Epimenide, che facevano ritenere che il saggio cretese, una volta che l’anima avesse definitivamente abbandonato il suo corpo, potesse ancora parlare attraverso gli oracoli incisi su di esso e dai quali egli, secondo la suggestiva interpretazione di Jesper Svembro, non poteva più essere separato. Risulta altresì chiaro che la conservazione a Sparta di una pelle che non fosse scissa dal corpo di Epimenide, poteva facilmente generare la tradizione sulla presenza, nella città lacone, di una sua tomba.
Quanto alla cronologia, mi sembra possibile pervenire a queste conclusioni: le tradizioni sullo scuoiamento di cadaveri risalgono agli ultimi anni del regno di Cleomene e cioè al primo decennio del V secolo; esse presuppongono una tradizione preesistente che voleva che gli oracoli fossero tatuati sul corpo; il modello che è alla base di tali tradizioni è la storia proverbiale della pelle di Epimenide, che pertanto si data senza incertezze al VI secolo. Ne deduciamo un convergenza in termini cronologici fra la tradizione sulla pelle di Epimenide su cui erano scritti oracoli, e la profezia relativa ad una sconfitta che gli Spartani subirono nei primi decenni del VI secolo e che fu attribuita -ovviamente post-eventum– ad Epimenide; ciò induce a ritenere certo che quella profezia facesse parte della raccolta oracolare incisa sulla pelle di Epimenide.
Resta da chiarire a chi spettasse la custodia di questi oracoli, che, in quanto apòtheta, erano riservati a “lettori particolarmente qualificati, del genere degli esegeti“. La testimonianza di Pausania che ricorda come la tomba di Epimenide si trovasse presso gli antichi Ephoreîa -nel cuore politico della città- non lascia molto spazio a dubbi. Che la pelle di Epimenide fosse conservata dagli efori è una circostanza tanto più significativa in quanto rappresenta, rispetto alle tradizioni di Ferecide ed Anthes che mettono in gioco i re, un elemento peculiare. In particolare, è rilevante osservare che proprio in relazione alla battaglia dei ceppi profetizzata da Epimenide esisteva anche una diversa tradizione oracolare di origine delfica; e poiché, come è noto, i re spartani mantenevano un rapporto personale con l’oracolo di Apollo attraverso dei magistrati, i cosiddetti Pizii,  che essi stessi sceglievano perché consultassero l’oracolo a loro nome, l’esistenza di due opposte tradizioni oracolari intorno allo stesso evento sembra interpretabile nel senso di un conflitto istituzionale tra re ed efori nella prima metà del VI secolo. E’ dunque probabile che nel momento in cui, fra VII e VI secolo, si accrebbe il potere dell’eforato, questa magistratura abbia sentito il bisogno di richiamarsi ad una fonte di sapere profetico diversa dall’oracolo delfico, e la custodia di una raccolta oracolare attribuita ad Epimenide aveva il sapore di una scelta compiuta in consapevole opposizione, perché il saggio cretese era colui che aveva negato che vi fosse un ombelico della terra e del mare, sfidando in questo modo la centralità culturale dell’oracolo delfico nel mondo greco.

(da Epimenide a Sparta, di Marcello Lupi in Epimenide cretese (cfr. bibliografia)

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)
1 ottobre 2015

…………………………… τοις δ᾽ἀνέστη
Κάλχας Θεστορρίιδης οἰωνοπόλων ὂχ ᾽ ἂριστος
ὂς ἢδη τά τ᾽ἐόντα τά τ᾽ἐσσόμενα πρὁ τ᾽ἐόντα
καὶ νἡσσ᾽ ἡγήστατ᾽Ααιῶν ῎Ιλιον εἴσσω
ἢ διὰ μαντοσύνην, τήν οἱ πόρε Φοῖβος ᾽Απόλλλων

………………………………….si alzò nuovamente
Calcante il Testoride, il più saggio di tutti gli àuguri,
che conosceva ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu,
e che già aveva condotto dinnanzi a Troia le prore achee
per da divinazione donatagli da Febo Apollo.

Iliade, 68-72

INTERMEZZO (IX 76-104)
11 settembre 2015

Ma quando Ηώς dai riccioli belli portò il terzo giorno,
drizzati gli alberi e issate le bianche vele,
sulle navi sedemmo: le guidavano il vento e i piloti.
E sarei giunto illeso nella terra dei padri:
ma nel doppiare Capo Malea l’onda, la corrente
e borea mi dirottarono e da Κυθήρων sviarono.
Per nove giorni fui spinto dai venti funesti
sul mare pescoso: al decimo giorno arrivammo
presso i Λωτοφάγων, che mangiano un cibo di fiori.
Scendemmo lì a terra e acqua attingemmo:
subito presero il pasto accanto alle navi veloci, i compagni.
Dopoché fummo sazi di cibo e bevanda,
allora io mandai dei compagni a indagare
chi fossero gli uomini che in quella terra mangiavano pane,
scelti due uomini e aggiunto come terzo un araldo.
Costoro partirono e subito furono in mezzo ai Λωτοφάγοισιν
Non meditavano la morte ai nostri compagni
i Λωτοφάγοι ma gli diedero da mangiare del loto.
E chi di essi mangiava il dolcissimo frutto del loto
non aveva più voglia d’annunziare e tornare,
ma preferiva restare lì tra i Λωτοφάγοισι;
a cibarsi di loto, e obliare il ritorno.
A forza condussi costoro, piangenti, alle navi
e trascinatili nelle navi ben cave li legai sotto i bagli;
poi agli altri fedeli compagni ordinai
di salire rapidamente sulle navi veloci,
perché nessuno, mangiando loto, obliasse il νόστοιο.
Essi si imbarcarono subito e presero posto agli scalmi
e sedendo in fila battevano l’acqua canuta coi remi.

Δημιουργός. L’Istante (Frammenti e Testimonianze)
21 agosto 2015

(…)
Nel Fedone Platone riconosce ad Anassagora il grande merito di avere introdotto l’«Intelligenza», ossia il «Nous», per spiegare il cosmo, ma gli rimprovera di non aver saputo realizzare in concreto questa sua grande scoperta, in quanto non ha saputo trovare la base sulla quale soltanto essa può reggere, ossia il nesso fondativo strutturale che connette l’«Intelligenza» con il «Bene». l’Intelligenza e la sua opera, infatti, non si possono spiegare senza il Bene.
(…)

Errano quegli interpreti che confondono il Dio di Platone con l’Idea del Bene (con l’Uno-Bene). Per Platone il Bene è il «Divino» in senso impersonale (τὸ θειον), mentre Dio è «il buono» in senso personale (ὁ θεός).
Del resto, in questo rispecchia una convinzione dei Greci profondamente radicata, ossia che il dio abbia al di sopra di sé, dal punto di vista gerarchico, una regola o alcune regole supreme cui deve riferirsi e attenersi. Inoltre Parmenide aveva introdotto nel pensare dei Greci la convinzione che l’Intelligenza è possibile solo se ha l’essere a suo fondamento. L’intelligenza non produce il proprio fondamento, ma lo presuppone. E in tal senso anche per Platone l’Intelligenza suprema implica come suo fondamento il Bene, e in generale l’essere delle Idee e dei Principi primi e supremi (una svolta a questo modo di pensare sarà impressa -in certa misura- da Aristotele).
Il Demiurgo è il buono per eccellenza, perché opera in funzione dell’Uno-Bene come suprema misura. L’Intelligenza agisce nella migliore maniera ordinando, com-misurando il disordine che è insito nel principio materiale antitetico portando unità nella molteplicità.
L’Intelligenza demiurgica e i suoi rapporti strutturali con il Bene, l’Uno e la Suprema Misura, sono l’asse portante per intendere la costituzione della realtà a tutti i livelli al di sotto della sfera del mondo ideale e in particolare la costituzione del mondo sensibile.

(Giovanni Reale, Autotestimonianze e rimandi dei Dialoghi di Platone alle Dottrine non scritte. pagg. 66-67)

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)
5 agosto 2015

SPAZIO (Gr.: χώρα, τόπος; Lat.: Spatium; Ingl.: Space; Fr.: Espace; Ted.: Raum).

La nozione di S. ha dato origine a tre ordini di problemi: 1° quello circa la natura dello S.; 2° quello circa la realtà dello S.; 3° quello circa la struttura metrica dello S.

1° Il primo problema concerne il vero e proprio concetto di S. ed è il problema circa la natura dell’esteriorità in generale cioè di ciò che rende possibile il rapporto estrinseco tra gli oggetti. Einstein nella prefazione ad un libro storico sul concetto di S. (MAX JAMMER, Concepts of Space, 1954) ha distinto due fondamentali teorie dello S., cioè: a) lo S. come la qualità posizionale degli oggetti materiali nel mondo; b) lo S. come il contenente di tutti degli oggetti materiali. A questi due concetti si può aggiungere l’altro che lo stesso Einstein ha fondato; c) quello dello S. come campo. … La b) fu assunta o presupposta dalla fisica sino ad Einstein.

c) La terza concezione fondamentale dello S. è quella che Einstein ha fatto prevalere nella fisica contemporanea. A prima vista, e considerando soltanto la relatività speciale, la dottrina einsteiniana dello S. costituisce un ritorno ad a). Dice Einstein: «Il nostro spazio fisico, così come lo concepiamo per il tramite degli oggetti e del loro moto, possiede tre dimensioni e le posizioni vengono caratterizzate da tre numeri. L’istante in cui si verifica l’evento è il quarto numero. Ad ogni evento corrispondono quattro numeri determinati ed un gruppo di quattro numeri corrisponde ad un evento determinato. Pertanto il mondo degli eventi costituisce un continuo quadridimensionale» (EINSTEIN-INFELD, The Evolution of Physics, III). In questo concetto di S., la novità sembra costituita esclusivamente dall’aggiunta della coordinata temporale alle coordinate con cui Cartesio definiva lo S. stesso. Ma nella relatività generale l’abbandono di ogni concetto tradizionale è più radicale. Qui non ha più senso parlare dello S. prescindendo dal campo che è usato per rappresentare i fenomeni fisici. Sia i fenomeni inerziali sia quelli gravitazionali vengono spiegati con mutamenti nella misura metrica del campo: «Invece di un sistema di riferimento rigido e fisso (è stato giustamente osservato) vi è occasione ora di constatare le variazioni nella curvatura dello spazio oppure, il che è lo stesso, l’uso di criteri non euclidei di misura e di calcolo in diverse parti del campo come un tutto, a seconda delle variazioni di densità della materia e dell’energia… Prescindendo dal campo, dunque, non vie nulla e, contrariamente persino alla relatività speciale, neppure lo spazio vuoto. In questo senso il campo, nella veduta di Einstein, sostituisce come concezione unitaria sia la materia (ponderabile o imponderabile) sia lo Spazio» (M.K. MUNITZ, Space, Time, and Creation, 1957).

 CAMPO (Ingl.: Field; Fr.: Champ; Ted.: Feld)

L’insieme delle condizioni che rendono possibile un evento.

DK12B1-5 DK12C
22 ottobre 2014

Anassimandro … ha detto … che
principio degli esseri è l’infinito … da dove infatti gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità κατὰ τὸ χρεών: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo κατὰ τὴν τοῦ Χρόνου τάξιν.
Questa [la natura dell’infinito] è eterna e
insenescente.
Immortale … e indistruttibile.
Canne di aulo.
Simile a una colonna di pietra la terra.

Alcuni tra cui Eforo nel secondo libro dicono che Cadmo fu l’inventore delle lettere dell’alfabeto: altri dicono che non fu l’inventore ma il divulgatore tra noi della scoperta dei Fenici … Pitodoro e altri affermano che fu Danao a introdurle – e ne fanno testimonianza gli scrittori di Mileto, Anassimandro, Dionigi ed Ecateo che Apollodoro cita nel Catalogo delle navi.

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)
18 ottobre 2014

Le occultazioni e il riapparire di astri che hanno luogo a tempi determinati segnano il rinnovarsi del cosmo e gli inizi dei cicli. È per tali fenomeni che si trasformano e si volgono le cose mondane.

(Proclo, Comm. a Timeo, 40c)

L’Istante (Frammenti e Testimonianze).
20 luglio 2014

Illustris.

Big Bang Mit.

 

L’Istante (Frammenti e Testimonianze).
19 luglio 2014

Ma del tempo alcune parti sono state, altre sono per essere, ma nessuna è, (omissis).
Si tenga anche presente che l’istante non è una parte: infatti la parte ha una misura, e il tutto deve risultare composto di parti, mentre il tempo non sembra essere un insieme di istanti. Inoltre, non è facile vedere se l’istante, che sembra discriminare il passato e il futuro, permanga sempre unico ed identico oppure diventi sempre diverso.

(Aristotele, Fisica. IV, 10, 218a, 5-11. Ed. Laterza, 2004. Trad. Antonio Russo).

L’Istante (Frammenti e Testimonianze).
19 luglio 2014

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. ut melius quidquid erit, pati.
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.

(Quintus Horatius Flaccus. Carmina 1, 11)