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Perché l’appello sull’essenza della tecnica rimane inascoltato?
20 aprile 2017

Il testo che in precedenza ho trascritto dall’intervista allo Spiegel principia con una negazione un po’ forte e radicale:
… la tecnica moderna non è uno strumento …
Presa così senza spiegazione alcuna, questa frase ha tutta l’aria della provocazione, sebbene detta da un filosofo autorevole, contro il senso comune che induce a ritenere, contrariamente appunto e senza torti apparenti, la tecnica moderna come uno strumento neutro nelle mani (sotto il dominio) dell’Umanità contemporanea. Tuttavia, quando una proposizione è sorretta da validi ragionamenti questa propende a essere esatta e l’esattezza è una delle proprietà della verità.
Le argomentazioni filosofiche che sostengono questa affermazione perentoria, con ben più ampio respiro rispetto all’intervista che intendeva nella sostanza metterlo in croce per il suo supposto collegamento organico col diabolico regime nazista, sono contenute nel testo della conferenza del 18 novembre 1953 che Heidegger pronunciò all’Auditorium Maximum della Technische Hochschule di Monaco di Baviera, pubblicato l’anno dopo negli atti del convegno col titolo “La Questione della Tecnica“.
In questa comunicazione è notabile ai miei fini il passaggio nel quale H. si pone esplicitamente la domanda che cos’è la tecnica moderna? e dal quale riporto, di seguito – sfidato a dire, ma fedele alla consegna di dire ma non ancora con parole mie – ampi stralci nella versione dal tedesco di Gianni Vattimo in “Saggi e Discorsi”, Mursia 1991.

Che cos’è la tecnica moderna? Anch’essa (cioè come la τέχνη della tradizione greca) è disvelamento. Solo quando fermiamo il nostro sguardo su questo tratto fondamentale ci si manifesta quel che vi è di nuovo nella tecnica moderna.
Il disvelamento che governa la tecnica moderna, tuttavia, non si dispiega in un pro-durre nel senso della ποίησις (cioè come per la τέχνη della tradizione greca). Il disvelamento che vige nella tecnica moderna è una pro-vocazione (Herausfordern) la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta (herausgefördert) e accumulata. …
… una determinata regione viene pro-vocata a fornire all’attività estrattiva carbone e minerali. La terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali. … L’agricoltura è diventata industria meccanizzata dell’alimentazione. L’aria è richiesta per la fornitura di azoto, il suolo per la fornitura di minerali, il minerale ad esempio per la fornitura dell’uranio, l’uranio per l’energia atomica, …
Il richiedere che pro-voca le energie della natura, è un pro-muovere (fördern) in un duplice senso. Esso promuove in quanto apre e mette fuori (erschiesst und herausstellt). Questo promuovere, tuttavia, rimane fin da principio orientato (abgestellt) a promuovere, cioè a spingere avanti, qualcosa d’altro verso la massima utilizzazione con il minimo costo. Il carbone estratto (gefördert) nel bacino carbonifero non è richiesto (gestelt) solo affinché sia in generale e da qualche parte disponibile. Esso è immagazzinato, cioè è “messo a posto” in vista dell’impiego (Bestellung) del calore solare in esso accumulato. Quest’ultimo viene pro-vocato a riscaldare, e il riscaldamento prodotto è impiegato per fornire vapore la cui pressione muove il meccanismo mediante il quale una fabbrica resta in attività. …

La centrale elettrica è impiantata (gestellt) nelle acque del Reno. …

Il disvelamento che governa la tecnica moderna ha il carattere dello Stellen, del “richiedere” nel senso della pro-vocazione. Questa provocazione accade nel fatto che l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua volta ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni. Mettere allo scoperto, trasformare, immagazzinare, ripartire, commutare sono modi del disvelamento. Questo tuttavia non si svolge semplicemente. Né si perde nell’indeterminatezza. Il disvelamento disvela a se stesso le sue proprie vie, interconnesse in modo multiforme, in quanto le dirige. La direzione stessa, dal canto suo, cerca dovunque la propria assicurazione. Direzione e assicurazione diventano anzi i caratteri principali del disvelamento pro-vocante.
Quale tipo di disvelatezza è appropriato a ciò che ha luogo mediante il richiedere pro-vocante? Ciò che così ha luogo è dovunque richiesto di restare a posto (zur Stelle) nel suo posto (auf der Stelle), e in modo siffatto da poter esso stesso impiegato (bestellbar) per un ulteriore impiego (Bestellung). Ciò che così è impegnato ha una sua propria posizione (Stand). La indicheremo con il termine Bestand, “fondo”. Il termine dice qualcosa di più e di più essenziale che la semplice nozione di “scorta, provvista” (Vorrat). La parola “fondo” prende qui il significato di un termine-chiave. Esso caratterizza niente meno che il mondo in cui è presente (anwest) tutto ciò che ha rapporto al disvelamento pro-vocante. Ciò che sta (steht) nel senso del “fondo” (Bestand), non ci sta più di fronte come oggetto (Gegenstand).

Eppure un aereo da trasporto che sta sulla pista di decollo è ben un oggetto. … (ivi il richiamo alla definizione hegeliana della macchina come strumento indipendente; indipendenza che viene però qui criticata da H. dal punto di vista del “fondo” per cui la posizione di ogni elemento della tecnica è determinata solo in base all’impiego dell’impiegabile). …

Chi compie il richiedere pro-vocante mediante il quale ciò che si chiama il reale viene disvelato come “fondo”? Evidentemente l’uomo. In che misura egli è capace di tale disvelamento? L’uomo può bensì rappresentarsi questa o quella cosa in un modo o in un altro, e così pure in vari modi foggiarla e operare con essa. Ma sulla disvelatezza (Unverborgenheit) entro la quale di volta in volta il reale si mostra o si sottrae, l’uomo non ha alcun potere. …

(Riferendosi alla scoperta di Platone della Dottrina delle idee) … Il Pensatore ha solo risposto (entsprechen) a ciò che gli ha parlato (zusprechen).

Solo nella misura in cui l’uomo è già, da parte sua, pro-vocato a mettere allo scoperto (herausfördern) le energie della natura, questo disvelamento impiegante può verificarsi. Se però l’uomo è in tal modo pro-vocato e impegnato, non farà parte anche lui, in modo ancor più originario che la natura, del “fondo”? Il parlare comune di “materiale umano”, di “contingente di malati” di una clinica, lo fa pensare. … Tuttavia, proprio perché l’uomo è pro-vocato in modo più originario che le energie della natura, è cioè provocato all’impiego (in das Bestellen), egli non diventa mai puro “fondo”. In quanto esercita la tecnica, l’uomo prende parte all’impiegare come modo del disvelamento. Solo la disvelatezza stessa, entro la quale l’impiegare si dispiega, non è mai opera dell’uomo, come non lo è l’ambito entro il quale egli già sempre si muove quando si rapporta a un oggetto come un soggetto.
Dove e come accade il disvelamento, se esso non è semplicemente opera dell’uomo? …

L’essenza della tecnica
1 aprile 2017

Metto in questione il tema dell’essenza della tecnica, ma non lo faccio con parole mie.
Seguono alcune considerazioni di Martin Heidegger che ho estrapolato ed ordinato liberamente dalla sua intervista al giornale Der Spiegel, nel testo autentico licenziato da Hermann Heidegger, conosciuta universalmente col titolo “Ormai solo un Dio ci può salvare”.

… la tecnica moderna non è uno “strumento” e non ha più a che fare con gli strumenti … Dico che non abbiamo ancora nessuna strada che corrisponda all’essenza della tecnica … Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra … Secondo la nostra umana storia ed esperienza o, almeno, per quello che è il mio orientamento, io so che tutto ciò che è essenziale e grande è scaturito unicamente dal fatto che l’uomo aveva un focolare ed era radicato in una tradizione. … dovrebbe essere … chiaro che il movimento planetario della tecnica moderna è una potenza la cui grandezza, storicamente determinante, non può essere in alcun modo sopravvalutata. È per me oggi un problema decisivo come si possa attribuire un sistema politico – e quale – all’età della tecnica. A questa domanda non so dare alcuna risposta. Non sono convinto che sia la democrazia.

(l’intervistatore dello Spiegel fa cenno a ciò che comunemente riteniamo essere il fondamento della civiltà occidentale nei valori, appunto, della democrazia, del monoteismo giudaico-cristiano e dello stato di diritto.)

Quanto al merito, io le chiamerei anche delle cose a metà, in quanto non vedo in esse nessun effettivo confronto col mondo tecnico: infatti dietro di esse, a mio parere, sta sempre la concezione che la tecnica sia nella sua essenza qualcosa che l’uomo ha in mano. Ma questo, secondo me, non è possibile. La tecnica nella sua essenza è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare. … lo stato tecnico non corrisponde affatto al mondo e alla società determinati dall’essenza della tecnica. Lo stato tecnico sarebbe il più cieco e servile sbirro di fronte alla potenza della tecnica.
L’essenza della tecnica io la vedo in ciò che chiamo “la postura” (Ge-stell = L’imposto-all’uomo. Il soggetto è posizionato per riflesso del proprio aver posto oggetti. – nota del curatore italiano -). L’espressione, a tutta prima facilmente equivocabile e forse poco elegante, a ben guardare riporta il suo significato nella storia più profonda della metafisica, che ancora domina il nostro esserci. Il dominio della “postura” significa: l’uomo è impostato, impegnato e provocato da una potenza che diviene palese nell’essenziare della tecnica. Proprio nell’esperienza dell’uomo, di essere impostato da qualcosa che egli stesso non è, e non domina, gli si mostra la possibilità di capire che l’uomo è usato dall’essere. In ciò che costituisce il più proprio della tecnica moderna si cela nientemeno che la possibilità di esperire l’esser-usato (Gebrauchtsein) e l’esser-pronto (Bereitsein) per queste nuove possibilità. …
Forse si può osare la frase: al segreto della strapotenza planetaria dell’essenza impensata della tecnica corrisponde la provvisorietà e l’inapparenza del pensiero che tenta di pensare questo impensato. … Non è che si tratti solo di … aspettare … bensì di pensare a partire dai lineamenti fondamentali non ancora pensati dell’epoca presente verso il tempo futuro senza pretese profetiche. Pensare non è inattività, ma è di per se stesso e in sé quell’agire che sta nel dialogo (Zwiesprache) con il comando universale (Weltgeschick). Mi sembra che la distinzione, di origine metafisica, fra teoria e prassi e l’idea di una trasmissione tra l’una e l’altra sbarri la strada all’intuizione di ciò che io intendo con pensiero.

Mi pare di poter dire, con poca paura d’essere smentito, che da questo momento storico – l’intervista è del 1966 – non si sono fatti significativi passi in avanti.

Riflessione
20 maggio 2016

Associare alla dignità umana il bene di tutti è una finalità che si poggia su categorie massimamente astratte. È necessario, perciò, precisare cos’è la dignità, in particolare quella dell’uomo; cos’è l’uomo e il bene; che intendere con tutti e specialmente discernere   questa particolarissima relazione di associazione. Tutto ciò per un fine concreto, cioè quello di dimostrare che non c’è un’alternativa realistica a questo processo che è la causa ultima del percorso innescato dalla sapienza filosofica.

L’uomo.
25 aprile 2016

Sebbene quegli elementi che alludono a un disegno preciso e preordinato d’un Artefice mi risultino vacui, la dichiarazione di Pico, nella parte in cui si limitava a descrivere la natura umana in base a una dinamica bipolare e dialettica che  universalmente può essere effettivamente riscontrata, mi convince sia fondata.
Decidere della natura indeterminata, oscillante dell’uomo e accogliere, isolandolo, il senso del  noto frammento di Protagora (DK 80B1) è costitutivo d’un pensare filosofico conforme alla sua disciplina.

O Adamo, non ti abbiamo dato una sede determinata, né una figura tua propria, né alcun dono peculiare, affinché questa sede, quella figura, quei doni che tu stesso sceglierai, tu li possegga come tuoi propri, secondo il tuo desiderio e la tua volontà. La natura ben definita assegnata agli altri esseri è racchiusa entro leggi da noi fissate. Tu che non sei racchiuso entro alcun limite, stabilirai la tua natura in base al tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho consegnato. Ti ho collocato come centro del mondo perché tu da lì tu potessi meglio osservare tutto quanto è nel mondo. Non ti creammo né celeste né terreno, né mortale né immortale, in modo tale che tu quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa forgiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai secondo la volontà del tuo animo essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine.
(Giovanni Pico della Mirandola, Oratio de homini dignitate, 18-23)

Cos’è la bioetica?
6 marzo 2016

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Scrivendo e leggendo si schiariscono i concetti. Invoco la Musa affinché anche stavolta sia così.

Benedetto Croce (Anteprima)
23 febbraio 2016

Ciò che si riesce ad ignorare guardando le cose del mondo al microscopio o al cannocchiale è sorprendente.
Dalla fine dell’anno scorso mi interesso intensamente di Benedetto Croce.
Tutto è iniziato da un’intervista radiofonica al prof. Giuseppe Galasso che, parlando dell’Uomo Croce, raccontava dell’episodio della doppia recensione a distanza di breve tempo che il letterato già ottantenne fece del libro “Il Mondo Magico” di Ernesto De Martino.
Cercavo da tempo un episodio storicamente documentabile che descrivesse di un certo modo di intendere la vita come dovere e che rappresentasse in modo simbolico l’epifania della cultura dell’Ottocento in quella del Novecento nella quale si scioglie e dissolve, perciò decisi che su quell’episodio potevo farci un racconto.
Da quel giorno ho raccolto parecchio materiale e studiato testi ed episodi, a cominciare dalla cronologia della sua vita. Grazie all’indicazione preziosa di Giancristiano Desiderio ho scoperto la reperibilità on-line dei suoi taccuini ed approfondito quello del 1948.

Mente benedetta che tutto vede e non vede nulla allo stesso momento! Quante volte ho letto e riletto che il 25 febbraio del 1866 a Pescasseroli, nella dimora Sipari, nasce Benedetto Croce? Perché non non collegavo ciò alla ricorrenza che cade quest’anno? Perché ho avuto bisogno di leggere l’annuncio di un convegno a Palazzo Filomarino per avere coscienza del 150° dalla nascita? È colpa dell’età, o bisogna chiedere al prof. Edoardo Boncinelli?
Comunque, raccontato ciò e detto che non ho ancora terminato la ricerca e il racconto, cosa mi lascia dentro quest’uomo tanto diverso da me?
Era destinato a diventare un giovane scapestrato della Napoli bene, salvo a ravvedersi nella consolidata scia paterna abruzzese in età più matura senza il disastro di Casamicciola?
Questo non lo sapremo mai.
Ci resta, invece e per certo, l’uomo di pensiero. Del politico preferisco non occuparmi perché, proprio quest’anno, temo che verrà inevitabilmente tirato per la giacchetta ed arruolato senza costrutto a questa o a quell’altra corrente liberal-socialista.
L’Esteta mi resta e, in questo, il suo maniacale attaccamento alle categorie tradizionali del pensiero senza le quali è impossibile l’esercizio della critica salvo a dire tutto e, contemporaneamente, il contrario di tutto. Il richiamo martellante ai canoni del bello, del buono, del vero e dell’utile mi restano confitti nell’animo più che leggendo Aristotele, Kant o Hegel perché ne fece esercizio costante e storicamente dimostrato nei suoi giornalieri appunti e taccuini, nei quaderni della critica, nei libri, nell’intensa attività editoriale ed ecdotica per Laterza.
D’altra parte penso che sbagliasse nel disprezzare la metafisica, rinunciando così di accogliere il pensiero del filosofo più importante dei suoi e nostri tempi. L’idea non originale della filosofia come cassetta degli attrezzi è suggestiva ma poco raffinata e lascia scoperta la ricerca della cosa in sé dalla quale non si può sfuggire per nessuna scorciatoia. Il filosofo dei distinti si avvicina troppo pericolosamente al filosofo della prassi e lo storicismo come scuola, in quanto scuola rischia di produrre danni al libero fluire del pensiero filosofico autentico.
Rimane in piedi il suo esempio di uomo d’idee duttile, perché nella sua vicenda per fortuna c’è stato in modo preminente l’Uomo, l’uomo che ci lascia stupefatti per il suo agire indipendente ma disciplinato, per il suo sapere erudito, per le amicizie sempre profonde che hanno prodotto preziosi epistolari. La vita intesa, senza leziosità sentimentale alcuna e nonostante tutto e tutti, come dovere di vivere e produrre per il bene comune, di “filosofare per brama di luce” senza che a ciò sia collegato un dovere stipendiato.

Sul suo conto l’aneddotica è sconfinata ma ritengo debba rimanere un’esclusività dei familiari, dei suoi discepoli e dei discepoli dei suoi discepoli, almeno spero sarà così. È fin troppo recente la gaffe dello svogliato autore di Gomorra con tutti gli incresciosi e stucchevoli strascichi mondani e persino giudiziari che ha prodotto. Perciò, come commiato, lascio il passo ai “Ricordi Familiari” (ed. Adelphi, 1979. pag. 146) di sua figlia Elena: “L’allergia di mio padre per la ‘grande illuminazione’ faceva del resto parte dell’aneddotica ufficiale, tanto più che quando era stato ministro della Pubblica Istruzione, una delle prime abitudini da lui adottate era stata quella di far spegnere i lampadari centrali tutte le volte che attraversava gli uffici. E anche di costringere i funzionari, abituati ad usare enormi risme di carta immacolata per gli appunti, ad utilizzare invece (secondo quella che era la sua propria abitudine) piccoli foglietti, ritagli e recuperi: il che gli era stato subito suggerito da un’occhiata tecnica ai cestini della carta straccia.”.

Di una cosa sono certo, infine, dopo averlo avvicinato più intimamente non sarò più intellettualmente lo stesso, in special modo nel giudizio estetico che suscita sempre di più un grande interesse in me.

P.S. Ag 23 febbraio 2016

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)
13 ottobre 2015

Frammento 6
Non chiedere, uomo, del tuo domani,
né di uno felice fino a quando:
come il volo di una mosca, tutto
è rapido, mutevole.

Frammento 9
Degli uomini poca è la forza,
e senza effetto ogni affanno,
fatica s’aggiunge a fatica,
incombe su tutti la morte:
equamente divisa
tra buoni e cattivi.

(Simonide, Iuli, isola di Ceo, 556 – Agrigento, 467. Poeti Greci, pagg. 168-171)

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)
11 ottobre 2015

ὄλβιος ὄσστιν της ιστορίας
ἔοχε μάθησιν, μήτε πολιτων
ἐπὶ πημοσύνας μήτ εις ἀδίκους
πράξεις ὁρμων
ἀλλ᾽ἀθανάτου καθρορων φύσεως
κόσμον ἀγήρω, τίς τε συνέστη
καὶ ὄπη καὶ ὄπως
τοις τοιούτοις οὐδέποτ᾽ αισχρων
ἔργων μελέτημα προσσίζει

Beato è chiunque abbia una nozione della scienza, non scagliandosi a capofitto contro gli uomini liberi, inducendoli a soffrire o a commettere azioni ingiuste, ma percependo l’ordinamento della physis eterna ed immortale e chi la organizzò, da dove venne e come: la pratica di vergognose opere non siede mai vicino a costui. (Euripide, fr. inc. 910)

Ora la scienza ionica fu introdotta ad Atene da Anassagora all’incirca nel periodo in cui nacque Euripide, e ci sono sufficienti tracce della sua influenza su di lui. (J. Burnet, I Primi Filosofi Greci, pag. 32)

L’ISTANTE (FRAMMENTI E TESTIMONIANZE e commento)
24 settembre 2015

ἐξ ὤν δε ἡ γένεσίσ ἐστι τοῖς οὔσι καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ το χρεών
διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ὰλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ Χρόνου τάξιν

Là da dove le cose hanno il loro nascimento, debbono anche andare a finire, secondo la necessità
Esse debbono infatti fare ammenda ed essere giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo

Ma là donde le cose hanno il loro sorgere, si volge anche il loro venir meno, secondo la necessità
esse pagano reciprocamente la pena e il fio per la loro malvagità secondo il tempo stabilito

Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso secondo il necessario
esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia secondo l’ordine del tempo

Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che deve essere
le cose che sono, difatti, subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia, secondo il decreto del Tempo.


1. SIMPLIC. phys. 24, 13 [cfr. A 9]. Anassimandro … ha detto … che
principio degli esseri è l’infinito… da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo.


Ciò che dico non è stato finora attestato formalmente da alcun Interprete e, quindi, sarà probabilmente una mia fantasticheria. Tuttavia -accolto integralmente il frammento come ci viene tramandato in DK 12B1, sebbene non si ritenga punto campata per aria la critica filologica (Burnet, Heidegger) anzi! che riduce di tanto il numero delle parole autentiche attestabili- ripetute letture di questo testo tramandato dall’accademico neoplatonico bizantino Σιμπλίκιος mi inducono a pensare che la prima parte del frammento, dove si indaga la “causa materiale“, è tenuta dall’Autore sotto il dominio di Dike e la seconda, dove si indaga la “causa efficiente“, sotto quello di Crono. Cioè, il mito permane immanente nella forma-mentis di Anassimandro e influenza l’aura di questo scritto scientifico aurorale.
Se è così, la prima parte sarebbe subordinata alla seconda, come Dike al nonno Crono: ciò che avviene al livello più in basso del divino viene giudicato, in alto, dal Vertice pre-olimpico supremo (Κρόνος, fratello e marito di Ῥέα, padre di Ζεύς). In questa chiave, indipendentemente dal suo significato letterale o del suo senso profondo, lo scritto del Sommo sembra alludere: “Tutto è, ma secondo l’immutabile gerarchia verticale che Io professo“. Il movimento per cui l’Arché infinito risolve tutto (τοῖς οὔσι) seguendo l’alternanza etterna Dike-aDike avviene sotto il dominio incontrastato e arbitrario ma immutabile di Crono. Di grande modernità è l’infittirsi dell’intreccio, merito e forse motivo della lunghissima tradizione fondante del passo: laddove lo Ieratico Ionico cambia le maiuscole in minuscole e così, alla maniera dei Greci (alla Greca), Dike transuma antropologicamente nella necessità (κατὰ το χρεών) e Crono nel Tempo (κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν).
Il Destino (Geschick) dell’evirazione di Οὐρανός ad opera di Crono riavvicinò il basso all’alto esaltando, così si presume, il ruolo dell’Istante. Perché gli Istanti durano secoli: cosa significhi il tempo è solo il tempo stesso che lo decide, né alcunché di necessario (necessitatile) pregiudica il corso degli eventi scatenati nel primo momento (μper necessità di giustizia. In questo cogitante regno di nessuno si addentra lo Ionico del VI sec. che vive in uno spazio geografico, a dire degli interpreti più avveduti, libero da teologie, dove nemmeno la rivoluzione Olimpica (ulteriore riavvicinamento dell’alto al basso) attecchiva.(…)
Dunque, per la generazione e la dissoluzione a due dimensioni il quadro si compone alla maniera dei Greci: si entra e si esce -non a proprio piacimento, ma secondo il volere del piano esoterico di Dike governata da Crono- nel panopticon elastico dello spazio linguistico determinato dalla scoperta dell’alfa privativo: ἀδικία, ἄπειρον, ἀλήθεια, ecc. Ma … che ne è del problema cocente concernente la terza dimensione? Andiamo per gradi. (Segue).

Verso (versus) Anassagora. L’Istante (Frammenti e Testimonianze)
12 settembre 2015

« […] E ragionando in questo modo, tutto contento, credevo di aver trovato in Anassagora il mio maestro che mi avrebbe insegnato le cause delle cose che esistono, proprio secondo quello che era il mio intendimento; e credevo che egli mi avrebbe insegnato, in primo luogo, se la terra sia piana o rotonda, e, dopo questo, che mi avrebbe altresì insegnato la causa per cui è così e la necessità per cui è così, mostrandomi il meglio, e cioè che per la terra il meglio era appunto essere così come era. E pensavo che, se, poi, mi avesse detto che la terra stava nel mezzo, mi avrebbe spiegato altresì che fosse meglio per essa stare nel mezzo; e se mi avesse spiegato questo, io sarei stato disposto a non richiedere più alcun’altra specie di causa. E così, io, anche del sole, sarei stato disposto a non credere altra specie di causa; e così anche della luna e degli altri astri e dei loro rapporti di velocità e dei rivolgimenti e dei vari altri fenomeni: mi sarebbe bastato che mi spiegasse in quale modo per ciascuno di esso il meglio sia cha faccia quello che fa e patisca quello che patisce. Infatti, io non avrei mai creduto che, uno che sosteneva che queste cose furono ordinate dall’Intelligenza, attribuisse loro altra causa che non fosse questa, vale a dire che il loro meglio era di essere come sono. Insomma, io credevo che egli, assegnando la causa a ciascuna cosa in particolare e a tutte in comune, avrebbe spiegato ciò che è il meglio per ciascuna di esse e ciò che è il meglio è il comune a tutte. E a queste speranze io non avrei rinunciato per nessuna ragione al mondo! Presi dunque i suoi libri con la più grande sollecitudine, e li lessi il più presto possibile, per potere conoscere il più presto possibile il meglio e il peggio».

(Platone, Fedone 97 D 5-98 B 6)