Archive for the ‘Politica’ Category

L’essenza della tecnica
1 aprile 2017

Metto in questione il tema dell’essenza della tecnica, ma non lo faccio con parole mie.
Seguono alcune considerazioni di Martin Heidegger che ho estrapolato ed ordinato liberamente dalla sua intervista al giornale Der Spiegel, nel testo autentico licenziato da Hermann Heidegger, conosciuta universalmente col titolo “Ormai solo un Dio ci può salvare”.

… la tecnica moderna non è uno “strumento” e non ha più a che fare con gli strumenti … Dico che non abbiamo ancora nessuna strada che corrisponda all’essenza della tecnica … Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra … Secondo la nostra umana storia ed esperienza o, almeno, per quello che è il mio orientamento, io so che tutto ciò che è essenziale e grande è scaturito unicamente dal fatto che l’uomo aveva un focolare ed era radicato in una tradizione. … dovrebbe essere … chiaro che il movimento planetario della tecnica moderna è una potenza la cui grandezza, storicamente determinante, non può essere in alcun modo sopravvalutata. È per me oggi un problema decisivo come si possa attribuire un sistema politico – e quale – all’età della tecnica. A questa domanda non so dare alcuna risposta. Non sono convinto che sia la democrazia.

(l’intervistatore dello Spiegel fa cenno a ciò che comunemente riteniamo essere il fondamento della civiltà occidentale nei valori, appunto, della democrazia, del monoteismo giudaico-cristiano e dello stato di diritto.)

Quanto al merito, io le chiamerei anche delle cose a metà, in quanto non vedo in esse nessun effettivo confronto col mondo tecnico: infatti dietro di esse, a mio parere, sta sempre la concezione che la tecnica sia nella sua essenza qualcosa che l’uomo ha in mano. Ma questo, secondo me, non è possibile. La tecnica nella sua essenza è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare. … lo stato tecnico non corrisponde affatto al mondo e alla società determinati dall’essenza della tecnica. Lo stato tecnico sarebbe il più cieco e servile sbirro di fronte alla potenza della tecnica.
L’essenza della tecnica io la vedo in ciò che chiamo “la postura” (Ge-stell = L’imposto-all’uomo. Il soggetto è posizionato per riflesso del proprio aver posto oggetti. – nota del curatore italiano -). L’espressione, a tutta prima facilmente equivocabile e forse poco elegante, a ben guardare riporta il suo significato nella storia più profonda della metafisica, che ancora domina il nostro esserci. Il dominio della “postura” significa: l’uomo è impostato, impegnato e provocato da una potenza che diviene palese nell’essenziare della tecnica. Proprio nell’esperienza dell’uomo, di essere impostato da qualcosa che egli stesso non è, e non domina, gli si mostra la possibilità di capire che l’uomo è usato dall’essere. In ciò che costituisce il più proprio della tecnica moderna si cela nientemeno che la possibilità di esperire l’esser-usato (Gebrauchtsein) e l’esser-pronto (Bereitsein) per queste nuove possibilità. …
Forse si può osare la frase: al segreto della strapotenza planetaria dell’essenza impensata della tecnica corrisponde la provvisorietà e l’inapparenza del pensiero che tenta di pensare questo impensato. … Non è che si tratti solo di … aspettare … bensì di pensare a partire dai lineamenti fondamentali non ancora pensati dell’epoca presente verso il tempo futuro senza pretese profetiche. Pensare non è inattività, ma è di per se stesso e in sé quell’agire che sta nel dialogo (Zwiesprache) con il comando universale (Weltgeschick). Mi sembra che la distinzione, di origine metafisica, fra teoria e prassi e l’idea di una trasmissione tra l’una e l’altra sbarri la strada all’intuizione di ciò che io intendo con pensiero.

Mi pare di poter dire, con poca paura d’essere smentito, che da questo momento storico – l’intervista è del 1966 – non si sono fatti significativi passi in avanti.

Bonanni sacerdote del diavolo.
9 marzo 2013

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SACERDOTI DEL DIAVOLO

Megara Hyblea, Himera, e Gela non son solo luoghi strategici dove si insediarono gruppi di Fondatori provenienti dalla Grecia antica nell’etá classica, o da dove Ecisti posteriori procedettero per fondare altre colonie Siceliote in tutta l’Isola.
Questi tre punti geografici sono il segno della vergogna; il senso compiuto della cronica e insanabile antinomia tra benessere individuale e interesse collettivo lungo tutta la tragicomica storia siciliana.
Là dove sorgeva Megara -da dove partirono i coloni che avrebbero fondato prima Selinunte, e successivamente come stazione di posta Eraclea Minoa- oggi sono insediate le raffinerie di Augusta e Priolo che, come prostitute sifilitiche, avvelenano la piana di Katanè (Catania) ed il territorio di Ortigia, Acradina, Tiche, Neàpoli, ed Epípoli (Pentapoli Siracusa).
A Gela, da dove partirono Rodî e Cretesi per fondare Akragas -la più bella città dei mortali, dove fiorì Empedocle, e Zeusi e Pindaro vennero in visita- il polo petrolchimico -che raccoglie il petrolio ed il gas metano estratto nei pozzi dell’Africa settentrionale- produce i veleni che fanno impazzire in aborti, deficienze e malformazioni i feti delle puerpere Gelote.
In questi due luoghi si recita quotidianamente la tragedia dell’Hydra ferina che pretende sempre nuovi sacrifici umani, animali, e vegetali col ricatto di andarsene portando via con sé quei pochi beni materiali che lascia per alimentare la scimmia consumistica che consuma quelle popolazioni.
Ad Himera, colonia di Zancle (Messina), il luogo della battaglia che fondò l’orgoglio e la temporanea unità dei Sicelioti nella guerra che sconfisse Amilcare e le ambizioni della fenicia Cartagine, e dove Marchionne, lo sgherro finanziere degli Agelli, si è portato via con una scusa risibile la produzione delle Panda, delle Punto e delle Ypsilon, la tragedia si è già consumata. Sul luogo, uomini e donne derubati del loro futuro piangono il territorio ferito mortalmente e devastato.

Questi sono il luoghi dove un sindacalismo dissennato (lo stesso che ancora oggi esercitano alcuni sacerdoti triviali) si è prostrato ad offrire in pasto a demoni avidi ed insaziabili i propri figli in cambio di una cifretta.

Eterogenesi dei fini.
16 febbraio 2011

Eterogenesi dei fini (ted. Heterogonie der Zwecke). Wundt ha chiamato col nome solenne di «legge dell’E. dei fini» l’osservazione non molto peregrina che i fini che la storia realizza non sono quelli che gli individui e le comunità si propongono, ma sono piuttosto la risultante della combinazione, del rapporto e del contrasto delle volontà umane tra loro e con le condizioni oggettive. (Ethick, 1886, pag. 266; System der Phil., I, pag. 326; II, pag. 221 sgg.). Si può ricordare che Vico aveva già espresso lo stesso concetto in una pagina famosa: «Perché pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni (che fu il primo principio incontrastato di questa Scienza, dappoiché disperammo di ritruovarla da filosofi e da filologi); ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ed essi fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti; quali fini ristretti, fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre adoperati per conservare l’umana generazione in questa Terra» (Sc. Nuova, 1774, Concl. dell’opera).

(Nicola Abbagnano, Dizionario di Filosofia, cfr. Bibliografia)

L’Operaio.
16 ottobre 2010

 

 

 

 

 

Secondo una certa visione dell’epistemologia evolutiva (1), è evidente che il superamento delle ideologie consiste nella sostituzione di queste con delle nuove più al passo coi tempi, e capaci di esprimere un maggior tasso di Verità.
Sarà inevitabile, allora, nel trapasso un innalzamento delle barriere ideologiche -anche passate, anche sconfitte …- affinché si produca finalmente! un nuovo assetto.

(1) … che non mi sento di condividere in toto, seppure la ritenga come uno strumento congruo allo scopo di distinguere, in questo contesto oggettivamente confuso, tra le diverse opinioni di “Visione del Mondo” sul cui uso, però,  si dovrà vigilare affinché non venga eclissata, e ciò sarebbe disastroso, l’unicità della Verità.