Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Riflessione.
2 giugno 2016

Lascio ai legulei certi compiti che non saprei come assolvere. 

Associare alla dignità umana il bene di tutti è una nobile finalità che si poggia purtroppo su categorie troppo astratte. È necessario, perciò, precisare cos’è la dignità, in particolare quella dell’uomo; cos’è l’uomo e il bene; che intendere con tutti e specialmente discernere questa particolarissima specie di relazione di associazione. Tutto ciò per un fine nobile ma concreto, cioè quello di dimostrare che non c’è un’alternativa realistica a questo processo che è la causa ultima del percorso ineluttabile innestatosi sulla sapienza filosofica, che giunge a noi dopo un paio di millenni, approfondito e illuminato dalla non-violenza che si costituisce come il tratto innovativo apportato dalla cultura contemporanea post-bellica. La relazione di associazione tra “la dignità umana” e “il bene di tutti” è biunivoca, nel senso che la più elementare prova ermeneutica che consiste nel rovesciamento dei termini posti a confronto non provoca turbativa di senso. I termini non sono in alcun modo contrari o contrapposti tra loro potendosi ben coltivare entrambi. La non puntuale coincidenza dei loro rispettivi campi di esistenza pone, però, gravi problemi nel processo di assimilazione messo a tema. Inoltre, considerevoli forze centripete e resistenze di varia natura si oppongono o, quanto meno, turbano il procedimento che, è bene dirlo, rientra nel campo luciferino dell’ingegneria sociale. Trincerarsi dietro il comune senso positivo che si attribuisce a termini quali “dignità” e “bene” non serve a nulla poiché, se isolati e opportunamente stressati, si può sofisticamente dimostrare che queste stesse parole risultano contraddittorie, all’estremo vuote di significato. Ma, una bottiglia, sebbene oggetto consistente, è priva di senso se non la si associa all’acqua, al vino, all’olio o ad altro liquido che convenientemente può contenere. Allo stesso modo l’uomo, quest’essere di mezzo indeterminato se si esclude la volontà d’essere qualcosa secondo il suo libero arbitrio, è privo di senso se non lo si associa a un contenuto. Attraverso quale meccanismo un’idea astratta come la dignità può essere assimilata da un essere concreto, l’uomo, è della massima importanza. La dignità ha poco a che fare con l’orgoglio e i suoi attributi di sostanza si scontrano necessariamente con aspetti materiali quali la fame e la malattia; all’Essere sazio e sano si può domandare d’avere dignità, altrimenti … Il bilanciamento omeostatico fra i tre diritti fondamentali (Vita, Libertà e Proprietà) è continuamente messo in dubbio e turbato da proposte politiche, anacronistiche ma diffuse, che si fondano su categorie quali “Guerra giusta”, “Razza”, “Confini nazionali” o deliberatamente ignorato. Il desiderio di circoscrivere il diritto di proprietà nei suoi confini giusnaturalistici originari è divenuto un’utopia se l’uno percento dalla popolazione mondiale possiede più del restante novantanove percento. Così, il forte, giustificato e autorevole grido d’allarme dei poteri religiosi contro il relativismo assume un tono più consono alla filosofia che al fideismo di cui la stessa filosofia è acerrima nemica. Come si giustificano gli sprechi evidenti della cultura consumistica dei paesi ricchi al cospetto delle più essenziali ed elementari necessità delle popolazioni povere cui si potrebbe largamente far fronte con questi? Purtroppo l’episteme, ciò a cui la filosofia si è occasionalmente ridotta, è incapace di fare da eco a questo allarme contro l’egoismo mortifero. L’aritmetica, la più elementare dottrina pitagorica, condanna tutto ciò inesorabilmente.Solo in rari e brevi momenti nella storia si è compreso che il benessere individuale dipende da quello collettivo e se ne è tratto buon consiglio. Nemmeno la scuola stoica, che ha interessato parecchi governatori è formato stuoli di burocrati benestanti, ha mai inciso significativamente per il formarsi fra il popolo o almeno nella sua maggioranza di questo ethos. Di più hanno fatto e stanno facendo le religioni compassionevoli, purtroppo però senza mai uscire come del resto lo stoicismo, dal recinto del volontarismo della responsabilità individuale. Quantunque le categorie del vero, del buono e del bello siano dialetticamente vetuste, ci rimane quella dell’utile alla quale siamo destinati ad ancorarci per difendere il vero, il buono e il bello che permangono intatte, nonostante le apparenze, nella struttura originaria del mondo. Forse, questa è la ricetta più persuasiva e vale la pena di esplorarne fino in fondo le potenzialità. Conviene all’Occidente perseverare, o sarebbe più razionale progettare una più equa distribuzione delle risorse che disinneschi le giustificate proteste, anche violente, di chi raccoglie solo le briciole del frutto del Pianeta? A sentire i moderni sofisti dovremmo prima a risolverci se ciò coincida col buono, col vero e col bello, tutte categorie che si sono impegnati a negare con argomenti eristici; ci vuol tanto a cogliere la difformità naturale di questa posizione? Conviene all’Occidente perseverare, o sarebbe più razionale progettare una più equa distribuzione delle risorse che disinneschi le rivendicazioni violente di gruppi di potere periferici condannandoli alla dialettica pacifica che il rispetto della Storia esige? È oramai un assunto culturale che una femmina bianca europea può fare dovunque tutto ciò che fa un maschio di qualunque estrazione; perché non può fare allo stesso modo un individuo di qualsiasi sesso africano, asiatico di razza pura o meticcia del SudAmerica o dell’Oceania e trapiantarsi dove vuole nel regno dell’opulenza? Abbiamo a disposizione meno di 70 mq di globo terracqueo ciascuno, come si può pensare di rimanere estranei al destino di ognuno dei nostri coinquilini? Solo gli sciocchi o i pazzi insensati possono crederlo o qualche mente criminale disposta al genocidio.

EnnyHermann
22 aprile 2016

Heidegger non fu un progressista (non arrivo a chiamarlo reazionario, ma certamente fu tradizionalista) e lo spirito nazionalista e sciovinista che pervade l’intera scuola filosofica tedesca moderna, concordo con te, è antifilosofico quanto indisponente. Anche il pensiero del Nostro non ne è esente, ma è come dire: prendere o lasciare, fa parte dello spirito della loro storia.
Un regime totalitario nazionalista come quello nazista ebbe bisogno di riferimenti popolari radicati, meglio se folcloristici e li trovò anche nel “völkisch”, ma non credo che questo appiglio fu indicato da Heidegger; avanzare questa ipotesi per avvalorare la tesi di una complicità fondante del Nostro col regime mi appare azzardato e, quindi, da escludere.
Compromissione, ma non fondativa, che in effetti ci fu come egli stesso ammette, ma in un modo che deve essere esaminato col suo modo e nel suo mondo.
Queste sono alcune delle risposte che usò nell’intervista allo Spiegel (“Ormai solo un Dio ci può salvare” pubblicato da Guanda e, mi pare, già consigliato da Nat tempo fa) che ho riesumato per risponderti e che ti invito a riprendere:

 “Non vedevo allora nessun’altra alternativa. Nella generale confusione delle idee e delle tendenze politiche di [trentadue] partiti si trattava di trovare una posizione nazionale e soprattutto sociale all’incirca nel senso del tentativo di Friedrich Naumann”. Prosegue incalzato dallo Spiegel che gli chiede perché non si era occupato di politica prima del rettorato “In quel tempo ero ancora completamente occupato dai problemi sviluppati in Essere e Tempo e negli scritti e conferenze degli anni successivi: problemi fondamentali del pensiero che, [indirettamente], riguardano anche questioni nazionali e sociali.” (pagg. 119-121).
Chiede lo Spiegel “Lei riteneva di poter ottenere un risanamento dell’Università insieme coi nazionalisti?” Risponde Heidegger “Non è l’espressione esatta: non <insieme coi nazionalsocialisti>, bensì: l’Università doveva rinnovarsi in base a una propria presa di coscienza e guadagnare in tal modo una stabile posizione rispetto al pericolo della politicizzazione della scienza -nel senso sopra indicato.” (pag. 122).
Chiede lo Spiegel “Lei disse nell’autunno del 1933: <Non teoremi e ‘idee’ siano le regole del vostro essere. Il Führer stesso e solo lui è la realtà effettuale tedesca dell’oggi e del domani e la sua legge>”. Risponde Heidegger “Queste frasi non si trovano del discorso del rettorato … [Mentre assumevo] il rettorato, avevo ben chiaro che senza compromessi non ce l’ avrei fatta. Le frasi citate, oggi non le scriverei più. Cose del genere non le ho più dette già nel 1934. (pagg. 123-124).
Lo Spiegel richiama una parte del contenuto di Introduzione alla metafisica del 1935 “Ciò che oggi viene spacciato in giro come filosofia del nazionalsocialismo, ma che non ha minimamente a che fare con l'[interna] verità e grandezza di questo movimento (e cioè con l’incontro della tecnica planetaria con l’uomo moderno), pesca nel torbido dei ‘valori’ e delle ‘totalità’.” Ora, le parole in parentesi sono state [da Lei] aggiunte solo nel 1953 … o queste parentesi esplicative stavano già lì dal 1935?” Risponde Heidegger “Stavano già nel mio manoscritto e corrispondevano esattamente alla concezione che allora avevo della tecnica e non ancora alla tarda interpretazione dell’essenza della tecnica come postura (Ge-stell) … Continua Heidegger poco sotto “… Nel frattempo, nei trent’anni che sono passati dovrebbe essere risultato chiaro che il movimento planetario della tecnica moderna è una potenza la cui grandezza, storicamente determinante, non può essere in alcun modo sopravvalutata. È per me oggi un problema decisivo come si possa attribuire un sistema politico – e quale – all’età della tecnica. A questa domanda non so dare alcuna risposta. Non sono convinto che sia la democrazia. (pagg. 142-144).

Converrai con me che Heidegger fu un uomo di intelligenza superiore e un filosofo di prima grandezza. Se tali ingenuità miste a intuizioni geniali furono da lui praticate, capirai bene la mia diffidenza -direi terrore! che il potere politico possa cadere in mano a un filosofo.
La frattura tra il periodo della sapienza e quello della filosofia pagana successiva è, a mio avviso, un fatto incontrovertibile. Che Heidegger abbia tentato, tra mille difficoltà, di ricomporla è un suo merito, ma ne parleremo magari dopo. Per ora mi fermo per darti la possibilità di rispondere.

 


12 aprile 2016

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Schema aristotelico
27 marzo 2016

Il pensiero discorsivo è condannato a procedere per opposizioni, sulla realtà proietta un sistema di antitesi. Fra gli opposti si disdinguono tre tipi.

I CONTRARI stanno agli estremi di uno stesso genere di cose, come le due proposizione “tutto è vero” e “tutto è falso”. Hanno di caratteristico che si negano a vicenda (se tutto è vero anche “tutto è falso” lo sarà, e viceversa) e che possono essere entrambi falsi (dati i contrari avarizia e prodigalità, c’è chi non cade in nessuna delle due).

I SUBCONTRARI sono contrari attenuati, come nell’antitesi parsimonioso/generoso rispetto all’antinomia prodigo/avaro. A differenza dei contrari, i subcontrari possono incontrarsi a metà strada: chi spende il giusto da un lato e la generosità dall’altro.

I CONTRADDITTORI invece impongono un aut aut, se l’uno è vero, l’altro è falso e viceversa, come le coppie avarizia/generosità o prodigalità/parsimonia.

Rientrano nello schema le quadernità naturali (caldo/freddo, tiepido/fresco; estate/inverno, primavera/autunno; giorno/notte, mattina/sera) e anche i quattro elementi, essendo contrari i movimenti distintivi del Fuoco e dell’Acqua, subcontrari quelli dell’Aria e della Terra. Fra questi ultimi il punto di mediazione era tradizionalmente l’Uomo, in quanto fatto d’argilla in cui era soffiato lo spirito.

Prologo a B.c.
17 gennaio 2016

Prologo al racconto di B.C.
Ho iniziato a scrivere questa prolusione in un momento di pausa di qualche giorno, attendendo che, il venerdì canonico, il fotografo della Casanatense mi inviasse per posta elettronica la scansione di un testo, individuato grazie all’aiuto richiesto al prof. Galasso, che mi serviva leggere per continuare il racconto di B.C.

Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. Questa frase di semplice e immediata comprensione comporta invece, per chi si è avviato nella filosofia cioè pretende di conoscere tutto e in profondità, complessi problemi di difficile soluzione perché: il dire scrivere implica il dover dire la storia della scrittura per intero che non può fare a meno di comprendere anche la fase pre-alfabetica dei geroglifici, delle pitture rupestri pre-storiche e della manifattura di utensili d’uso comune che avevano bene e comunque una forma adatta per una comunicazione scritta o in-scritta; i pensieri. Chi riesce a scovare un soggetto-oggetto più sfuggente ed etereo di questo? La loro esistenza è problematica così come la loro importanza, perché c’è chi ritiene che siano la sostanza dell’essenza e chi invece li svaluta ad un nulla più che illusorio del fumo; Forma, usato, e qui così lo si utilizza, nell’accezione platonica pone infiniti problemi di comprensione e connessione con la dottrina delle idee e la sua eredità; infine, il comunicare, se non lo si intende in maniera banale come mero esercizio telecinetico, configge da subito la terza parola della frase ora in questione laddove non si capisce il motivo della necessità, giacché il proprio non diverrà mai comune, che è il suo contrapposto, se è autenticamente, e lo è, proprio. Tralascio per decoro l’aspetto psicologico perché sarei ben presuntuoso se ritenessi che ci sia al mondo qualcuno veramente curioso di leggere i miei pensieri, ma una frase da sola serve a poco. Se è costruita ad arte, in passato poteva torreggiare in cima al frontone d’un tempio o in tempi recenti avvolgere una pralina di cioccolato. Non è questo il caso, né per l’arte né per il tempo, e deve, dunque, essere completata. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come una macchina del tempo che viaggia, però, in una sola direzione: verso il tempo futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Se sul concetto di tempo Sant’Agostino, che fu un profondo filosofo pagano prima di divenire Santo, Padre e Dottore della Chiesa, rimase muto e interdetto, può non spaurirsi la mia povera mente terrena e profana al cospetto di sua maestà il tempo? Tempo futuro inoltre, come se conoscendo niente di un nulla affermassi che questo nulla è giallo, che è bianco, che è grande o piccolo, ecc. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando, mutando, non è più la stessa cosa essente. Perché dico tutto ciò? Per due motivi: Per dare ragione, nel modo più basico che mi è consono, della necessità del pensiero e dei pensatori. Perché solo il pensiero può cogliere, come in questo caso, il tempo nella sua indefinibile indefinitezza benché consuetudiniaramente, in acto exercito, incapsulato nei luoghi comuni che rappresentano le espressioni più quotidiane dell’umanità; perché solo un pensatore può concepire, come in questo caso, e maneggiare accortamente questa strana creatura che è l’istante che forma il tempo. Con ciò qui si anticipa il tema, uno dei fondamentali nelle mie intenzioni, che è possibile comprendere un tempo storico -il suo spirito direbbe B.C.- solo in un tempo storico -con uno spirito- ragionevolmente posteriore; un istante, cioè, diventa autentico mutando in un altro sé stesso. Questa circostanza che è contraria al senso comune può essere bene intesa solo filosoficamente. È ciò che dirò a proposito dei secoli che si usano come misure didascaliche per distinguere le epoche storiche convenzionali. Per piaggeria. Perché spero che, conoscendo i travagli, i mille ripensamenti, i momenti di scoramento che sottendono al mio lavoro mi verrà, se non riconosciuto il diritto, perdonata almeno l’arroganza d’essermi accostato confidenzialmente ad un Uomo che ha incarnato il suo tempo divenendone un vessillifero.  “Tout se tient”. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando essa, mutando, non è più la stessa cosa essente. Solo il pensiero può cogliere la natura inautentica del tempo. Esclusivamente un pensatore può padroneggiare, senza mandare tutto in malora, questa strana invenzione che è l’istante che contiene i presenti di cui il tempo si dice composto. Quando, con una formula tradizionale antica quanto efficace, si deriva che il passato vive nel presente, in particolare se si inverte l’ordine dei termini senza modificare il senso della sentenza, non si afferma forse il concetto che il presente è composto in gran parte di passato? Ma quali e quanti passati compongono ogni singolo presente se non tutti? Come si fa ad escluderne alcuno? Il presente é dunque la sommatoria di tutti i tempi passati fino ad arrivare al tempo (t – 1) aggiunta al presente. Questa terribile formula raddoppia il risultato ad ogni passaggio di tempo. Se si pensa a che dimensione orribilmente grande dovrebbe assumere ogni singolo istante contenitore, diviene indispensabile che una qualche forma debba intervenire. Questa forma necessaria è il fattore umano. Se, in generale, non c’è ragione per escludere alcun passato dalla partecipazione al presente, diciamo, collettivo v’è motivo, invece, per escluderne certi nelle vite individuali. Il passato è sempre diverso per ogni singolo individuo e, in conseguenza di quanto dedotto in precedenza, diverso sarà il suo presente. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando essa, mutando, non è più la stessa cosa essente. Solo il pensiero può cogliere la natura inautentica del tempo. Esclusivamente un pensatore può padroneggiare, senza mandare tutto in malora, questa strana invenzione che è l’istante che contiene i presenti di cui il tempo si dice composto. Il presente é la sommatoria di tutti i presenti-passati sommato a sé stesso. In questo modo l’istante, che contiene il presente-presente, assume dimensioni tali che diventa inintelligibile. Questa imperscrutabilità venne prevista, forse è per ciò che un antico sofista ci viene in aiuto fornendoci il fattore comune: πάντων χρημάτων μέτρον ἐστὶν ἅνϑρωπος, τῶν μὲν ὄντων ὡς ἔστιν, τῶν δὲ οὐκ ὄντων ὡς οὐκ ἔστιν. Nel passato di ogni singolo individuo dobbiamo distinguere tre componenti: – il genoma; una causa collettiva comune, tramandata ai singoli attraverso l’educazione e l’ambiente -lo spirito del tempo direbbe B.C., seguendo l’orientamento dell’idealismo tedesco; e un’ultimo elemento essenziale precipuo frutto del caso.Heidegger non fu apprezzato dal senatore e, di conseguenza, dai suoi discendenti, dagli amici, dagli allievi e dagli allievi degli allievi. A torto! Se il giudizio sballato degli eredi può essere liquidato come mero snobismo, la svista di B.C., in quanto filosofo, va considerata in profondità. Per questo bisogna ripercorrere la sua vita in due momenti topici: il 28 luglio del 1883, quando si crearono tristemente le precondizioni perché il filosofo ch’era in lui potesse venire alla luce e il 25 settembre 1913, quando il filosofo poté esercitare compiutamente la sua selvaggia disciplina. La parola in questione, la filosofia è spesso una questione di “parola”, è “angoscia”. Questa è la scoperta di Heidegger, il motore immoto: la reazione all’angoscia, la ricerca della radura, il percorso del sentiero nella fitta foresta che scopre l’uomo del ‘novecento sopravvissuto al nicianesimo, provato e sgomento ma non annichilato, di fronte all’orizzonte sconfinato, imprevisto e imprevedibile del governo della tecnica che lo priva di tutte le certezze tradizionali barattate al prezzo del comfort e del non-pensiero. S’offre, infine, lo scritto all’animo puro che lo fa syn-patico della fatica alla quale si sacrifica, per rispetto d’un ethos ormai tramontato, un miope ottuagenario al cospetto d’un più giovane e fisicamente meglio fornito studioso rampante, per quanto si possa definire rampante, rispetto ai vigenti parametri di misura del rampantismo, un valente e volenteroso studioso già uomo formato nel secondo immediato dopoguerra. I discendenti, gli amici, gli allievi, e gli allievi degli allievi di B.C. mi perdoneranno le mille inesattezze e la sfacciataggine che ho avuto nel dare l’idea d’aver romanzato la vita di chi abborriva, in vita, le vite romanzate. Non ritengo, sinceramente d’aver romanzato un bel nulla, lo dico solo per precauzione. Sempre per precauzione userò lo stratagemma manzoniano di dire d’aver trovato lo scritto d’un altro nel fondo d’un vecchio cassetto.   
Ag 14 gennaio 2016

  

ACHILLEIS
25 giugno 2015

Note all’Achilleis di Publio Papino Stazio. ed. UTET a cura di Antonio Traglia e Giuseppe Aricò, 1980.

1-2 Eacide è chiamato già da Omero l’eroe Achille, figlio di Peleo (epperò detto anche Pelide) e nipote di Eaco (padre di Peleo). Eaco era a sua volta figlio di Zeus e di Egina ed ebbe così grande fama d’integrità e di saggezza, che fu associato a Minosse e a Radamanto come giudice infernale. Secondo la leggenda Zeus, se si fosse unito a Teti, madre di Achille, avrebbe avuto da questa un figlio che l’avrebbe sbalzato dal trono. L’argomento doveva essere trattato nelle Ciprie di Stasino, ma ve n’è un oscuro accenno anche in Eschilo (Pr. V., 908 segg.)Patrio caelo, che potrebbe significare semplicemente «il cielo avito», in quanto Achille era pronipote di Zeus per parte di padre, è qui da intendere «il cielo di colui che sarebbe stato suo padre», se Zeus avesse sposato Teti.

4. Meonio è chiamato Omero, perché fra le località che si contendevano il vanto di aver dato i natali al poeta (cfr. Silv., V, 3, 130) c’era anche la Lidia o Meonia. Egli non aveva cantato tutti i particolari della vita di Achille, cosa che ora si propone di fare su larga scala Stazio in una specie di poema ciclico.

5-6. La tromba dulichia (da Dulichio, isola vicina a Itaca, che fu sottomessa per qualche tempo a Ulisse: (cfr. Strab., X, 2-14) è la tromba di Ulisse che col suo suono fece uscire dal nascondiglio di Sciro (l’isola dell’Egeo, dove Teti aveva nascosto il figlio) il giovane eroe, che fu condotto a Troia a combattere.

8-11. Il poeta aveva già scritto la Tebaide e chiede una seconda corona, cioè un secondo premio per l’Achilleide (una corona vera l’aveva ottenuta ai Giochi Augustali e una seconda ai Giochi Albani, ma non è probabile che alluda qui a queste corone). L’aonio bosco (Aoni erano chiamati gli antichi abitatori della Beozia) è il bosco dell’Elicona, monte sacro ad Apollo e alle Muse, che sorge appunto in Beozia, la cui capitale, Tebe, fortificata da Anfione, era stata oggetto del canto del Poeta. Non per la prima volta egli portava le bende di sacerdote delle Muse.

12-13. La pianura dircea è quella bagnata dalla fonte tebana di Dirce.

14-19. Stazio si rivolge a Domiziano con una invocazione che contiene ancora un garbato rifiuto di cantare le imprese del Principe, cosa che aveva sempre promesso di fare, senza mai mantenere la promessa. L’elogio dell’Imperatore è assai moderato, ciò che potrebbe essere anche segno di qualche cambiamento avvenuto nell’animo del Poeta nei suoi confronti. È esatto che Domiziano, specialmente nei primi anni del suo principato, si dedicò alla poesia, e protettore delle lettere e delle arti rimase sempre. Ma negli ultimi anni le occupazioni militari e le preoccupazioni di governo dovettero essere d’impedimento alla sua attività letteraria.

20-21. Oebalius, «della Laconia», da Oebalus, Ebalo, antico …

(altro…)

In principio era la meraviglia
19 aprile 2014

“In principio era la meraviglia, fa riferimento al «principio della filosofia», cioè al tempo degli antichi Greci, perché la filosofia, come dice la parola stessa (philosophia, «amore del sapere», derivata da philein, «amare» e sophia, «sapienza»), l’hanno inventata i Greci.
Gli altri popoli antichi, i Cinesi, gli Indiani, i Persiani, gli Egiziani, hanno avuto certamente grandi civiltà, grandi culture, ed anche grandi forme di sapere, o di sapienza, o di saggezza: si pensi a Confucio, o a Budda. Ma difficilmente queste potrebbero essere considerate «filosofia» nel senso greco del termine, perché non nascono dalla meraviglia, cioè dal puro desiderio di sapere, ma da altri bisogni, desideri, atteggiamenti.”

Passi di: Berti, Enrico. “In principio era la meraviglia: Le grandi questioni della filosofia antica (eBook Laterza) (Italian Edition)”. iBooks. https://itunes.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewBook?id=9FEAE085E7784E800C1FB5A50847CD2C

Avicenna: La teoria dell’indifferenza delle essenze
11 febbraio 2014

a) la teoria dell’indifferenza delle essenze, secondo cui qualsiasi essenza (ad es. la cavallinità) non è in sé né particolare né universale, ma è soltanto in se stessa. L’universalità, cioè la possibilità della predicazione logica, è secondo Avicenna un’intenzione che non coincide, ma si aggiunge alla quiddità (o essenza o natura). Questa dottrina è stata spesso interpretata immaginando un livello di essenze pure realmente indifferenti all’esistenza particolare (negli individui fisici) o a quella universale (nei concetti mentali), – un livello che è stato spesso accostato al «terzo regno» di Frege (e cioè al regno delle verità distinte dalle cose e dalle rappresentazioni) o alla teoria degli oggetti puri di Meinong. La genuina teoria avicenniana dev’essere tuttavia compresa e valutata a partire da due presupposti differenti, uno teologico e l’altro filosofico.

Il primo, come suggerito già alcuni anni orsono da Jean Jolivet, è rappresentato da una vivace controversia che aveva attraversato il kalām, contrapponendo gli aš‘ariti, che non introducevano nessuna differenza tra esistenza, positività, coseità, essenza, e soggetto concreto, ai mu‘taziliti, per i quali anche l’inesistente (ma’dūm) doveva essere inteso come una cosa e un’essenza: “cosa” era infatti per i mu‘taziliti tutto ciò che poteva essere conosciuto, e in questo senso anche un non-esistente conoscibile rappresentava comunque una cosa. Il problema sullo sfondo, com’è evidente, è quello della presenza delle cose alla conoscenza eterna di Dio. Ora, per essere conosciute nelle loro proprietà le cose dovrebbero avere un certo essere, dovrebbero già essere-cose prima di esistere in atto: ma appunto questa ipotesi ci porterebbe in direzione o di un mondo ideale platonico o del «terzo regno» di Frege, di un dominio neutro di essenze refrattarie o irriducibili tanto all’esistenza mentale quanto a quella fisica, una “terra di mezzo” che in definitiva implica in qualche modo la sospensione (come Jolivet già rilevava) del principio del terzo escluso.

L’altro presupposto, evidenziato più di recente da Alain de Libera, permette tuttavia di chiarire meglio l’autentica posizione avicenniana, e dev’essere ritrovato nella teoria di Alessandro di Afrodisia della natura comune, da cui Avicenna riprende (più o meno direttamente) e affina la distinzione tra τό κοι νόν e καθόλου, tra essenza astratta e genere logico, modificandone però un aspetto. Per Alessandro, infatti, solo l’universalità è in realtà un accidente della natura, mentre lo stesso non può dirsi della particolarità: la natura non è mai realmente indifferente all’esistenza fisica individuale, e deve essere instaziata in almeno un individuo. Avicenna sostiene invece che una forma di esistenza accompagna sempre la natura, e tuttavia essa rimane di per sé indifferente all’una o all’altra, all’esistenza individuale o a quella universale, nella misura in cui l’esistenza stessa (qualsiasi forma di esistenza) non modifica il suo contenuto quidditativo intenzionale. Che la cavallinità sia solo la cavallinità non significa dunque che la cavallinità esista come tale da qualche parte al di là dei concetti e delle cose, ma che la definizione di cavallinità (o del cavallo) non muta affatto se la si considera in rapporto a un singolo cavallo esistente o al concetto di cavallo che è nella mia mente. Non ci sono così in Avicenna, a differenza di quanto accade nel «terzo regno» di Frege, oggetti apatridi o verità senza portatore (esattamente al contrario, tutti gli intellegibili sono anzi per Avicenna pensati in atto dalla intelligenze cosmiche). Se è insomma vero che l’essenza non è, in quanto tale, universale o particolare, è altrettanto vero che essa non esiste mai senza quegli accidenti, qualificati come concomitanti, che fanno di essa un ente individuale o un concetto universale. Ma ciò non vuol neppure dire che la stessa essenza o natura esista tanto come universale quanto negli individui. Se così fosse, la dottrina avicenniana dell’indifferenza delle essenze non si discosterebbe poi tanto dalla classica teoria del triplice stato dell’universale, che in effetti è stata spesso sovrapposta ad essa. La differenza può forse essere colta attraverso un esempio determinato, che riprende la classica questione che fa da sfondo alla disputa sugli universali: l’umanità di Socrate è diversa da quella di Platone? Avicenna si pone esplicitamente il problema nel V Trattato sostituendo ovviamente a Socrate e Platone la corrispondente coppia araba formata da Zayd e ‘Amr. Ora non c’è dubbio che l’umanità di Zayd presa con i suoi accidenti non sia uguale a quella di ‘Amr presa con i suoi accidenti: ma in un caso come nell’altro, e qui sta il punto essenziale, non si parla dell’umanità in quanto tale, dell’umanità in quanto umanità. Nell’unica risposta corretta alla domanda posta in precedenza la negazione ha invece un valore assoluto, verte cioè sull’umanità in quanto è umanità: l’umanità di Socrate o Zayd, così come quella di Platone o ‘Amr, non è l’umanità in quanto tale. In caso contrario, in effetti, l’umanità si troverebbe ad essere il soggetto numericamente identico di determinazioni opposte e contraddittorie: sarebbe al tempo stesso, ad esempio, bianca e vera. Avicenna esclude dunque decisamente la tesi secondo cui la stessa essenza (ad es., l’uomo) potrebbe essere simultaneamente presente in due o più individui (Zayd,‘Amr, ecc). Ciò che è invece comune è l’intentio/ma‘nā dell’umanità, ovvero la definizione dell’umanità in quanto tale – definizione che si applica a Zayd,‘ Amr e a tutti gli altri individui senza richiedere nessuna altra forma di comunanza reale.

da Avicenna, Metafisica. Prefazione di Pasquale Porro, pagg. XXIV-XXVI. Bompiani 2002

BUON 2014
1 gennaio 2014

Auguro a tutti un anno che cambi tutto.
In tutto il Mondo.

Where Are We Now.
14 febbraio 2013