(J.L.Borges)

PIERRE MENARD, AUTORE DEL «CHISCIOTTE»

a Silvina Ocampo

L’opera visibile lasciata da questo romanziere è di facile e breve enumerazione. Sono pertanto imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpretate da Madame Henri Bachelier in un elenco ingannevole che un certo giornale, la cui tendenza protestante non è un segreto per nessuno, ha avuto la sconsiderazione di presentare ai suoi deplorevoli lettori. Gli amici veri di Menard hanno visto questo catalogo con allarme, e anche con una certa tristezza. Non è molto -e sembra ieri- che ci riunimmo dinnanzi al marmo finale, fra i cipressi infausti, e già l’Errore cerca di appannare la sua Memoria… Decisamente, una breve rettifica s’impone.
So che è molto facile contestare la mia povera autorità. Mi si consenta dunque di citare due alti testimoni. La baronessa di Bacourt (ai cui vendredis indimenticabili ebbi l’onore di conoscere il compianto poeta) ha tenuto ad approvare le righe che seguono. La contessa di Bagnoregio, uno degli spiriti più fini del Principato di Monaco (e ora di Pittsburg, Pennsylvania, dopo le sue recenti nozze col filantropo internazionale Simon Kautzsch), ha sacrificato «alla verità e alla morte» (sono le sue parole) con la signorile riserva che la distingue, e, in una lettera aperta pubblicata dalla rivista «Luxe», mi concede anch’essa il suo beneplacito. Questi titoli di nobiltà, credo, non sono insufficienti.
Ho detto che l’opera visibile di Manard è facilmente enumerabile. Esaminati con zelo gli archivi personali del poeta, ho potuto stabilire che esso comprende gli scritti seguenti:
a) un sonetto simbolista pubblicato due volte (con varianti) nella rivista «La conque» (numeri di marzo e di ottobre 1899);
b) una monografia sulla possibilità di compilare un dizionario poetico di concetti che non siano sinonimi o perifrasi di quelli che informano il linguaggio comune, «ma oggetti ideali creati secondo una convenzione, e destinati essenzialmente alle necessità poetiche» (Nimes, 1901);
c) una monografia «su certe connessioni e affinità del pensiero di Descartes, di Leibniz e di John Wilkins» (Nimes, 1903);
d) una monografia sulla Characteristica univiversalis di Leibniz (Nimes, 1904);
e) un articolo tecnico sulla possibilità di arricchire il gioco degli scacchi eliminando uno dei pedoni di torre. Menard propone, raccomanda, discute e finisce per rigettare questa innovazione;
f) una monografia sull’Ars magna generalis di Raimondo Lullo (Nimes, 1906);
g) una traduzione con prefazione e note del Libro de la invenciòn liberal y arte del juego del axedrez di Ruy Lòpez de Segura (Paris, 1907);
h) appunti per una monografia sulla logica simbolica di George Boole;
i) un esame delle leggi metriche essenziali della prosa francese, illustrato con esmpi di Saint-Simon («Revue de langues romanes», Montpellier, ottobre 1909);
j) una replica a Luc Durtain (che aveva negato l’esistenza di tali leggi) illustrata con esempi di Luc Durtain («Revue de langues romanes», Montpellier, dicembre 1909);
k) una traduzione manoscritta della Aguja de navegar cultos di Quevedo, col titolo La boussole des precieux;
l) una preazione al catalogo dell’esposizione di litografie di Carolus Hourcade (Nimes, 1914);
m) l’opera Les problèmes d’un problème (Paris, 1917), che discute nell’ordine cronologico le soluzioni dell’illustre problema di Achille e della tartaruga. Di questo libro sono state pubblicate finora due edizioni; la seconda porta in epigrafe il consiglio di Leibniz: «Ne craignez point, monsieur, la tortue», e i capitoli dedicati a Russell e Descartes vi appaiono sostanzialmente rimaneggiati;
n) un’analisi minuziosa dei «costumi sintattici» di Toulet («N.R.F.», marzo 1921). Menard -ricordo- affermava che il censurare e il lodare sono operazioni sentimentali, che non hanno nulla a che vedere con la critica;
o) una trasposizione in alessandrini del Cimitière marin di Paul Valéry («N.R.F.», gennaio 1928);
p) un’invettiva contro Paul Valéry, nelle Feuilles pour la suppression de la réalité di Jaques Reboul. (Quest’invettiva -sia detto tra parentesi- è giusto il contrario di ciò che Menard pensava di Valéry. Quest’ultimo l’intese appunto in tal modo, e l’antica amicizia tra i due non corse pericolo);
q) una «definizione» della contessa di Bagnoregio, nel «vittorioso volume» -l’espressione è di un altro collaboratore, Gabriele D’Annunzio- che questa signora pubblica annualmente per rettificare le inevitabili falsificazioni del giornalismo e presentare «al mondo e all’Italia» un’autentica effige della sua persona tanto esposta (in causa stessa della sua bellezza e della sua operosità) alle interpretazioni erronee o affrettate;
r) un ciclo di ammirabili sonetti per la baronessa di Baucurt (1934);
s) una lista manoscritta di versi che debbono la loro efficacia alla punteggiatura.*

[*Madame Henri Bachelier cita anche una traduzione letterale della traduzione letterale che fece Quevedo dalla Introducion à la vie devote di san Francesco di Sales. Nella biblioteca di Menard non v’è traccia di quest’opera. Deve trattarsi di uno scherzo del nostro amico, male interpretato.]
Fin qui (senz’altra omissione che di qualche vago sonetto di circostanza per l’ospitale -o avido- album di Madame Henri Bachelier) l’opera visibile di Menard, nell’ordine cronologico. Vediamo ora l’altra: la sotterranea, l’infinitamente eroica, l’impareggiabile. Che è anche -ahi, limiti dell’uomo!- l’incompiuta. Quest’opera, forse la più significativa del nostro tempo, consta dei capitolo IX e XXXVIII della prima parte del Don Chisciotte, e di un frammento del capitolo XXII. So che una tale affermazione ha tutta l’aria d’una assurdità; giustificare questa «assurdità» è lo scopo principale di questa nota.*
[*M’ero anche proposto di abbozzare un ritratto di Menard. Ma come arrischiarmi a competere con le auree pagine che sta preparando, a quanto mi dicono, la baronessa di Bacourt o con la matita delicata e puntuale di Carolus Hourcade?]

Due testi di valore ineguale ispirarono l’impresa. Uno è quel frammento di Novalis -numero 2005 dell’edizione di Dresda- che abbozza il tema dell’identificazione totale con un determinato autore. L’altro è uno di quei libri parassitari che ambientano Cristo in un boulevard, Amleto nella Cannebière o Don Chisciotte a Wall Street. Come ogni persona d buon gusto, Menard aveva in orrore queste inutili mascherate, buone a solo -diceva- a procurarci il volgare piacere dell’anacronismo, o (ciò che è peggio) a istupidirci con l’idea primaria che tutte le epoche sono uguali, o che tutte sono distinte. Più interessante, anche se d’esecuzione contraddittoria e superficiale, gli sembrava il famoso proposito di Daudet: riunire in un personaggio che è Tartarin, l’Ingegnoso Hildago e il suo scudiero… Chi insinua che Menard dedicò la vita a scrivere un Chisciotte contemporaneo, calunnia la sua chiara memoria.
Non volle comporre un altro Chisciotte -ciò che è facile- ma il Chisciotte. Inutile specificare che non pensò mai a una trascrizione meccanica dell’originale; il suo proposito non era di copiarlo. La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero -parola per parola e riga per riga- con quella di Miguel de Cervantes.
«Il mio proposito è certo sorprendente» mi scrisse il 30 settembre 1934, da Bayonne. «Ma l’oggetto finale d’una dimostrazione teologica o metafisica non è meno dato e comune del divulgato romanzo che mi propongo. La sola differenza è questa: che i filosofi pubblicano in gradevoli volumi le tappe intermedie del proprio lavoro, e io ho risoluto di cancellarle.» Nel testo definitivo, infatti, non v’è alcuna correzione, alcuna aggiunta, che attesti questo lavoro di anni.
Il metodo che immaginò da principio, era relativamente semplice. Conoscere bene lo spagnolo, recuperare la fede cattolica, guerreggiare contro i mori o contro il turco, dimenticare la storia d’Europa tra il 1602 e il 1918, essere Miguel de Cervantes. Menard studiò questo procedimento (so che giunse ad una padronanza sufficiente dello spagnolo del secolo XVII) ma lo scartò perché facile. Piuttosto, perché impossibile! dirà il lettore. D’accordo, ma l’impesa era già impossibile in parenza, e di tutti gli impossibili mezzi per condurla a termine, questo era il meno interessante. Essere nel secolo XX un romanziere del secolo XVII gli parve simulazione. Essere in qualche modo Cervantes, e giungere così al Chisciotte gli parve meno arduo -dunque meno interessante- che restare Pierre Menard e giungere al Chisciotte attraverso le esperienze di Pierre Menard. (Questo coinvolgimento, sia detto di passata, lo indusse ad espungere il prologo autobiografico della seconda parte. Includere questo prologo sarebbe stato creare un altro personaggio -Cervantes- ma avrebbe anche significato presentare il Chisciotte in funzione di questo personaggio, e non di Menard. Il quale, naturalmente rifiutò questa facilitazione). «In sostanza -leggo in un altro punto della sua lettera- la mia impresa non è difficile. Mi basterebbe essere immortale per condurla a termine.» Confesso che mi piace pensare che la terminò, e che leggo il Chisciotte -tutto il Chisciotte– come se l’avesse pensato Menard? Sere fa, sfogliando il capitolo XXVI (non tentato dal nostro amico), riconobbi il suo stile, e quasi la sua voce, in questa frase eccezionale: las ninfas de los rios, la dolorosa y hùmida Eco. Questa efficace congiunzione di un aggettivo morale con uno fisico mi richiamò alla memoria un verso di Shakespeare che discutemmo una sera
Where a malignant and turbaned Turk…
Perché -dirà il nostro lettore- proprio il Chisciotte? In uno spagnolo, questa preferenza non sarebbe stata inseplicabile; ma può sembrare inesplicabile in un simbolista si Nimes, devoto essenzialmente di Poe, che generò Baudelaire, che generò Mallarmé, che generò Valéry, che generò Edmond Teste. La lettera citata chiarisce il punto. «Il Chisciotte -spiega Menard- m’interessa profondamente, ma non mi sembra… come dire? inevitabile. Non posso immaginare l’universo senza l’interiezione di Edgar Allan Poe:
Ah! bear in mind this garden was enchanted!
o senza il Bateau Ivre o l’Ancient Mariner, ma mi so capace d’immaginarlo senza il Chisciotte. (Parlo naturalmente della mia capacità personale, e non della rinomanza storica delle opere). Il Chisciotte è innecessario. Posso premeditarne la scrittura, posso scriverlo, senza incorrere il tautologia. A dodici o tredici anni lo lessi, forse integralmente. Poi ho riletto con attenzione alcuni capitoli, quelli che non tenterò per il momento. Ho dato anche una scorsa agli intermezzi, alle commedie, alla Galatea, alle Novelle Esemplari, alle fatiche indubbiamente laboriose di Persiles e Sigismunda, a al Viaggio del Parnaso… Il ricordo d’insieme che ho del Chisciotte, semplificato dall’oblivio e dall’indifferenza, può benissimo equivalere all’imprecisa immagine anteriore di un libro non scritto. Ammessa questa immagine (che nessuno, in buona fede, può rifiutarmi) resta che il mio problema è assai più difficile di quello di Cervantes. Il mio compiecimento precursore non rifiutò la collaborazione del caso: andava componendo la sua opera immortale un poco à la diable, portato da inerzie del linguaggio e dell’invenzione. Io ho contratto l’obbligo misterioso di ricostruire letteralmente la sua opera spontanea. Il mio gioco solitario è governato da due leggi antitetiche. La prima mi permette di tentare varianti di tipo formale o psicologico; la seconda mi impone di abolire ogni variante in favore del testo “originale”, e di ragionare irrefutabilmente questa abolizione… A questi impedimenti artificiali se ne aggiunge un altro, congenito. Comporre il Chisciotte al principio del secolo XVII fu impresa ragionevole, forse fatale: al principio del XX, è quasi impossibile. Non invano sono passati trecento anni, carichi di fatti quanto mai complessi: tra i quali, per citarne solo uno, lo stesso Chisciotte
A dispetto di questi ostacoli, il frammentario Chisciotte di Menard è più sottile di quello di Cervantes. Quest’ultimo, semplicisticamente, oppone alle finzioni cavalleresche la povera realtà provinciale del suo paese; Menard sceglie come «realtà» la terra di Carmen durante il secolo di Lepanto e di Lope. Che spagnolate non avrebbe consigliato una scelta simile a Maurice Barrès o al dottor Rodriguez Larreta! Menard, con tutta naturalezza, le elude. La sua pagina non s’impaccia di gitanerie, né di conquistadores, né di mistici, né di Filippo II, né di autodafé. Neglige o proscrive il colore locale. Questo sprezzo testimonia d’un senso nuovo del romanzo storico. Questo sprezzo condanna Salammbô, inesorabilmente.
Non meno interessante l’esame dei capitoli singoli. Vediamo per esempio il XXXVIII della parte prima, «che tratta del curioso discorso che fece Don Chisciotte sulle armi e sulle lettere». E’ noto che Don Chisciotte (come Quevedo nel passo analogo e posteriore, della Hora de todos) si pronuncia contro le lettere in favore delle armi. Cervantes era un vecchio soldato, e il suo giudizio si spiega. Ma che il Don Chisciotte di Pierre menard -contemporaneo della Trahison des clercs e di Bertrand Russell- ricada in queste nebulose sofisticherie! Madame Henri Bachelier ha voluto scorgervi un’ammirevole e tipica subordinazione dell’autore alla psicologia dell’eroe; altri (non più perspicacemente), una trascrizione del Chisciotte; la baronessa di Bacourt, l’influenza di Nietzsche. A questa terza interpretazione (che giudico irrefutabile) non so se m’arrischierò a farne seguire una quarta, che s’addirebbe assai bene alla modestia quasi divina di Menard: alla sua rassegnata o ironica abitudine di propagare delle idee che erano l’esatto rovescio di quelle preferite da lui. (rammentamo ancora una volta la sua diatriba contro paul Valéry nell’effimero foglio surrealista di Jaques Reboul). Il testo di Cervantes e quello di Menard sono verbalmente identici, ma il secondo è quasi infinitamente più ricco. (più ambiguo diranno i suoi detrattori; ma l’ambiguità è una ricchezza).
Il raffronto tra la pagina di Cervantes e quella di menard è senz’altro rivelatore. Il primo, per esempio, scrisse (Don Chisciotte, parte I, capitolo IX):
…la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esmpio e notizia del presente, avvisao dell’avvenire.
Scritta nel secolo XVII dall’«ingenio lego» Cervantes, quest’enumerazione è un mero elogio retorico della storia. Menard, per contro, scrive:
…la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esmpio e notizia del presente, avvisao dell’avvenire.
La storia, madre della verità; l’idea è meravigliosa, Menard, contemporaneo di Willam James, non vede nella storia l’indagine della realtà, ma la sua origine. La verità storica, per lui, non è ciò che avvenne, ma ciò che noi giudichiamo che avvenne. Le clausole finali –esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire– sono sfacciatamente pragmatiche.
Altrettanto vivido il contrasto degli stili. Lo stile arcaizzante di Menard resta straniero, dopo tutto, e non senza qualche affettazione. Non così quello del precursore, che maneggia con disinvoltura lo spagnolo corrente della propria epoca.
Non v’è esercizio intellettuale che non sia finalmente inutile. Una dottrina filosofica è al rpincipio una descrizione verosimile dell’universo; passano gli anni, ed è un semplice capitolo -quando non un paragrafo o un nome- della storia della filosofia. Nelle opere letterarie, questa caducità finale è ancora più evidente. Il Chisciotte -mi diceva Menard- fu anzitutto un libro gradevole; ora è un’occasione di brindisi patriottici, di superbia grammaticale, di oscene edizioni di lusso. La gloria è una forma d’incomprensione, forse la peggiore.
Queste affermazioni nichiliste non hanno nulla di nuovo; ma nuova e singolare è la conclusione che ne trasse Menard. Risolse di precorrere la vanità che attende tutte le fatiche dell’uomo; s’accinse ad un’impresa complessissima e futile in partenza. Dedicò i suoi scrupoli e le sue veglie a ripetere in un idioma estraneo un libro preesistente. Moltiplicò i rifacimenti, corresse e lacerò migliaia di pagine manoscritte.* [*Ricordo i suoi quaderni a quadretti, le sue nere cancellature, i suoi peculiari simboli tipografici e la sua scrittura da insetto. Verso sera, gli piaceva andaresene a camminare per i sobborghi di Nimes; soleva portar seco un quaderno, e farne un allegro falò.] Non permise a nessuno di esaminarle, e curò che non gli sopravvivessero. Invano ho cercato di ricorstruirle.
Ho pensato che il Don Chisciotte finale potrebbe considerarsi come una specie di palinsesto, in cui andrebbero cercate le tracce -tenui, ma non indecifrabili- della scrittura «anteriore» del nostro amico. Disgraziatamente, solo un secondo Pierre Menard, invertendo il lavoro del primo, potrebbe resuscitare queste Troie…
«Pensare, analizzare, inventare (mi scrisse pure) non sono atti anomali, sono la normale respirazione dell’intelligenza. Glorificare l’occasionale esercizio di questa funzione, tesaurizzare pensieri antichi e lontani, ricordare con incredulo stupore ciò che il doctor universalis pensò, è confessare il nostro languore o la nostra barbarie. Ogni uomo dev’essere capace di ogni idea, e credo che nell’avvenire sarà così».
Menard (forse senza volerlo) ha arricchito mediante una tecnica nuova l’arte incerta e rudimentale della lettura: la tecnica dell’anacronismo deliberato e delle attribuzioni erronee. Questa tecnica di applicazione infinita, coi invita a scorrere l’Odissea come se fosse posteriore all’Eneide, e il libro Le jardin du Centaure di Madame Henri Bachelier, come se fosse di Madame Henri Bachelier. Questa tecnica popola di avventure i libri più calmi. Attribuire a Louis Ferdinand Céline o James Joyce l’Imitazione di Cristo, non sarebbe un sufficiente rinnovo di quei tenui consigli spirituali?
Nimes, 1939

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