-I- Lezione minima

Ad un’osservazione rigorosa ed attenta Ognicosa assume un aspetto diversissimo rispetto a come appare ai nostri sensi.
Una delle prove più spettacolari di ciò è data dalla fantasmagorica ed inattesa immagine al microscopio di un comunissimo fiocco di neve.
Che un fiocco di neve abbia una struttura distantissima da quella che appare ai nostri occhi -oppure, contrariamente ad ogni evidenza sensoriale, che sia la terra a girare intorno al sole e non viceversa- vuol dire che il mondo, lo spazio condiviso, non è “reale”?
E se tutto ciò -reale o irreale che sia- ci apparisse unito ma nei fatti fosse scomposto in minuti pezzettini; o, viceversa, tutto ci apparisse scomposto in minuti pezzettini ma in effetti fosse un tutt’uno?
Queste riflessioni occupano da sempre le menti dei più forti pensatori occidentali -e di parecchi artisti anche.
Disgraziatamente, la frustazione dell’io di fronte all’inatteso risultato delle analisi condotte in profondità produce anche lo sbandamento improvviso di molte coscienze inadatte che non riescono più a trovare il rimedio, o una consolazione, all’interno del “Discorso (il Logos -termine indistinto sebbene marcatamente distintivo del mondo presocratico laicamente in continuo rapporto con la divinità e col μιθος; Perpetuo pendolo che ritma tra Ragione e Parola; Concezione del mondo che scopre il rapporto tra il Linguaggio ed il Pensiero; Il senso originale del verbo λεγω legato al sostantivo λογος.-)”.
Nelle menti ordinarie, la constatazione consapevole del limite umano, messo a nudo dalla precarietà di ciò che si ritieneva assunto ed acquisito definitivamente ma che sfugge improvvisamente come sabbia tra le dita verso un destino inevitabilmente transeunte, provoca souvent una fuga verso “scelte” per di più “radicali”; maggiormente quando la causa è il confronto intellettuale con l’autentica storia del pensiero occidentale che affonda le radici nel mito, e nella scoperta che solo a ciò che si può pensare è dato essere.
L’ammirazione per gli eroi dell’antichità ed una particolare predisposizione d’animo inducono certe menti assetate a scelte radicali quando vengano esposte all’autentico, fulgido passato delle idee. Queste scelte radicali sono l’antitesi del desiderio di conoscenza che le ha generate poiché allontanano dall’unità ricercata ed affermata dai Primi Sapienti [“Tutto è Acqua”, diceva Talete di Mileto, intendendo che “Tutto è Uno”].
Nel mondo moderno, come mai si era verificato prima, osserviamo il fenomeno della produzione di una grandissima massa di pensiero che -seppure solamente a ciò che si può pensare è dato essere- in piccolissima parte sfugge all’onanismo. Cosa ne sarà dei pensieri che non si realizzano, in che modo influiranno sull’effettualità del mondo, cioè su quella sorta di pensiero complessivo che determina una permanenza collettivamente percepibile in un dato momento spazio-temporale?
Affermare che i pensieri che non si realizzano vanno a formare il substrato, l’humus, su cui si i pensieri più puri si impiantano, si sviluppano e si diffondono è secondo verità perché non c’è pensiero che possa essere e definirsi allo stesso tempo inutile (nullo). Ma, in cosa consistono esattamente tali scelte radicali?
La proposizione “scelta radicale” necessita di un approfondimanto esplicito. È di tutta evidenza la novita del termine che non trova precedenti in altri Autori, ciò rende ancora più necessario un chiarimento affinché siano incluse nell’ambito del logos da cui non ho mai pensato di separarle: Le “scelte radicali” sono quelle proposizioni di fede che estendono il campo del possibile oltre l’uomo in una dimensione multivaga, vanamente consolatoria o arrogantemente ultraumana ed innaturale. Viceversa, il “logos” attiene a quel complesso di caratteristiche comuni che tutti gli uomini possono intendere ed a cui si da anche il nome di “natura umana”.
Come può accadere -se tutto è uno … simile a massa di ben rotonda sfera- che il primo termine: scelta -che identifica l’atto della volontà consistente nel decidere consapevolmente e liberamente tra vari e possibili corsi di azione alternativi- assuma la caratterizzazione che si è voluta esprimere, cioè profonda, totale, drastica, definitiva, estremista, che rinnova fin dalle basi, che agisce in profondità: in altra parola: radicale, determinando lo “scioglimento del nesso immediato” definibile come sconvolgimento della “Storia” dell’essere?
Può essere mutato, a causa della “scelta” che si è detta “radicale”, il senso autentico del Discorso , vale a dire: può esserci un futuro, un passato, od un presente -ammeso che di presente, futuro, e passato si possa parlare- diverso e fuori dal logos?
La risposta è negativa secondo natura.
Le idee fulgoranti nella loro essenza sono esposte ordinatamente. Un ordine invisibile ed insondabile reso modernamente, cioè umanamante, in fisica con la scoperta(?) dell’entropia. In questo ordine che è il logos nessuna degna figlia -l’idea- potrebbe mai portare il germe del suo sconvolgimento, meno che meno totale; infatti ciò rimane impossibile se si pensa che queste idee fuori dal logos rimarrano decontestualizzate e quindi incapaci di illuminare alcunché nel nulla impensabile. Tutto ciò non sarebbe possibile in questo ordine se non fosse già tutto previsto, mi avvio ad una prima conclusione, ed anche ciò che sembra provocare una momentanea turbativa non è altro che un punto di vista introflesso e sconfitto ma necessario affinché le idee più pure possano esistere ed alimentarsi secondo natura: Non abbiate dunque paura dei vostri pensieri, ma tenete in conto la possibilità che questi non trovino la rappresentazione per cui li avete generati


§ “Ci sono avversari della filosofia, e si fa bene a prestare loro ascolto, specialmente quando sconsigliano la metafisica ai cervelli ammalati dei tedeschi, predicando loro invece una purificazione per opera della phisis, come ha fatto Goethe, o un risanamento per opera della musica, come ha fatto Richard Wagner. I medici del popolo rifiutano la filosofia: chi vuole giustificarla, dunque, deve mostrare a quale scopo i popoli sani adoperino, o abbiano adoperato, la filosofia. Nel caso che costui sappia fornire questa indicazione, forse anche i malati giungeranno con profitto a comprendere perché la filosofia debba danneggiare proprio loro. Vi sono ottimi esempi di popoli sani, che hanno potuto vivere prescindendo completamente dalla filosofia, o facendone un uso moderatissimo, quasi per giuoco: così iRomani, che nella loro epoca migliore vissero senza filosofia. Dove si riterrà invece l’esempio di un popolo malato, cui la filosofia abbia restituito la salute perduta? Se mai la filosofia si è palesata aiutando, salvando e proteggendo, ciò è avventuto rispetto ai sani: i malati sono stati resi da essa ancora più malati. Di fronte a un popolo in sfacelo, non più legato agli individui che lo compongono da un vincolo teso e vigoroso, la filosofia non è mai riuscita a ricongiungere più strettamente questi individui con il tutto. Se mai ci fu qualcuno propenso a starsene in disparte e a circondarsi con la barriera dell’autosufficienza, la filosofia fu sempre pronta ad isolarlo ancora di più e a distrugerlo con questo isolamento. Essa è pericolosa, quando non ha pienamente diritto di esistere: e tale diritto le è dato soltanto dalla salute di un popolo, e neppure di un popolo qualsiasi.”
F.W. Nietzsche: “La filosofia nell’epoca tragica dei greci”, nella sempre esemplare versione di G. Colli.

Se abbiamo dimostrato che la “scelta radicale” rappresenta la κρισις, il tentativo di scissione improponibile ed inattuabile dal logos, qual’è dunque il sentiero da percorrere affinché il “nous poietikos” delle novità si affidi, senza svilirsi, al “Discorso” che è per natura immutabile ed onnisciente?
V’è certamente una tensione tra le molteplici spinte capitali centrifughe e l’attrazione permanente del discorso, che adduce tutto a sé: V’è dunque κρισις tra “essere” e “divenire” ma questa tensione non può ricostruirsi che in un’osmosi languidamente ossequiosa della persistenza -da interpretare tornando a ritroso dalla lezione della fisica più recente per ri-esporsi al fulgorante passato delle idee– senza che una legge ingiusta, una qualsiasi punizione o necessità minacciata la costringa.
Sarà quindi preliminarmente necessario ricomporre e spiegare perché la lezione contenuta nella “via percorsa quotidianamente dal carro del sole” è identica alla riflessione che “Il sole è giovane ogni giorno (ò ηλιος νεος εφ’ ημερηι εστιν)”, ed è lungi da costoro -Parmenide ed Eraclito- una cosmogonia o una cosmologia discoste dall’assuto che per uno è “l’Essere” e per l’altro è il “Discorso” ad essere, cioè: Tutto è già dato.
Semmai sono “le opinioni mortali”, o che “E riguardo a questa espressione che è vera, sempre gli uomini si mostrano privi di intendimento, sia prima di porgervi orecchio, sia una volta che l’hanno ascoltata (του δε λογου … τò πρωτον)” che allontanarono i primi più prossimi (Platone ed Aristotele anzi tutti) e noi ad essi futuri dall’Illuminazione fulgorante.
Cosa hanno questi due uomini di diverso da noi se non una diversa distanza dal Mito?

In un bellissimo passaggio della sua presentazione di Parmenide -ma sono del parere che lo stesso discorso può valere anche per Eraclito- Giovanni Reale scrive con ragione:
§ Quale statuto del mito vige dunque in Parmenide? Il mito non è né irrazionale né prerazionale, bensì esprime una forma compiuta di discorso significativo, in grado di dare voce e parola al reale nella sua ricchezza di forme e di nessi. La pratica del mito si sviluppa e coesiste con la nuova parola del λóγος che ne potrà costituire il suo oltrepassamento o nella forma dell’inglobamamento – un λóγος capace di ricomprendere in sé e di compiere il mito – o in quella della sostituzione – dunque: dal mito al logos – come espunsione di un discorso non più significativo. Parmenide sta «al di qua» di questa divisione.

Parmenide -così anche Eraclito (nda)- (…) si colloca nel cuore del tronco dal quale promana il «verbo» stesso, la parola, sia come μιθος sia come λóγος; o, per dirla ancora una volta con Aristotele (sic), in Parmenide philòmythos e philòsophos si identificano. Come esito voluto, non come risultato subìto.

Ricorre sistematicamente nelle interpretazioni posteriori, ma -ed è una constatazione dolorosa quanto fondata- anche nel significato autentico dei “frammenti” detti da Costoro, il ricorso alle divinità della “Necessità” (Moire, Dike, …) che arretra il passo in avanti che faticosamante vorremmo compiere. Come dunque sarà possibile ignorare le Loro istruzioni, cosa appunto “Necessaria“?
E teatralmente si apre così un ulteriore squarcio, sempre grazie a Loro, se si riflette abbastanza sulla ridondanza pleonastica, inutile nella semplicità del fulgore dell’autentico passato del pensiero, del concetto di Necessità della Necessità.
Proprio dall’affermazione del limite umano sarà forse proseguire nella Óδòς che ci siamo proposti?
A quale sistema mitico ci rivolgeremo: a quello della multiforme grande dea mediterranea; a quello degli eroi mitologici; di Orfeo; di Esiodo, o sarà più modernamente, cioè umanamente, adeguato procedere ad un breve quanto essenziale resoconto della “scoperta” della fisica moderna?
La fisica -la regina delle scienze così dette “esatte”- si è sempre mossa in due direzioni: verso l’infinitamente piccolo e verso l’infinitamente grande, raggiungendo traguardi magnifici che consentirebbero all’uomo un’esistenza radiosa -per questo motivo è la benemerita tra le scienze empiriche, innalzata sul trono da certuni col nome di “téchne”-. La modernità ha aggiunto a questi due sistemi (macro/micro) l’attributo della relatività, cioè: se una certa cosa assume una data dimensione, in presenza di determinate condizioni, sarà sempre possibile derivarne sempre un’altra che soggiacerà alle medesime regole a patto che non si cambino le condizioni di partenza. Dalla mela si deriveranno le mele a condizione che non si cambino le condizioni dell’essere mela. Recentemente alcuni fisici moderni si sono sentiti costretti ad aggiungere a questi sistemi che -anche mediante artifizi leciti- possono sempre essere tradotti in evidenze empiriche, la dimensione del tempo, complicando così il sistema delle derivazioni in modo tale da dar il mal di testa a molti genî calcolatori. Così complicato il sistema che si vantava di poter essere autonomo, date determinate condizioni, ha dovuto tornare a porsi degli interrogativi d’ordine universale al fine di trovare l’energia per poter proseguire.
Una chiara vittoria dunque ma non possiamo esserne completamente soddisfatti.
Il fatto che ciò che viene universalmente accettato -date determinate condizioni, cioè: l’empirismo- si rivolge nuovamente al pensiero che non si è mai curato delle varie dimensioni assumendosi già grande o bastevolmente piccolo all’origine, di per sè non è un fatto definitivo se ci si rende cosapevoli, a questo punto, dell’utilità di rilanciarci verso una contaminazione alla quale, secondo verità, non può essere negata la ragion d’essere.
Concesso: sia il tempo non già come mito fulgorante ma come entità misurabile: misuriamone la durata dunque, per scoprire che quando tutto è agitato esso perde completamente di senso (comportamento degli orologi in movimento), fuori dalle condizioni imposte al moto che per sua stessa natura è indomabile! Risulta allora di tutta evidenza che introdurre l’elemento del tempo, significando mettere il Tutto in movimento alle condizioni di moto più disparate che appunto misurano il tempo, non aggiunge o sottrae nulla al Discorso, che, con parole più adatte allo studio presente, non potendosi prendere sul serio il gioco di un bambino (“αιων παις παιζων πεσσευων παιδος η βασιληιη” fr. 48) Eraclito concorda con Parmenide (“E come l’essere potrebbe esistere nel futuro? E come potrebbe essere nato?” fr. 8, 19) essendo dato essere solo a ciò che permane, quindi anche che l’Universo è senza tempo, e siccome non è pensabile il movimento senza il tempo: Tutto sembra, appare in movimento ai nostri sensi -si pensi ai fotogrammi del cinematografo che danno l’illusione del dinamismo, oppure alle esercitazioni dei pittori futuristi- ma questo movimento non è concesso dal Discorso autentico.

Ed eccoci tornati nuovamente, dopo uno sbalzo prodigioso ma immobile, nella condizione ideale per la contemplazione. Laddove il gusto autentico della scoperta non inquinata da “scelte radicali” o dal dominio del bimbo -il piccolo dio che gioca con le vibrazioni del tempo per indurre terrore e sgomento nell’animo mortale- ci consente di vedere tutto e di goderne senza assillo alcuno. Ora crogioliamoci al sole della scoperta ritrovata! prima di riprendere lo studio e la strada che ci porterà ad affermare -nel cuore dell’autentico pensiero occidentale- l’impossibilità di ogni “sincretismo”, rileggendo con occhi nuovi ed antichi al tempo la descrizione più amabile dello stato di grazia in cui non possiamo, ora, non trovarci: § La parola greca che designa il «sapiente» si connette etimologicamente a sapio, io gusto, a sapiens, colui che gusta, a sisyphos, l’uomo dal gusto più raffinato: in tal modo, secondo la coscienza popolare, la vera arte del filosofo consiste nell’osservare e conoscere le più sottili sfumature, ossia in una rilevante capacità di distinguere. Il filosofo non è accorto, quando si chiami accorto colui che sa risolvere a proprio vantaggio le sue vicende personali. «Ciò che sanno Talete e Anassagora, lo si chiamerà insolito, stupefacente, difficile, divino, ma inutile, poiché costoro non si interessavano dei beni umani». Con questo scegliere e sceverare l’insolito, lo stupefacente, il difficile, il divino, la filosofia stabilisce i suoi confini rispetto alla scienza, allo stesso modo che li stabilisce rispetto all’accortezza con l’accentuare ciò che è inutile. Senza una tale scelta, senza un tale gusto raffinato, la scienza si precipita su tutto ciò che è oggetto del sapere, nel cieco desiderio di conoscere ad ogni costo tutto quanto; il pensiero filosofico, per contro, è sempre sulle tracce delle cose che più meritano di essere sapute, delle conoscenze grandi ed importanti. Peraltro il concetto di grandezza è variabile, tanto nel campo morale quanto in quello estetico: la filosofia prende quindi le mosse da una legislazione della grandezza; la sua attività consiste inizialmente in un denominare. «Questo è grande», dice la filosofia, e con ciò solleva l’uomo al di sopra del cieco e sfrenato desiderio del suo istinto conoscitivo. Essa doma questo istinto con il concetto di grandezza, e soprattutto con il considerare come raggiungibile e come raggiunta la massima conoscenza, quella cioè dell’essenza e della radice delle cose. (F. W. Nietzsche: “La filosofia nell’epoca tragica dei greci” trad. G. Colli)

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