Benedetto Croce (Anteprima)

23 febbraio 2016 - Leave a Response

Ciò che si riesce ad ignorare guardando le cose del mondo al microscopio o al cannocchiale è sorprendente.
Dalla fine dell’anno scorso mi interesso intensamente di Benedetto Croce.
Tutto è iniziato da un’intervista radiofonica al prof. Giuseppe Galasso che, parlando dell’Uomo Croce, raccontava dell’episodio della doppia recensione a distanza di breve tempo che il letterato già ottantenne fece del libro “Il Mondo Magico” di Ernesto De Martino.
Cercavo da tempo un episodio storicamente documentabile che descrivesse di un certo modo di intendere la vita come dovere e che rappresentasse in modo simbolico l’epifania della cultura dell’Ottocento in quella del Novecento nella quale si scioglie e dissolve, perciò decisi che su quell’episodio potevo farci un racconto.
Da quel giorno ho raccolto parecchio materiale e studiato testi ed episodi, a cominciare dalla cronologia della sua vita. Grazie all’indicazione preziosa di Giancristiano Desiderio ho scoperto la reperibilità on-line dei suoi taccuini ed approfondito quello del 1948.

Mente benedetta che tutto vede e non vede nulla allo stesso momento! Quante volte ho letto e riletto che il 25 febbraio del 1866 a Pescasseroli, nella dimora Sipari, nasce Benedetto Croce? Perché non non collegavo ciò alla ricorrenza che cade quest’anno? Perché ho avuto bisogno di leggere l’annuncio di un convegno a Palazzo Filomarino per avere coscienza del 150° dalla nascita? È colpa dell’età, o bisogna chiedere al prof. Edoardo Boncinelli?
Comunque, raccontato ciò e detto che non ho ancora terminato la ricerca e il racconto, cosa mi lascia dentro quest’uomo tanto diverso da me?
Era destinato a diventare un giovane scapestrato della Napoli bene, salvo a ravvedersi nella consolidata scia paterna abruzzese in età più matura senza il disastro di Casamicciola?
Questo non lo sapremo mai.
Ci resta, invece e per certo, l’uomo di pensiero. Del politico preferisco non occuparmi perché, proprio quest’anno, temo che verrà inevitabilmente tirato per la giacchetta ed arruolato senza costrutto a questa o a quell’altra corrente liberal-socialista.
L’Esteta mi resta e, in questo, il suo maniacale attaccamento alle categorie tradizionali del pensiero senza le quali è impossibile l’esercizio della critica salvo a dire tutto e, contemporaneamente, il contrario di tutto. Il richiamo martellante ai canoni del bello, del buono, del vero e dell’utile mi restano confitti nell’animo più che leggendo Aristotele, Kant o Hegel perché ne fece esercizio costante e storicamente dimostrato nei suoi giornalieri appunti e taccuini, nei quaderni della critica, nei libri, nell’intensa attività editoriale ed ecdotica per Laterza.
D’altra parte penso che sbagliasse nel disprezzare la metafisica, rinunciando così di accogliere il pensiero del filosofo più importante dei suoi e nostri tempi. L’idea non originale della filosofia come cassetta degli attrezzi è suggestiva ma poco raffinata e lascia scoperta la ricerca della cosa in sé dalla quale non si può sfuggire per nessuna scorciatoia. Il filosofo dei distinti si avvicina troppo pericolosamente al filosofo della prassi e lo storicismo come scuola, in quanto scuola rischia di produrre danni al libero fluire del pensiero filosofico autentico.
Rimane in piedi il suo esempio di uomo d’idee duttile, perché nella sua vicenda per fortuna c’è stato in modo preminente l’Uomo, l’uomo che ci lascia stupefatti per il suo agire indipendente ma disciplinato, per il suo sapere erudito, per le amicizie sempre profonde che hanno prodotto preziosi epistolari. La vita intesa, senza leziosità sentimentale alcuna e nonostante tutto e tutti, come dovere di vivere e produrre per il bene comune, di “filosofare per brama di luce” senza che a ciò sia collegato un dovere stipendiato.

Sul suo conto l’aneddotica è sconfinata ma ritengo debba rimanere un’esclusività dei familiari, dei suoi discepoli e dei discepoli dei suoi discepoli, almeno spero sarà così. È fin troppo recente la gaffe dello svogliato autore di Gomorra con tutti gli incresciosi e stucchevoli strascichi mondani e persino giudiziari che ha prodotto. Perciò, come commiato, lascio il passo ai “Ricordi Familiari” (ed. Adelphi, 1979. pag. 146) di sua figlia Elena: “L’allergia di mio padre per la ‘grande illuminazione’ faceva del resto parte dell’aneddotica ufficiale, tanto più che quando era stato ministro della Pubblica Istruzione, una delle prime abitudini da lui adottate era stata quella di far spegnere i lampadari centrali tutte le volte che attraversava gli uffici. E anche di costringere i funzionari, abituati ad usare enormi risme di carta immacolata per gli appunti, ad utilizzare invece (secondo quella che era la sua propria abitudine) piccoli foglietti, ritagli e recuperi: il che gli era stato subito suggerito da un’occhiata tecnica ai cestini della carta straccia.”.

Di una cosa sono certo, infine, dopo averlo avvicinato più intimamente non sarò più intellettualmente lo stesso, in special modo nel giudizio estetico che suscita sempre di più un grande interesse in me.

P.S. Ag 23 febbraio 2016

Prologo a B.c.

17 gennaio 2016 - Leave a Response

Prologo al racconto di B.C.
Ho iniziato a scrivere questa prolusione in un momento di pausa di qualche giorno, attendendo che, il venerdì canonico, il fotografo della Casanatense mi inviasse per posta elettronica la scansione di un testo, individuato grazie all’aiuto richiesto al prof. Galasso, che mi serviva leggere per continuare il racconto di B.C.

Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. Questa frase di semplice e immediata comprensione comporta invece, per chi si è avviato nella filosofia cioè pretende di conoscere tutto e in profondità, complessi problemi di difficile soluzione perché: il dire scrivere implica il dover dire la storia della scrittura per intero che non può fare a meno di comprendere anche la fase pre-alfabetica dei geroglifici, delle pitture rupestri pre-storiche e della manifattura di utensili d’uso comune che avevano bene e comunque una forma adatta per una comunicazione scritta o in-scritta; i pensieri. Chi riesce a scovare un soggetto-oggetto più sfuggente ed etereo di questo? La loro esistenza è problematica così come la loro importanza, perché c’è chi ritiene che siano la sostanza dell’essenza e chi invece li svaluta ad un nulla più che illusorio del fumo; Forma, usato, e qui così lo si utilizza, nell’accezione platonica pone infiniti problemi di comprensione e connessione con la dottrina delle idee e la sua eredità; infine, il comunicare, se non lo si intende in maniera banale come mero esercizio telecinetico, configge da subito la terza parola della frase ora in questione laddove non si capisce il motivo della necessità, giacché il proprio non diverrà mai comune, che è il suo contrapposto, se è autenticamente, e lo è, proprio. Tralascio per decoro l’aspetto psicologico perché sarei ben presuntuoso se ritenessi che ci sia al mondo qualcuno veramente curioso di leggere i miei pensieri, ma una frase da sola serve a poco. Se è costruita ad arte, in passato poteva torreggiare in cima al frontone d’un tempio o in tempi recenti avvolgere una pralina di cioccolato. Non è questo il caso, né per l’arte né per il tempo, e deve, dunque, essere completata. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come una macchina del tempo che viaggia, però, in una sola direzione: verso il tempo futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Se sul concetto di tempo Sant’Agostino, che fu un profondo filosofo pagano prima di divenire Santo, Padre e Dottore della Chiesa, rimase muto e interdetto, può non spaurirsi la mia povera mente terrena e profana al cospetto di sua maestà il tempo? Tempo futuro inoltre, come se conoscendo niente di un nulla affermassi che questo nulla è giallo, che è bianco, che è grande o piccolo, ecc. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando, mutando, non è più la stessa cosa essente. Perché dico tutto ciò? Per due motivi: Per dare ragione, nel modo più basico che mi è consono, della necessità del pensiero e dei pensatori. Perché solo il pensiero può cogliere, come in questo caso, il tempo nella sua indefinibile indefinitezza benché consuetudiniaramente, in acto exercito, incapsulato nei luoghi comuni che rappresentano le espressioni più quotidiane dell’umanità; perché solo un pensatore può concepire, come in questo caso, e maneggiare accortamente questa strana creatura che è l’istante che forma il tempo. Con ciò qui si anticipa il tema, uno dei fondamentali nelle mie intenzioni, che è possibile comprendere un tempo storico -il suo spirito direbbe B.C.- solo in un tempo storico -con uno spirito- ragionevolmente posteriore; un istante, cioè, diventa autentico mutando in un altro sé stesso. Questa circostanza che è contraria al senso comune può essere bene intesa solo filosoficamente. È ciò che dirò a proposito dei secoli che si usano come misure didascaliche per distinguere le epoche storiche convenzionali. Per piaggeria. Perché spero che, conoscendo i travagli, i mille ripensamenti, i momenti di scoramento che sottendono al mio lavoro mi verrà, se non riconosciuto il diritto, perdonata almeno l’arroganza d’essermi accostato confidenzialmente ad un Uomo che ha incarnato il suo tempo divenendone un vessillifero.  “Tout se tient”. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando essa, mutando, non è più la stessa cosa essente. Solo il pensiero può cogliere la natura inautentica del tempo. Esclusivamente un pensatore può padroneggiare, senza mandare tutto in malora, questa strana invenzione che è l’istante che contiene i presenti di cui il tempo si dice composto. Quando, con una formula tradizionale antica quanto efficace, si deriva che il passato vive nel presente, in particolare se si inverte l’ordine dei termini senza modificare il senso della sentenza, non si afferma forse il concetto che il presente è composto in gran parte di passato? Ma quali e quanti passati compongono ogni singolo presente se non tutti? Come si fa ad escluderne alcuno? Il presente é dunque la sommatoria di tutti i tempi passati fino ad arrivare al tempo (t – 1) aggiunta al presente. Questa terribile formula raddoppia il risultato ad ogni passaggio di tempo. Se si pensa a che dimensione orribilmente grande dovrebbe assumere ogni singolo istante contenitore, diviene indispensabile che una qualche forma debba intervenire. Questa forma necessaria è il fattore umano. Se, in generale, non c’è ragione per escludere alcun passato dalla partecipazione al presente, diciamo, collettivo v’è motivo, invece, per escluderne certi nelle vite individuali. Il passato è sempre diverso per ogni singolo individuo e, in conseguenza di quanto dedotto in precedenza, diverso sarà il suo presente. Scrivere i propri pensieri è una forma di comunicazione. È come viaggiare su una macchina del tempo, però, in una sola direzione: verso il futuro. Non è possibile ri-scrivere il passato. Il futuro, nei miei pensieri, è un susseguirsi di presenti. Il presente è nell’istante: quella strana cosa che, come dice Platone nel Parmenide, è allorquando muta, cioè diviene ad essenza proprio quando essa, mutando, non è più la stessa cosa essente. Solo il pensiero può cogliere la natura inautentica del tempo. Esclusivamente un pensatore può padroneggiare, senza mandare tutto in malora, questa strana invenzione che è l’istante che contiene i presenti di cui il tempo si dice composto. Il presente é la sommatoria di tutti i presenti-passati sommato a sé stesso. In questo modo l’istante, che contiene il presente-presente, assume dimensioni tali che diventa inintelligibile. Questa imperscrutabilità venne prevista, forse è per ciò che un antico sofista ci viene in aiuto fornendoci il fattore comune: πάντων χρημάτων μέτρον ἐστὶν ἅνϑρωπος, τῶν μὲν ὄντων ὡς ἔστιν, τῶν δὲ οὐκ ὄντων ὡς οὐκ ἔστιν. Nel passato di ogni singolo individuo dobbiamo distinguere tre componenti: – il genoma; una causa collettiva comune, tramandata ai singoli attraverso l’educazione e l’ambiente -lo spirito del tempo direbbe B.C., seguendo l’orientamento dell’idealismo tedesco; e un’ultimo elemento essenziale precipuo frutto del caso.Heidegger non fu apprezzato dal senatore e, di conseguenza, dai suoi discendenti, dagli amici, dagli allievi e dagli allievi degli allievi. A torto! Se il giudizio sballato degli eredi può essere liquidato come mero snobismo, la svista di B.C., in quanto filosofo, va considerata in profondità. Per questo bisogna ripercorrere la sua vita in due momenti topici: il 28 luglio del 1883, quando si crearono tristemente le precondizioni perché il filosofo ch’era in lui potesse venire alla luce e il 25 settembre 1913, quando il filosofo poté esercitare compiutamente la sua selvaggia disciplina. La parola in questione, la filosofia è spesso una questione di “parola”, è “angoscia”. Questa è la scoperta di Heidegger, il motore immoto: la reazione all’angoscia, la ricerca della radura, il percorso del sentiero nella fitta foresta che scopre l’uomo del ‘novecento sopravvissuto al nicianesimo, provato e sgomento ma non annichilato, di fronte all’orizzonte sconfinato, imprevisto e imprevedibile del governo della tecnica che lo priva di tutte le certezze tradizionali barattate al prezzo del comfort e del non-pensiero. S’offre, infine, lo scritto all’animo puro che lo fa syn-patico della fatica alla quale si sacrifica, per rispetto d’un ethos ormai tramontato, un miope ottuagenario al cospetto d’un più giovane e fisicamente meglio fornito studioso rampante, per quanto si possa definire rampante, rispetto ai vigenti parametri di misura del rampantismo, un valente e volenteroso studioso già uomo formato nel secondo immediato dopoguerra. I discendenti, gli amici, gli allievi, e gli allievi degli allievi di B.C. mi perdoneranno le mille inesattezze e la sfacciataggine che ho avuto nel dare l’idea d’aver romanzato la vita di chi abborriva, in vita, le vite romanzate. Non ritengo, sinceramente d’aver romanzato un bel nulla, lo dico solo per precauzione. Sempre per precauzione userò lo stratagemma manzoniano di dire d’aver trovato lo scritto d’un altro nel fondo d’un vecchio cassetto.   
Ag 14 gennaio 2016

  

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)

13 ottobre 2015 - Leave a Response

Frammento 6
Non chiedere, uomo, del tuo domani,
né di uno felice fino a quando:
come il volo di una mosca, tutto
è rapido, mutevole.

Frammento 9
Degli uomini poca è la forza,
e senza effetto ogni affanno,
fatica s’aggiunge a fatica,
incombe su tutti la morte:
equamente divisa
tra buoni e cattivi.

(Simonide, Iuli, isola di Ceo, 556 – Agrigento, 467. Poeti Greci, pagg. 168-171)

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)

11 ottobre 2015 - Leave a Response

ὄλβιος ὄσστιν της ιστορίας
ἔοχε μάθησιν, μήτε πολιτων
ἐπὶ πημοσύνας μήτ εις ἀδίκους
πράξεις ὁρμων
ἀλλ᾽ἀθανάτου καθρορων φύσεως
κόσμον ἀγήρω, τίς τε συνέστη
καὶ ὄπη καὶ ὄπως
τοις τοιούτοις οὐδέποτ᾽ αισχρων
ἔργων μελέτημα προσσίζει

Beato è chiunque abbia una nozione della scienza, non scagliandosi a capofitto contro gli uomini liberi, inducendoli a soffrire o a commettere azioni ingiuste, ma percependo l’ordinamento della physis eterna ed immortale e chi la organizzò, da dove venne e come: la pratica di vergognose opere non siede mai vicino a costui. (Euripide, fr. inc. 910)

Ora la scienza ionica fu introdotta ad Atene da Anassagora all’incirca nel periodo in cui nacque Euripide, e ci sono sufficienti tracce della sua influenza su di lui. (J. Burnet, I Primi Filosofi Greci, pag. 32)

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)

1 ottobre 2015 - Leave a Response

…………………………… τοις δ᾽ἀνέστη
Κάλχας Θεστορρίιδης οἰωνοπόλων ὂχ ᾽ ἂριστος
ὂς ἢδη τά τ᾽ἐόντα τά τ᾽ἐσσόμενα πρὁ τ᾽ἐόντα
καὶ νἡσσ᾽ ἡγήστατ᾽Ααιῶν ῎Ιλιον εἴσσω
ἢ διὰ μαντοσύνην, τήν οἱ πόρε Φοῖβος ᾽Απόλλλων

………………………………….si alzò nuovamente
Calcante il Testoride, il più saggio di tutti gli àuguri,
che conosceva ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu,
e che già aveva condotto dinnanzi a Troia le prore achee
per da divinazione donatagli da Febo Apollo.

Iliade, 68-72

L’ISTANTE (FRAMMENTI E TESTIMONIANZE e commento)

24 settembre 2015 - Leave a Response

ἐξ ὤν δε ἡ γένεσίσ ἐστι τοῖς οὔσι καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ το χρεών
διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ὰλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ Χρόνου τάξιν

Là da dove le cose hanno il loro nascimento, debbono anche andare a finire, secondo la necessità
Esse debbono infatti fare ammenda ed essere giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo

Ma là donde le cose hanno il loro sorgere, si volge anche il loro venir meno, secondo la necessità
esse pagano reciprocamente la pena e il fio per la loro malvagità secondo il tempo stabilito

Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso secondo il necessario
esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia secondo l’ordine del tempo

Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che deve essere
le cose che sono, difatti, subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia, secondo il decreto del Tempo.


1. SIMPLIC. phys. 24, 13 [cfr. A 9]. Anassimandro … ha detto … che
principio degli esseri è l’infinito… da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo.


Ciò che dico non è stato finora attestato formalmente da alcun Interprete e, quindi, sarà probabilmente una mia fantasticheria. Tuttavia -accolto integralmente il frammento come ci viene tramandato in DK 12B1, sebbene non si ritenga punto campata per aria la critica filologica (Burnet, Heidegger) anzi! che riduce di tanto il numero delle parole autentiche attestabili- ripetute letture di questo testo tramandato dall’accademico neoplatonico bizantino Σιμπλίκιος mi inducono a pensare che la prima parte del frammento, dove si indaga la “causa materiale“, è tenuta dall’Autore sotto il dominio di Dike e la seconda, dove si indaga la “causa efficiente“, sotto quello di Crono. Cioè, il mito permane immanente nella forma-mentis di Anassimandro e influenza l’aura di questo scritto scientifico aurorale.
Se è così, la prima parte sarebbe subordinata alla seconda, come Dike al nonno Crono: ciò che avviene al livello più in basso del divino viene giudicato, in alto, dal Vertice pre-olimpico supremo (Κρόνος, fratello e marito di Ῥέα, padre di Ζεύς). In questa chiave, indipendentemente dal suo significato letterale o del suo senso profondo, lo scritto del Sommo sembra alludere: “Tutto è, ma secondo l’immutabile gerarchia verticale che Io professo“. Il movimento per cui l’Arché infinito risolve tutto (τοῖς οὔσι) seguendo l’alternanza etterna Dike-aDike avviene sotto il dominio incontrastato e arbitrario ma immutabile di Crono. Di grande modernità è l’infittirsi dell’intreccio, merito e forse motivo della lunghissima tradizione fondante del passo: laddove lo Ieratico Ionico cambia le maiuscole in minuscole e così, alla maniera dei Greci (alla Greca), Dike transuma antropologicamente nella necessità (κατὰ το χρεών) e Crono nel Tempo (κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν).
Il Destino (Geschick) dell’evirazione di Οὐρανός ad opera di Crono riavvicinò il basso all’alto esaltando, così si presume, il ruolo dell’Istante. Perché gli Istanti durano secoli: cosa significhi il tempo è solo il tempo stesso che lo decide, né alcunché di necessario (necessitatile) pregiudica il corso degli eventi scatenati nel primo momento (μper necessità di giustizia. In questo cogitante regno di nessuno si addentra lo Ionico del VI sec. che vive in uno spazio geografico, a dire degli interpreti più avveduti, libero da teologie, dove nemmeno la rivoluzione Olimpica (ulteriore riavvicinamento dell’alto al basso) attecchiva.(…)
Dunque, per la generazione e la dissoluzione a due dimensioni il quadro si compone alla maniera dei Greci: si entra e si esce -non a proprio piacimento, ma secondo il volere del piano esoterico di Dike governata da Crono- nel panopticon elastico dello spazio linguistico determinato dalla scoperta dell’alfa privativo: ἀδικία, ἄπειρον, ἀλήθεια, ecc. Ma … che ne è del problema cocente concernente la terza dimensione? Andiamo per gradi. (Segue).

Verso (versus) Anassagora. L’Istante (Frammenti e Testimonianze)

12 settembre 2015 - Leave a Response

« […] E ragionando in questo modo, tutto contento, credevo di aver trovato in Anassagora il mio maestro che mi avrebbe insegnato le cause delle cose che esistono, proprio secondo quello che era il mio intendimento; e credevo che egli mi avrebbe insegnato, in primo luogo, se la terra sia piana o rotonda, e, dopo questo, che mi avrebbe altresì insegnato la causa per cui è così e la necessità per cui è così, mostrandomi il meglio, e cioè che per la terra il meglio era appunto essere così come era. E pensavo che, se, poi, mi avesse detto che la terra stava nel mezzo, mi avrebbe spiegato altresì che fosse meglio per essa stare nel mezzo; e se mi avesse spiegato questo, io sarei stato disposto a non richiedere più alcun’altra specie di causa. E così, io, anche del sole, sarei stato disposto a non credere altra specie di causa; e così anche della luna e degli altri astri e dei loro rapporti di velocità e dei rivolgimenti e dei vari altri fenomeni: mi sarebbe bastato che mi spiegasse in quale modo per ciascuno di esso il meglio sia cha faccia quello che fa e patisca quello che patisce. Infatti, io non avrei mai creduto che, uno che sosteneva che queste cose furono ordinate dall’Intelligenza, attribuisse loro altra causa che non fosse questa, vale a dire che il loro meglio era di essere come sono. Insomma, io credevo che egli, assegnando la causa a ciascuna cosa in particolare e a tutte in comune, avrebbe spiegato ciò che è il meglio per ciascuna di esse e ciò che è il meglio è il comune a tutte. E a queste speranze io non avrei rinunciato per nessuna ragione al mondo! Presi dunque i suoi libri con la più grande sollecitudine, e li lessi il più presto possibile, per potere conoscere il più presto possibile il meglio e il peggio».

(Platone, Fedone 97 D 5-98 B 6)

INTERMEZZO (IX 76-104)

11 settembre 2015 - Leave a Response

Ma quando Ηώς dai riccioli belli portò il terzo giorno,
drizzati gli alberi e issate le bianche vele,
sulle navi sedemmo: le guidavano il vento e i piloti.
E sarei giunto illeso nella terra dei padri:
ma nel doppiare Capo Malea l’onda, la corrente
e borea mi dirottarono e da Κυθήρων sviarono.
Per nove giorni fui spinto dai venti funesti
sul mare pescoso: al decimo giorno arrivammo
presso i Λωτοφάγων, che mangiano un cibo di fiori.
Scendemmo lì a terra e acqua attingemmo:
subito presero il pasto accanto alle navi veloci, i compagni.
Dopoché fummo sazi di cibo e bevanda,
allora io mandai dei compagni a indagare
chi fossero gli uomini che in quella terra mangiavano pane,
scelti due uomini e aggiunto come terzo un araldo.
Costoro partirono e subito furono in mezzo ai Λωτοφάγοισιν
Non meditavano la morte ai nostri compagni
i Λωτοφάγοι ma gli diedero da mangiare del loto.
E chi di essi mangiava il dolcissimo frutto del loto
non aveva più voglia d’annunziare e tornare,
ma preferiva restare lì tra i Λωτοφάγοισι;
a cibarsi di loto, e obliare il ritorno.
A forza condussi costoro, piangenti, alle navi
e trascinatili nelle navi ben cave li legai sotto i bagli;
poi agli altri fedeli compagni ordinai
di salire rapidamente sulle navi veloci,
perché nessuno, mangiando loto, obliasse il νόστοιο.
Essi si imbarcarono subito e presero posto agli scalmi
e sedendo in fila battevano l’acqua canuta coi remi.

Δημιουργός. L’Istante (Frammenti e Testimonianze)

21 agosto 2015 - Leave a Response

(…)
Nel Fedone Platone riconosce ad Anassagora il grande merito di avere introdotto l’«Intelligenza», ossia il «Nous», per spiegare il cosmo, ma gli rimprovera di non aver saputo realizzare in concreto questa sua grande scoperta, in quanto non ha saputo trovare la base sulla quale soltanto essa può reggere, ossia il nesso fondativo strutturale che connette l’«Intelligenza» con il «Bene». l’Intelligenza e la sua opera, infatti, non si possono spiegare senza il Bene.
(…)

Errano quegli interpreti che confondono il Dio di Platone con l’Idea del Bene (con l’Uno-Bene). Per Platone il Bene è il «Divino» in senso impersonale (τὸ θειον), mentre Dio è «il buono» in senso personale (ὁ θεός).
Del resto, in questo rispecchia una convinzione dei Greci profondamente radicata, ossia che il dio abbia al di sopra di sé, dal punto di vista gerarchico, una regola o alcune regole supreme cui deve riferirsi e attenersi. Inoltre Parmenide aveva introdotto nel pensare dei Greci la convinzione che l’Intelligenza è possibile solo se ha l’essere a suo fondamento. L’intelligenza non produce il proprio fondamento, ma lo presuppone. E in tal senso anche per Platone l’Intelligenza suprema implica come suo fondamento il Bene, e in generale l’essere delle Idee e dei Principi primi e supremi (una svolta a questo modo di pensare sarà impressa -in certa misura- da Aristotele).
Il Demiurgo è il buono per eccellenza, perché opera in funzione dell’Uno-Bene come suprema misura. L’Intelligenza agisce nella migliore maniera ordinando, com-misurando il disordine che è insito nel principio materiale antitetico portando unità nella molteplicità.
L’Intelligenza demiurgica e i suoi rapporti strutturali con il Bene, l’Uno e la Suprema Misura, sono l’asse portante per intendere la costituzione della realtà a tutti i livelli al di sotto della sfera del mondo ideale e in particolare la costituzione del mondo sensibile.

(Giovanni Reale, Autotestimonianze e rimandi dei Dialoghi di Platone alle Dottrine non scritte. pagg. 66-67)

L’Istante (Frammenti e Testimonianze)

5 agosto 2015 - Leave a Response

SPAZIO (Gr.: χώρα, τόπος; Lat.: Spatium; Ingl.: Space; Fr.: Espace; Ted.: Raum).

La nozione di S. ha dato origine a tre ordini di problemi: 1° quello circa la natura dello S.; 2° quello circa la realtà dello S.; 3° quello circa la struttura metrica dello S.

1° Il primo problema concerne il vero e proprio concetto di S. ed è il problema circa la natura dell’esteriorità in generale cioè di ciò che rende possibile il rapporto estrinseco tra gli oggetti. Einstein nella prefazione ad un libro storico sul concetto di S. (MAX JAMMER, Concepts of Space, 1954) ha distinto due fondamentali teorie dello S., cioè: a) lo S. come la qualità posizionale degli oggetti materiali nel mondo; b) lo S. come il contenente di tutti degli oggetti materiali. A questi due concetti si può aggiungere l’altro che lo stesso Einstein ha fondato; c) quello dello S. come campo. … La b) fu assunta o presupposta dalla fisica sino ad Einstein.

c) La terza concezione fondamentale dello S. è quella che Einstein ha fatto prevalere nella fisica contemporanea. A prima vista, e considerando soltanto la relatività speciale, la dottrina einsteiniana dello S. costituisce un ritorno ad a). Dice Einstein: «Il nostro spazio fisico, così come lo concepiamo per il tramite degli oggetti e del loro moto, possiede tre dimensioni e le posizioni vengono caratterizzate da tre numeri. L’istante in cui si verifica l’evento è il quarto numero. Ad ogni evento corrispondono quattro numeri determinati ed un gruppo di quattro numeri corrisponde ad un evento determinato. Pertanto il mondo degli eventi costituisce un continuo quadridimensionale» (EINSTEIN-INFELD, The Evolution of Physics, III). In questo concetto di S., la novità sembra costituita esclusivamente dall’aggiunta della coordinata temporale alle coordinate con cui Cartesio definiva lo S. stesso. Ma nella relatività generale l’abbandono di ogni concetto tradizionale è più radicale. Qui non ha più senso parlare dello S. prescindendo dal campo che è usato per rappresentare i fenomeni fisici. Sia i fenomeni inerziali sia quelli gravitazionali vengono spiegati con mutamenti nella misura metrica del campo: «Invece di un sistema di riferimento rigido e fisso (è stato giustamente osservato) vi è occasione ora di constatare le variazioni nella curvatura dello spazio oppure, il che è lo stesso, l’uso di criteri non euclidei di misura e di calcolo in diverse parti del campo come un tutto, a seconda delle variazioni di densità della materia e dell’energia… Prescindendo dal campo, dunque, non vie nulla e, contrariamente persino alla relatività speciale, neppure lo spazio vuoto. In questo senso il campo, nella veduta di Einstein, sostituisce come concezione unitaria sia la materia (ponderabile o imponderabile) sia lo Spazio» (M.K. MUNITZ, Space, Time, and Creation, 1957).

 CAMPO (Ingl.: Field; Fr.: Champ; Ted.: Feld)

L’insieme delle condizioni che rendono possibile un evento.