Perché l’appello sull’essenza della tecnica rimane inascoltato?
20 aprile 2017

Il testo che in precedenza ho trascritto dall’intervista allo Spiegel principia con una negazione un po’ forte e radicale:
… la tecnica moderna non è uno strumento …
Presa così senza spiegazione alcuna, questa frase ha tutta l’aria della provocazione, sebbene detta da un filosofo autorevole, contro il senso comune che induce a ritenere, contrariamente appunto e senza torti apparenti, la tecnica moderna come uno strumento neutro nelle mani (sotto il dominio) dell’Umanità contemporanea. Tuttavia, quando una proposizione è sorretta da validi ragionamenti questa propende a essere esatta e l’esattezza è una delle proprietà della verità.
Le argomentazioni filosofiche che sostengono questa affermazione perentoria, con ben più ampio respiro rispetto all’intervista che intendeva nella sostanza metterlo in croce per il suo supposto collegamento organico col diabolico regime nazista, sono contenute nel testo della conferenza del 18 novembre 1953 che Heidegger pronunciò all’Auditorium Maximum della Technische Hochschule di Monaco di Baviera, pubblicato l’anno dopo negli atti del convegno col titolo “La Questione della Tecnica“.
In questa comunicazione è notabile ai miei fini il passaggio nel quale H. si pone esplicitamente la domanda che cos’è la tecnica moderna? e dal quale riporto, di seguito – sfidato a dire, ma fedele alla consegna di dire ma non ancora con parole mie – ampi stralci nella versione dal tedesco di Gianni Vattimo in “Saggi e Discorsi”, Mursia 1991.

Che cos’è la tecnica moderna? Anch’essa (cioè come la τέχνη della tradizione greca) è disvelamento. Solo quando fermiamo il nostro sguardo su questo tratto fondamentale ci si manifesta quel che vi è di nuovo nella tecnica moderna.
Il disvelamento che governa la tecnica moderna, tuttavia, non si dispiega in un pro-durre nel senso della ποίησις (cioè come per la τέχνη della tradizione greca). Il disvelamento che vige nella tecnica moderna è una pro-vocazione (Herausfordern) la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta (herausgefördert) e accumulata. …
… una determinata regione viene pro-vocata a fornire all’attività estrattiva carbone e minerali. La terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali. … L’agricoltura è diventata industria meccanizzata dell’alimentazione. L’aria è richiesta per la fornitura di azoto, il suolo per la fornitura di minerali, il minerale ad esempio per la fornitura dell’uranio, l’uranio per l’energia atomica, …
Il richiedere che pro-voca le energie della natura, è un pro-muovere (fördern) in un duplice senso. Esso promuove in quanto apre e mette fuori (erschiesst und herausstellt). Questo promuovere, tuttavia, rimane fin da principio orientato (abgestellt) a promuovere, cioè a spingere avanti, qualcosa d’altro verso la massima utilizzazione con il minimo costo. Il carbone estratto (gefördert) nel bacino carbonifero non è richiesto (gestelt) solo affinché sia in generale e da qualche parte disponibile. Esso è immagazzinato, cioè è “messo a posto” in vista dell’impiego (Bestellung) del calore solare in esso accumulato. Quest’ultimo viene pro-vocato a riscaldare, e il riscaldamento prodotto è impiegato per fornire vapore la cui pressione muove il meccanismo mediante il quale una fabbrica resta in attività. …

La centrale elettrica è impiantata (gestellt) nelle acque del Reno. …

Il disvelamento che governa la tecnica moderna ha il carattere dello Stellen, del “richiedere” nel senso della pro-vocazione. Questa provocazione accade nel fatto che l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua volta ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni. Mettere allo scoperto, trasformare, immagazzinare, ripartire, commutare sono modi del disvelamento. Questo tuttavia non si svolge semplicemente. Né si perde nell’indeterminatezza. Il disvelamento disvela a se stesso le sue proprie vie, interconnesse in modo multiforme, in quanto le dirige. La direzione stessa, dal canto suo, cerca dovunque la propria assicurazione. Direzione e assicurazione diventano anzi i caratteri principali del disvelamento pro-vocante.
Quale tipo di disvelatezza è appropriato a ciò che ha luogo mediante il richiedere pro-vocante? Ciò che così ha luogo è dovunque richiesto di restare a posto (zur Stelle) nel suo posto (auf der Stelle), e in modo siffatto da poter esso stesso impiegato (bestellbar) per un ulteriore impiego (Bestellung). Ciò che così è impegnato ha una sua propria posizione (Stand). La indicheremo con il termine Bestand, “fondo”. Il termine dice qualcosa di più e di più essenziale che la semplice nozione di “scorta, provvista” (Vorrat). La parola “fondo” prende qui il significato di un termine-chiave. Esso caratterizza niente meno che il mondo in cui è presente (anwest) tutto ciò che ha rapporto al disvelamento pro-vocante. Ciò che sta (steht) nel senso del “fondo” (Bestand), non ci sta più di fronte come oggetto (Gegenstand).

Eppure un aereo da trasporto che sta sulla pista di decollo è ben un oggetto. … (ivi il richiamo alla definizione hegeliana della macchina come strumento indipendente; indipendenza che viene però qui criticata da H. dal punto di vista del “fondo” per cui la posizione di ogni elemento della tecnica è determinata solo in base all’impiego dell’impiegabile). …

Chi compie il richiedere pro-vocante mediante il quale ciò che si chiama il reale viene disvelato come “fondo”? Evidentemente l’uomo. In che misura egli è capace di tale disvelamento? L’uomo può bensì rappresentarsi questa o quella cosa in un modo o in un altro, e così pure in vari modi foggiarla e operare con essa. Ma sulla disvelatezza (Unverborgenheit) entro la quale di volta in volta il reale si mostra o si sottrae, l’uomo non ha alcun potere. …

(Riferendosi alla scoperta di Platone della Dottrina delle idee) … Il Pensatore ha solo risposto (entsprechen) a ciò che gli ha parlato (zusprechen).

Solo nella misura in cui l’uomo è già, da parte sua, pro-vocato a mettere allo scoperto (herausfördern) le energie della natura, questo disvelamento impiegante può verificarsi. Se però l’uomo è in tal modo pro-vocato e impegnato, non farà parte anche lui, in modo ancor più originario che la natura, del “fondo”? Il parlare comune di “materiale umano”, di “contingente di malati” di una clinica, lo fa pensare. … Tuttavia, proprio perché l’uomo è pro-vocato in modo più originario che le energie della natura, è cioè provocato all’impiego (in das Bestellen), egli non diventa mai puro “fondo”. In quanto esercita la tecnica, l’uomo prende parte all’impiegare come modo del disvelamento. Solo la disvelatezza stessa, entro la quale l’impiegare si dispiega, non è mai opera dell’uomo, come non lo è l’ambito entro il quale egli già sempre si muove quando si rapporta a un oggetto come un soggetto.
Dove e come accade il disvelamento, se esso non è semplicemente opera dell’uomo? …

Verso (versus) Anassagora. L’Istante (Frammenti e Testimonianze)
12 settembre 2015

« […] E ragionando in questo modo, tutto contento, credevo di aver trovato in Anassagora il mio maestro che mi avrebbe insegnato le cause delle cose che esistono, proprio secondo quello che era il mio intendimento; e credevo che egli mi avrebbe insegnato, in primo luogo, se la terra sia piana o rotonda, e, dopo questo, che mi avrebbe altresì insegnato la causa per cui è così e la necessità per cui è così, mostrandomi il meglio, e cioè che per la terra il meglio era appunto essere così come era. E pensavo che, se, poi, mi avesse detto che la terra stava nel mezzo, mi avrebbe spiegato altresì che fosse meglio per essa stare nel mezzo; e se mi avesse spiegato questo, io sarei stato disposto a non richiedere più alcun’altra specie di causa. E così, io, anche del sole, sarei stato disposto a non credere altra specie di causa; e così anche della luna e degli altri astri e dei loro rapporti di velocità e dei rivolgimenti e dei vari altri fenomeni: mi sarebbe bastato che mi spiegasse in quale modo per ciascuno di esso il meglio sia cha faccia quello che fa e patisca quello che patisce. Infatti, io non avrei mai creduto che, uno che sosteneva che queste cose furono ordinate dall’Intelligenza, attribuisse loro altra causa che non fosse questa, vale a dire che il loro meglio era di essere come sono. Insomma, io credevo che egli, assegnando la causa a ciascuna cosa in particolare e a tutte in comune, avrebbe spiegato ciò che è il meglio per ciascuna di esse e ciò che è il meglio è il comune a tutte. E a queste speranze io non avrei rinunciato per nessuna ragione al mondo! Presi dunque i suoi libri con la più grande sollecitudine, e li lessi il più presto possibile, per potere conoscere il più presto possibile il meglio e il peggio».

(Platone, Fedone 97 D 5-98 B 6)